Kevin Spacey, il re è nudo | Rolling Stone Italia
Il solito sospetto

Kevin Spacey, il re è nudo

«Grazie per aver avuto le palle di invitarmi». Durante la masterclass al Museo del Cinema di Torino, è lui il primo a riconoscere che ci sono due Spacey: il genio della recitazione e l’uomo travolto dagli scandali. Noi c’eravamo: ecco la cronaca dell’incontro

Kevin Spacey riceve a Torino il premio Stella della Mole

Foto: Stefano Guidi/Getty Images

Le masterclass sono quegli incontri dove la star hollywoodiana di turno arriva, si siede, risponde a domande innocue (oltre che futili) sul proprio passato, ripercorrendo le tappe della propria carriera. Praticamente, sono una gigantesca, colossale, marketta postuma (ma in vita). Succede sempre così – al Festival di Cannes, alla Mostra del cinema di Venezia, alla Festa del cinema di Roma – tranne ieri, a Torino. La masterclass di Kevin Spacey è stata molto più che una corsa a perdifiato lungo il viale dei ricordi. Quel momento amarcord grondava infatti attualità perché mostrava lo Spacey Pre e Post Scandalo Molestie. Da un lato c’erano infatti le clip con lui, strepitoso, che giganteggiava in capolavori come Seven, I soliti sospetti, American Beauty, L.A. Confidential, House of Cards. Il suo carisma era palpabile: magnetico, bucava lo schermo. Poi, sul palco, c’era l’altro Spacey: quello più dismesso e dimenticato da Hollywood, la cui carriera è stata stoppata dalle denunce di abusi. Lo scarto era a dir poco impressionante e più seguivi la masterclass, più non riuscivi a mettere insieme l’uomo e l’artista.

Bisognerebbe distinguerli, certo, se non fosse che in quel momento il Museo del Cinema di Torino te li sbatteva, entrambi, in faccia: i due Kevin. Le due anime del successo. E tu – donna femminista e paladina dei diritti – finivi controvoglia per ammettere che era un peccato dover rinunciare a un talento come quello di Spacey. Come è noto, l’attore è fermo ai box dal 2017, anno domini della prima accusa (delle tante) che lo ha investito. Da quel momento, è stato estromesso dalla serie House of Cards e tutti i suoi progetti sono stati bloccati. In questi cinque anni la giustizia ha fatto il proprio corso, l’attore ha vinto la causa di molestie contro Anthony Rapp (l’abuso risaliva al 1996), altre sono andate in prescrizione, altre ancora sono finite per la sopraggiunta morte della vittima. Tuttavia all’appello ci sono ancora sette capi d’accusa da sviscerare: il processo è attualmente in corso a Londra. Al centro, tre uomini vittime di Spacey e un’accusa di cattiva condotta sessuale tra il 2001 e il 2004.

Ebbene, nel bel mezzo del dibattimento giuridico (Spacey si è collegato via Zoom per intervenire al processo londinese) il Museo di Torino decide di premiarlo con la Stella della Mole. Le polemiche a riguardo sono notorie, ma riassumiamo a beneficio di chi vive su Marte: semplificando, i garantisti celebrano l’arte applaudendo il riconoscimento alla star di House of Cards, al grido di: “Chissenefrega di cosa fa Spacey nel suo privato: resta un grande artista” (il sottosegretario Vittorio Sgarbi l’ha detto molto meglio, scomodando addirittura Caravaggio, ma il sunto è questo). Dalla parte opposta della barricata ci sono invece i cauti che dicono: “Sì, ok, ma il tempismo non è proprio il massimo: non si poteva aspettare di avere la sentenza?”. In questo testa a testa ieri è entrato, a gamba tesa, lo stesso Spacey: dopo aver ricevuto il premio a Torino, l’attore prende il toro per le corna ammettendo che “avete avuto le palle a invitarmi”. Segue una lunga lista di ringraziamenti, che a momenti coinvolge tutti, persino la signora delle pulizie del Museo. Cita il proprio doppiatore italiano, il pubblico che era “lì presente, in sala, quando poteva decidere tranquillamente di restarsene a casa” (il realismo non gli manca…), i fan “senza i quali nulla di tutto questo esisterebbe”, il regista Franco Nero che l’ha chiamato per il film L’uomo che disegnò Dio “in un momento molto difficile della mia vita”, e il suo manager ma soprattutto grande amico. A più riprese non manca di sottolineare che a Torino si sta premiando “l’arte, il processo creativo: ringrazio il Museo di Torino che con il suo lavoro preserva il mestiere e il cinema”. Insomma, lui è il primo a cavalcare il distinguo tra vita privata e professionale (anche perché gli conviene, diciamocelo).

La stampa di tutto il mondo era ovviamente lì con gli occhi puntati, pronta a inzuppare il biscotto nella polemica. In realtà, di scandaloso c’è stato ben poco, a meno di non voler dare corda a Deadline quando scrive “abbiamo chiesto di intervistare Spacey ma ci è stato negato: l’attore ha avuto solo un incontro con la stampa italiana”. Della serie: ha parlato solo con gli amici suoi, che lo premiano e gli danno pure del lavoro (vedi Franco Nero). Di nuovo, però, il nostro non le manda a dire: Kevin fa sapere che quella italiana non è la sua prima uscita pubblica, perché lui non ha mai messo in pausa la sua vita. “I media pensano: Spacey alla prima uscita in pubblico! Invece dovrebbero dire: io per la prima volta lo vedo in pubblico”, dichiara all’agenzia Ansa. “Non mi sono mai nascosto: non mi sono messo in una grotta, ho sempre vissuto tra la gente, facendo la mia vita, al ristorante, in viaggio, incontrando persone genuine, generose e compassionevoli. Le dimostrazioni calorose che ho avuto qui al termine di questa settimana fantastica, l’accoglienza ricevuta non sono una ‘prima volta’. Non è questo un nuovo inizio, semmai la continuazione di tutta la mia carriera”.

