La formula imperfetta di ‘Babylon’ | Rolling Stone Italia
Everybody comes to Hollywood

La formula imperfetta di ‘Babylon’

Volutamente imperfetta. In tempi di cinema mainstream al palo, Damien Chazelle gioca una scommessa pazza e però vinta. E firma un film difficile, libero, per un pubblico adulto (finalmente!), che racconta le origini della fabbrica dei sogni come forse nessuno. Diffidate di chi lo demolisce

Margot Robbie è Nellie LaRoy in ‘Babylon’ di Damien Chazelle

Foto: Paramount Pictures

«“Hollywood è come l’Egitto”, disse David, “piena di piramidi in rovina. Non risorgerà mai più. Continuerà a sgretolarsi finché il vento non trascinerà sulla sabbia l’ultimo fondale di cartapesta”». Le parole attribuite a David O. Selznick, sommo tra i produttori sommi (Via col vento: punto), stanno nell’autobiografia di Ben Hecht, sommo tra gli sceneggiatori sommi (La signora del venerdì: punto). Le riporta a sua volta David Thomson nella Formula perfetta, il più bel libro sul cinema che possiate leggere di questi tempi (in realtà è del 2004, in Italia è uscito solo l’autunno scorso, edito da Adelphi).

Hollywood è come l’Egitto ma anche come Babilonia, cioè Babylon, il film (esce il 19 gennaio) che Damien Chazelle dedica alla fu Tinseltown e al suo sogno (sicuri sicuri?) dopo La La Land. Babylon è la storia di Nellie LaRoy, e Manny Torres, e Jack Conrad, cioè Margot Robbie, Diego Calva e Brad Pitt, tutti bellissimi e tutti a loro modo coinvolti nella nascita del cinema moderno (non spoilero – non c’è molto da spoilerare – ma c’entra moltissimo il solito Cantando sotto la pioggia).

Il titolo La formula perfetta rimanda a Chinatown di Polański, che a sua volta rimanda agli Ultimi fuochi, il romanzo incompiuto di Francis Scott Fitzgerald (poi ultimo film di Elia Kazan) che parafrasava la vita di un altro sommo produttore, Irving Thalberg (Rapacità: punto). La formula perfetta – in sintesi estrema – si ottiene quando industria e arte vanno insieme; quando, in un colpo solo, si fanno un sacco di soldi e anche un capolavoro per i tempi presenti e quelli che verranno.

Babylon non farà un sacco di soldi: uscito a Natale negli Stati Uniti, è arrivato oggi a 15 milioni di dollari d’incasso scarsi (a fronte di 110 milioni di budget). Babylon non voleva fare un sacco di soldi (oddio, la Paramount forse sì: ma su questo tornerò tra pochissimo). Babylon poggia chiaramente su una formula imperfetta, e va benissimo così.

Babylon, vi diranno molti critici o sedicenti tali (soprattutto italiani), è una cagata. Il che mi porta a domandarmi: ma cosa vede (o cosa vuole vedere) ’sta gente, se manco Babylon le sta bene? Ma non è questo il punto. Babylon è, per i tempi che viviamo, un film semplicemente impossibile. In tutti i sensi. È un film che dura tre ore e dieci (pure il nuovo Avatar, direte voi; pure tutti o quasi i film che escono oggi; vero, ma c’è una differenza sostanziale nella struttura, nel rischio, in tutto). È un film mainstream che non ha nulla del film mainstream. È un film con mille piste, mille sequenze, mille registri (la commedia, la biografia, il mélo, l’avventura, persino l’horror). È un film fatto di mille film. È un film per il grande pubblico che oggi però pare potabile solo per pochissimi, nonostante le grande produzione e le grandi star ingaggiate (ma usate tutte come antistar). È giusto? È sbagliato? È così, e basta.

Il cinema – questo cinema – è ormai esercizio di e per pochi. E anche quando, come in questo caso, è prodotto dagli Studios tradizionali, diventa per paradosso un atto quasi sperimentale, liberissimo, dove tutto è possibile. Così è appunto Babylon, che contravviene consapevolmente a tutte le regole del racconto classico per consegnare il racconto più classico che c’è: il racconto del e sul cinema.

«Forse la cosa che caratterizza maggiormente [Hollywood] è di non essere mai consapevole della rapidità vertiginosa delle sue trasformazioni», si legge nella Formula perfetta. Chazelle ne è assolutamente consapevole. E sceglie la più grande trasformazione avvenuta a Hollywood (il passaggio dal muto al sonoro) per realizzare il suo film nell’epoca di altri cambiamenti massimi: l’avvento delle piattaforme, dello streaming, della fruizione serializzata, parcellizzata, eternamente distratta.

