‘La mattina scrivo’: la recensione del film di Valérie Donzelli | Rolling Stone Italia
la crisi è dichiarata

‘La mattina scrivo’, (non) si può vivere solo di passioni

Il film di Valérie Donzelli premiato a Venezia per la sceneggiatura è un precisissimo ritratto generazionale che non fa la morale. Grazie anche alla prova del suo protagonista Bastien Bouillon. La recensione

‘La mattina scrivo’, (non) si può vivere solo di passioni

Bastien Bouillon in ‘La mattina scrivo’ di Valérie Donzelli

Foto: Christine Tamalet

La generazione cresciuta a tegolini e mantra “scegli tutto in base alle tue passioni” l’ha fatto davvero. Poi i tegolini li ha tolti ed è passata ai grani antichi, ma sulla seconda ha cercato di reggere quanto più possibile, finché non lo era (non lo è) più. Ora c’è, appunto, una generazione piena di passioni che crede ancora di poter trasformare quelle passioni in lavoro, e un mondo là fuori che è sempre brutto sporco e cattivo perché il lavoro non glielo può dare più, a tutti questi appassionatissimi geni.

La mattina scrivo di Valérie Donzelli (in originale À pied d’œuvre, ha vinto a Venezia 82 il Premio per la sceneggiatura e arriva il 5 marzo nelle sale con Teodora Film) è forse il punto di non ritorno, l’interruzione di questo circolo vizioso e soprattutto viziato. È il babau che ci annuncia: abbiamo sempre sbagliato tutto, e ora siamo incastrati qua, come ne usciamo non si sa.

Paul (Bastien Bouillon) un lavoro che era la sua passione l’ha pure trovato. Fa il fotografo, e però non lo vuole fare più. Vuole scrivere, e un libro l’ha pure già scritto, è stato ben recensito, doveva cambiare tutto e invece non è cambiato niente (del resto, chi non ha scritto un libro almeno una volta, chi non è stato ben recensito almeno una volta, chi non ha creduto che sarebbe cambiato tutto almeno una volta). E allora molla tutto, torna dal suo editore, ma come campa, tra affitti sempre più alti, gentrificazione dei quartieri e delle carriere, e il mondo che ormai è tutto un terziario per conto terzi.

L’unica è mettersi a fare i famigerati “lavoretti”, di qualsiasi tipo, purché senza posto fisso, così da continuare a scrivere la mattina. Ristrutturazione di appartamenti, riparazione di cessi, allestimento di terrazzi per parigini con case con vista. Conosce, per la prima volta, la vergogna reputazionale, che è il vero male del nostro tempo. Scopre la fatica vera, e che la fatica vera viene pagata pochissimo – quello che neanche basta per l’affitto di un seminterrato umido, e per passare qualche euro all’ex moglie (la stessa Donzelli) e ai figli visti solo in videochiamata.

LA MATTINA SCRIVO - Trailer Ufficiale (dal 5 Marzo al Cinema)

È il contrario dei Perfect Days wimwendersiani. Non è la poesia (molte virgolette) di una vita come tante, è il tunnel kafkiano in cui si entra quando non ci basta più niente, quando non bastano più nemmeno le passioni. Quando neanche il romanticismo degli ultimi dei romantici serve a reggere i contraccolpi delle crisi pubbliche e private.

Ma Donzelli non ne fa mai un discorso morale, se mai solo d’osservazione. Dopo aver (quasi) esordito con uno dei film più stupefacenti degli anni ’10 francesi e oltre (La guerra è dichiarata, son già passati quindici anni), si era un po’ persa (da noi sono arrivati Marguerite & Julien – La storia degli amanti impossibili, 2015, e più di recente Il coraggio di Blanche, 2023), e adesso piazza un film asciuttissimo ma non per questo non emotivo (anzi) che sembra un Bresson, o una Varda del genere Senza tetto né legge, grazie pure alla prova impressionante del suo protagonista, che “sottrae” tutto, senza tematizzare (o peggio, sensazionalizzare) mai niente, fin quasi a scomparire.

La mattina scrivo non vuole essere l’epica del quotidiano né di niente (come del resto il bel libro autobiografico che lo ispira: s’intitola come il film, l’ha scritto Franck Courtès, da noi è uscito per Playground), e nemmeno un ritratto generazionale, a dispetto di quel che dicevo all’inizio. Eppure diventa un racconto che dice moltissimo di noi, del troppo che vogliamo e del poco che siamo ormai disposti a tollerare, di questo esubero di appassionati che reclamano tutti il loro posto nel mondo. O forse, dell’unico modo per essere, chissà, felici: fare quello che ci piace solo per noi. Dedichiamo le mattine alla nostra passione, il resto è solo vita, chi se ne importa.