Poi, per l’appunto, arriva il momento nostalgia, aka la masterclass. E qui, di nuovo, Spacey dimostra un grande realismo. All’imbarazzato moderatore, che teme di porre domande banali, l’ex star di American Beauty replica: “Tranquillo, non ti giudicherò: puoi farmi tutte le domande stupide che vuoi”. Finalmente qualcuno che, in una masterclass, grida che il re è nudo. Tuttavia Kevin riesce a trasformare quello che poteva essere un bigino per soli nerd in un momento interessante. Si abbandona a svariate imitazioni ma, soprattutto, regala diversi aneddoti. Per esempio, a quanto pare dobbiamo fare una statua alla madre dell’attore: è stata lei ad avvicinare il figlio al mondo dello spettacolo, portandolo al teatro e al cinema. Non solo. “Mia madre lavorava da mattina a sera: la sua vita non era semplice”, ricorda l’attore, “quando però facevo le mie imitazioni, riuscivo a strapparle una risata, ed è stata questa la principale ragione per cui iniziai a cimentarmi con le imitazioni: potevo farla ridere, regalarle un momento di gioia”. Tuttavia i suoi non è che fossero poi così entusiasti delle aspirazioni artistiche del figlio: per lungo tempo rimasero scettici, e solo quando Spacey divenne famoso si decisero a venirlo a vedere a teatro. “Mio padre mi raggiunse nel backstage e, molto lentamente, disse, scandendo le parole: ‘Bene… e così questa faccenda del recitare… sembra che funzioni’”.

Dai suoi racconti emerge un rapporto molto schietto, e tutt’altro che reverenziale, anche con i registi con cui ha lavorato. Per esempio, in American Beauty Sam Mendes diede a Spacey “lo stesso consiglio che George Cukor diede a Jack Lemmon: non strafare. Dovevo recitare il meno possibile”. In particolare, Sam gli spiegò la propria visione del personaggio: “Doveva evolversi, non cambiare. Mi chiese di ispirarmi a Lemmon, perché voleva che il protagonista attraversasse un viaggio interiore senza che quel cambiamento si percepisse. Non ci sarebbe stato un turning point, ma un’evoluzione”. Tra l’altro, quando ricevette l’Oscar per American Beauty, Spacey ringraziò l’attore e collega Lemmon. Dopo poco ricevette una sua telefonata: “La prima cosa che mi disse fu: ‘Ascolta, figlio di puttana…’. Ma come, lo interruppi io, ti ho appena ringraziato agli Oscar! E lui: ‘Sì, certo, ma io ho vinto il mio primo Oscar nel 1963, e ho impiegato 11 anni per vincere il secondo. Tu l’hai fatto in quattro, stronzo!’ (Spacey vinse la prima statuetta come non protagonista per I soliti sospetti, ndr)”.

A sua volta, anche David Fincher voleva che l’attore lavorasse per sottrazione, sul set di Seven: “Io arrivavo lì, con la mia valigia dell’attore, ossia quella con le idee e le soluzioni. Potrei fumare, gli dicevo, o bere, o aggiungere un tic… E David, laconico: ‘No’”. Tra l’altro Fincher era solito girare mille volte la stessa scena: “Te la faceva ripetere fino allo sfinimento, fino a quando tu eri stravolto e abbandonavi ogni gigioneria facendola dritta e pulita come la voleva lui. Molti mi fanno i complimenti per il personaggio di John Doe, ma la verità è che gran parte del merito è di David, che aveva un’idea molto precisa di come doveva essere il mio personaggio”. L’aneddoto sui titoli di testa è invece noto: Spacey non doveva essere nel cast e fu chiamato in seconda battuta. “Ormai io ero famoso quindi temevo che, se avessero letto il mio nome accanto a quello di Brad Pitt e degli altri, avrebbero subito capito la storia. Così chiesi di non figurare tra i titoli di testa. Pensavo che il regista si sarebbe preso un infarto, invece disse: ‘Bella idea!’”.

Notevole anche l’aneddoto sui Soliti sospetti. “Quando arrivai, Bryan (Singer, il regista, ndr) mi chiese se di solito vedevo i daily, ossia i giornalieri del girato. Gli risposi che sì, ero solito farlo, perché erano molto utili. Allora lui mi comunicò che, stavolta, non avrei visto nulla. Ho bisogno che tu ti fidi ciecamente di me, mi spiegò”. Quella regola valse per tutto il cast, tant’è vero che nessuno sapeva chi fosse Keyser Soze. “Quando finalmente Bryan mostrò il primo draft (montaggio preliminare del film, ndr) a noi del cast, ricordo che Gabriel Byrne gli fece una sfuriata: era assolutamente convinto di essere lui Soze…”.

Infine, immancabile la tappa sulla gestione della fama. Spacey ammette che non esiste una scuola per imparare a gestirla ma che lui, nel tempo, si è riappropriato del rapporto con i fan: “Il contatto con la gente è fondamentale”. Nella sua carriera ha inoltre imparato “molto di più dagli errori che non dai successi” e nella prima categoria include la lunga gavetta nei teatri “off-off… super off and often awful” (super di nicchia e spesso orribili, ndr). E il palcoscenico insegna più del cinema: “Nei film la tua performance è cristallizzata, mentre a teatro ogni sera puoi fare meglio”. Una palestra che ha forgiato un grande attore. Nonostante tutto.

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