Per questo partorisce un film così spericolato, complicato, difettato anche: lo fa come atto di sfida nei confronti di un’industria che si è evidentemente spostata altrove. (Paramount, scrivevo poc’anzi, produce questo film impossibile e lo fa di certo non per perderci, ma col rischio consapevole che questo succederà. Nel frattempo, Paramount ha aperto Paramount+, distaccamento streaming di pari qualità cinematografica destinato alle platee oggi più nutrite, e ai formati che oggi attirano più soldi. Il che la rende molto più libera di sperimentare, per così dire, nel cinema da sala.)

Brad Pitt e Diego Calva. Foto: Paramount Pictures

«A Hollywood bisogna cogliere l’attimo fuggente e infischiarsene del futuro», scrive Thomson. E Chazelle sembra riportarlo per immagini nella sua parabola etica ed estetica che, fin dal principio, entra dentro le cose con un misto di fedeltà e immaginazione temerario, con la sequenza pirotecnica del grande party debosciatissimo, pieno di sesso, coca, pissing, tutto quanto, tutto subito, sbattuto letteralmente in faccia (al pari di una merda d’elefante che, prima ancora, apre il racconto in modo parimenti esemplare).

«[I nuovi metodi di produzione] sono un cancro nel cuore dell’industria: lenti, deprimenti e assurdamente costosi, soffocherebbero qualsiasi entusiasmo; questo serve solo a rendere disastrosamente pericolosa ogni forma di sperimentazione, tarpando le ali a un business che è sempre stato e sempre sarà una scommessa». Queste sono invece parole – sempre da La formula perfetta – attribuite a Preston Sturges, sommo tra i registi sommi (I dimenticati: punto). Babylon è una scommessa certamente pazza, ma certamente vinta.

«La prima generazione di persone che si accinse al compito di intrattenere tutto il Paese in un colpo solo non era minimamente preparata» (dal solito libro), e così è il ritratto di Babylon: l’aspirante diva (favolosa Margot Robbie, con un look volutamente contro la classica iconografia anni ’20) e il divo che sta sfiorendo (ma che fiore che è Brad), e poi il ragazzo un po’ naïf che vuole entrare nella fabbrica e nel sogno (notevole l’esordiente Diego Calva) e che in quella fabbrica proverà tutti i mestieri, diventando – anche per noi – il testimone di questa storia. «Un concetto fondamentale per capire la storia del cinema è che ci sono differenze di classe anche nel modo di reagire al successo», si legge nel libro, e tutto questo c’è pure nel film: la storia del cinema è da sempre e per sempre una storia di soldi, di lotta di classe, di scommesse (perlopiù perse).

Margot Robbie con Brad Pitt, Katherine Waterston e, sullo sfondo, Eric Roberts. Foto: Paramount Pictures

Babylon è la storia dell’eterna giovinezza – immaturità? – di Hollywood («Il cinema è da sempre una cosa per giovani», sempre da Thomson), ma anche un film mortifero, lugubre, nerissimo, la storia di un’arte (o industria?) che forse è nata già morta (splendida la sequenza nei bassifondi, coi coccodrilli e un gigantesco Tobey Maguire versione barone von Aschenbach col trucco che cola: Morte a Los Angeles). «L’affinità tra il cinema e la morte è stata ignorata troppo a lungo», scriveva del resto Norman Mailer. E Chazelle, nell’affrescare a suo modo la nascita del cinema (di ieri), finisce per teorizzare la morte del cinema (di oggi).

Babylon è un film strapieno: di storie e storielle, tante da perdere il conto; di personaggi (la cronista impicciona di Jean Smart mutuata su Elinor Glyn e Louella Parsons; la protostar asiatica di Lin Ju Li, praticamente Anna May Wong; il meraviglioso assistente alla regia interpretato da P.J. Byrne); di movimenti di macchina (strepitoso il lavoro del direttore della fotografia Linus Sandgren); di camei (Olivia Wilde, Flea, Spike Jonze, Max Minghella, Eric Roberts, tantissimi altri). E, naturalmente, di musica. Questa è anche la storia di origini e di passaggi musicali, del jazz dei neri (il trombettista fittizio Sidney Palmer interpretato da Jovan Adepo) che entra nell’industria dei bianchi, della rivoluzione sonora in tutti i sensi. Ed è tantissima, bellissima, la musica del solito Justin Hurwitz, praticamente un’evoluzione della partitura di La La Land, così tanto “presso sé stessa” da autocitarsi – e lui e Chazelle se lo possono permettere.

«Ancora oggi il cinema americano si rivolge più a un pubblico di bambinoni viziati che a una società di adulti consapevoli, responsabili e aperti agli stimoli», scrive Thomson: era il 2004, vale probabilmente anche di più quasi vent’anni dopo. Babylon è un film per adulti, anche solo questa è una bellissima notizia.