Era il 31 agosto del 2016, anzi il 30. Il 31 cominciava Venezia, il 30 sera c’era un’anteprima dell’anteprima. Un’anticipata per la stampa che avrebbe intervistato Emma Stone l’indomani. Vidi La La Land per la prima volta nella piccina Sala Casinò, eravamo in quattro gatti. La mattina dopo, visto che c’era tempo prima della chiacchierata con l’attrice protagonista (che poi per quel film avrebbe vinto il suo primo Oscar), tornai alle otto e mezza a rivederlo Sala Darsena. Più grande, più gente, più bello. Si poteva cantare (le canzoni erano già entrate in testa) e piangere meglio.
Dieci anni dopo, La La Land è ancora più di un film. È un modo di stare dentro il cinema: per chi lo fa, per chi lo guarda. Venezia, nel suo (relativamente) piccolo, a quel tempo era tornata grande, era la perfetta vetrina di filmoni da Oscar; la “formula Barbera” era stata messa definitivamente a punto nel 2013, anno in cui ad aprire era stato Gravity di Cuarón, e perdura ancora oggi (salvo che ora i grandi Studios non mandano al Lido – ma nemmeno a Cannes – manco gli habitué di casa: vedi, quest’anno, Iñárritu con Digger e Villeneuve col terzo e ultimo Dune; perché costa troppo, perché temono le brutte recensioni – vedi Joker 2 –, perché perché perché). Hollywood, nel suo (relativamente) grandissimo, era invece diventata piccola; più che i singoli film (eravamo nel pieno dell’era Marvel Cinematic Universe), pareva tramontato il sogno.
Il (relativamente) piccolo Damien Chazelle, allora trentunenne, aveva girato qualche corto (tra cui Whiplash, che avrebbe ispirato l’opera seconda) e un paio di lunghi: l’ultra-indie e invisibile Guy and Madeline on a Park Bench, già innestato della sua poetica musical, e appunto Whiplash, arrivato fino agli Oscar (candidatura a miglior film e miglior sceneggiatura e tre premi: miglior attore non protagonista a J.K. Simmons, miglior montaggio e miglior sonoro). Ma pensava in grande. Nessuno, da tempo all’epoca immemore, era tornato a immaginare il cinema come macchina hollywoodiana più grande della vita, più grande del cinema stesso – o almeno, del cinema com’era mutato a quel tempo.
Non devo raccontarvi di cosa parla La La Land, o dei cambi in corsa (i protagonisti originali sarebbero dovuti essere Miles Teller, già in Whiplash, ed Emma Watson), o delle canzoni. Né del pastrocchio con la busta agli Oscar. In realtà, quel finale di corsa così (in)famous è la vera certificazione di quel che è (stato) il film di Chazelle. L’errore di Faye Dunaway e Warren Beatty è stato casuale, ma ha confermato inconsciamente qualcosa che in molti pensavano: il cinema avrebbe potuto ripartire da quella storia così naïf e insieme così dottamente precisa di sognatori a L.A., da quelle due star perfettamente incastrate, da quei fondali dipinti del finale che sembravano rubati a Un americano a Parigi ma con una mano modernissima, febbrile, che si pensava grande avendo l’intelligenza di restare, a suo modo, piccola.
Dopo avergli dato l’Oscar come miglior regista (il più giovane a vincerlo nella storia), il sistema non ha rigettato Chazelle, ma ha forse pensato che le sue ambizioni non fossero di questo tempo, o quantomeno non allineate all’“agenda” dell’industria. Sbagliava. Senza l’affascinante seppur difettoso First Man (2018), altra apertura veneziana, non esisterebbe quel Project Hail Mary che ha riportato Ryan Gosling nello spazio con una perfezionata nonchalance, confermandone la statura di novello Tom Hanks (o quasi). Senza il sontuoso e incompreso Babylon (2022), non avremmo avuto nessuno capace di (ri)pensare a Hollywood come l’origin story di tutti e tutto, se si vuole fare cinema. Hollywood come luogo dannato e bellissimo, come city of lights e buco nero dove nuotano i (veri) coccodrilli. Una grandeur, capace di restare però piccina, che in tanti non gli hanno perdonato, o che semplicemente non hanno capito fino in fondo.
Chazelle non è un semplice citazionista, è uno scholar, come dicono loro, che riparte filologicamente (e con parecchio nerdismo) dal cinema che fu per credere ancora nelle sue possibilità di oggi, e La La Land resta la dimostrazione pratica e poetica del suo metodo. Oggi il film torna nelle sale USA più splendente di prima, solo con l’altrettanto (in)famous manina di Ryan Gosling raddrizzata sul poster: ma a noi piaceva di più prima, insieme icona e meme, errore sghembo dentro una perfezione che sembra ancora oggi capitata per caso.
Agli Oscar 2017, dopo il pasticciaccio della busta, avrebbe vinto Moonlight, film importantissimo per mille ragioni, giusto e un po’ programmatico. Oggi mi sembra più evidente che mai che se la testa ci porta lì (le battaglie che sarebbero venute dentro e fuori dal cinema, i dibattiti politici dopo un decennio ancora più centrali che mai), il cuore continua a battere per Mia Dolan e Sebastian Wilder, per quell’another day of sun in cui tutti sperano, dopo l’ennesima prova della vita fallita o fallata. Here’s to the fools who dream: noi ci troverete sempre da quella parte.
















