L’adattamento dell’Odissea firmato Christopher Nolan, nel complesso eccellente, è molte cose insieme, ma nonostante le voci contrarie che circolano online, non è certamente un’opera “woke”.
Chiunque adatti un testo fondamentale di tutta la letteratura occidentale rischia di essere criticato; il poema epico di Omero è troppo importante, la storia è stata perfezionata nel corso dei secoli attraverso la tradizione orale prima di essere messa per iscritto. Ma la reazione reazionaria (pardon) della folla online a questo film, guidata dall’uomo più ricco del mondo prima ancora della sua uscita, è ridicola. Sì, il regista sapeva sicuramente che avrebbe suscitato polemiche per aver scelto Lupita Nyong’o nel ruolo di Elena di Troia e l’attore trans Elliot Page in quello di uno dei fedeli soldati di Ulisse. Mettiamo da parte le insensate guerre culturali sulle figure mitologiche (dov’era, per dire, la protesta contro il tipicamente americano Matt Damon nei panni dell’astuto marinaio greco?). Parliamo invece del fatto che Nolan ha realizzato un’epopea contro la guerra e un potente monito sui pericoli del crollo della civiltà nel nostro tempo. Se lo si considera insieme a Oppenheimer, è chiaro che Nolan ha in mente l’Armageddon.
La storia dovrebbe essere ben nota a tutti: Ulisse, dopo dieci anni di combattimenti a Troia, deve tornare da sua moglie e suo figlio, assediati nella loro stessa casa da ospiti predatori. Sfortunatamente per lui e i suoi uomini, lungo il percorso egli acceca il Ciclope, il mostruoso figlio di Poseidone, dio del mare, attirandosi così l’ira degli dèi. Per oltre dieci lunghi anni naviga verso casa, affrontando mostri, streghe e semidei, irrimediabilmente smarrito nel mare scuro come il vino.
Nolan racconta questa fondativa storia d’avventura in modo vivido, da grande regista d’azione qual è sempre stato, ma è l’agghiacciante flashback sulla caduta di Troia, verso la fine del film, a far emergere improvvisamente in tutto il suo rilievo il vero tema di Nolan: l’orrendo costo della violenza, sia a livello personale che per la società. Come avverte l’Ulisse interpretato da Damon, dopo la caduta di Troia l’Età del Bronzo in cui tutti vivono sta volgendo al termine, segnando la fine della civiltà così come queste persone la conoscono.
Nonostante la natura mitologica dell’Odissea, questo aspetto della storia sembra effettivamente avere un fondamento storico. Dopo la caduta della vera città di Troia intorno al 1200 a.C., tutte le civiltà del Mediterraneo orientale crollarono. I misteriosi Popoli del Mare iniziarono a compiere incursioni e ne seguì una distruzione di massa: un arco di fuoco e sangue che si estese dalla Grecia alla Turchia e alla Siria, fino all’Egitto. Sulla scia di quella carneficina seguì un’età oscura che durò centinaia di anni. Il brillante libro dell’autore Eric H. Cline, 1177 a.C. – Il collasso della civiltà, passa in rassegna tutte le varie teorie sul perché si sia verificato quel cataclisma. Cline approfondisce le guerre dei Popoli del Mare, gli effetti del cambiamento climatico, le disastrose guerre commerciali, l’afflusso di nuovi popoli e le rivolte interne, tutti fattori che destabilizzarono l’intera regione.
Tutte queste tematiche sono purtroppo fin troppo attuali. Scommetterei che Nolan abbia letto il libro di Cline; sicuramente conosceva bene i fattori concomitanti che portarono l’Età del Bronzo a una brusca battuta d’arresto.
Le scene di violenta devastazione e massacro durante il saccheggio della città sono tra le rappresentazioni più strazianti di sete di sangue di massa e di conflagrazione mai portate sullo schermo. Non perché siano particolarmente crude, ma perché l’orrore negli occhi di Damon non lascia allo spettatore alcun dubbio sul terribile tributo pagato. Ulisse sa che ciò che i Greci hanno fatto non potrà mai essere annullato. E a tempo debito, scopriamo che ciò a cui ha assistito e ciò che ha fatto durante l’incendio della città lo perseguita. Dopotutto, è stato proprio lui a ideare e costruire il cavallo: il tradimento definitivo, un dono inviato per distruggere. Il senso di colpa e l’orrore di Ulisse si manifestano per tutto il film e lo perseguitano fisicamente durante il suo lungo viaggio di ritorno a casa. Visioni divine dei morti che seguono i vivi in giro per il mondo.
I due grandi poemi epici di Omero, l’Odissea e l’Iliade, ci hanno ispirato per oltre due millenni. Sono stati interpretati, tradotti e rivisitati più e più volte, e continueranno a esserlo per sempre. La versione di Nolan è quella di cui abbiamo bisogno proprio ora. È un duro monito sulle conseguenze delle nostre scelte e su dove, in ultima analisi, risieda il dovere. Se questo non è conservatorismo con la “c” minuscola, e l’antitesi della politica identitaria sdolcinata, non so cosa lo sia.
Il finale inaspettato del film di Nolan mi ha fatto venire in mente un’altra grande opera che affonda le sue radici profonde in Omero: il classico del poeta irlandese Seamus Heaney, The Cure at Troy. I versi riportati qui sotto, in particolare, trasmettono un messaggio cruciale in questo periodo di sconvolgimenti sia in patria che all’estero:
Gli esseri umani soffrono,
si torturano a vicenda,
vengono feriti e si induriscono.
Nessuna poesia, né opera teatrale, né canzone
può riparare pienamente a un torto
inflitto e subìto
La storia dice: non sperare
da questa parte della tomba.
Ma poi, una volta nella vita,
l’onda gigantesca tanto agognata
della giustizia può sollevarsi,
e la speranza e la storia fanno rima.
Quindi spera in un grande cambiamento epocale
al di là della vendetta.
Credi che quella sponda lontana
sia raggiungibile da qui.
Credi nei miracoli,
nelle cure e nelle sorgenti curative.











