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Kate Winslet e la dittatura del conformismo

L’attrice rinnega il lavoro con Woody Allen e punta a un altro Oscar. Noi stiamo zitti perché può tornarci utile e tagghiamo gli scemi per due follower in più: chi ha più ragione? Chi è più miserabile?

Foto: Gary Gershoff/Getty Images

Lo sapete: Kate Winslet s’è pentita d’aver lavorato con Roman Polanski e Woody Allen, ha detto a Vanity Fair America – testuale – che cazzo stavo facendo (rispondo io: due dei tuoi film migliori, Carnage e La ruota delle meraviglie), è entrata nei mipiace degli attivisti di Instagram e nei dislike di noialtri che proviamo a ragionare sulle cose, ma questo mondo non ce lo permette (le vere vittime siamo noi!). Poi, visto che come insegna Collodi le mosse poco furbe ne attirano di ancor più rovinose, è tornata sulla questione Woody in una videointervista con Variety: «Ho aperto gli occhi durante la promozione della Ruota delle meraviglie, è lì che ho pensato che forse non avrei dovuto fare quel film». E poi: «La cosa incredibile è che queste persone sono state celebrate, e lodate, e giustificate dall’industria per decenni. Il messaggio che passava, anche agli occhi di noi attori, era che non c’erano problemi a lavorare con loro». Poi aggiunge che non conosce la vera storia, non conosce la famiglia, che sì, è stato magnifico lavorare con lui (e pure con Roman), ma che avrebbe semplicemente dovuto fare un passo indietro e dire: non ci sto, grazie.

Allen, lo sa anche la ruota di Coney Island, è stato prosciolto da ogni accusa di abusi sulla figlia adottiva Dylan. Pure lui prova a ragionare sull’accaduto (tradotto: sulla follia manipolatrice di Mia Farrow; ma non starò qui a rispiegarvela) e sulla caccia alle streghe che ne è derivata e che perdura. L’ha fatto anche nell’autobiografia osteggiatissima dai soliti attivisti di Instagram (soprattutto americani) e pubblicata prima in Europa, come accadeva una volta coi libri neri banditi dai regimi. Oltre alla ruota di Coney Island, avrebbe dovuto saperlo anche Kate, ingaggiata da Woody per Match Point: era il 2004 (il film sarebbe uscito un anno dopo), i processi che scagionavano Allen son d’inizio ’90, in mezzo c’è stato tutto il tempo per informarsi. Winslet rifiutò la parte per stare con il figlio di due mesi, Woody chiamò Scarlett Johansson e la scelta giovò alla carriera di lei e all’amicizia di entrambi: nonostante sia l’attrice più pagata di Hollywood, Johansson continua – unica e sola – a difendere pubblicamente Allen. Tra il Match Point mancato e La ruota delle meraviglie son trascorsi altri dodici anni, anni in cui Kate avrebbe già potuto indignarsi, e invece nulla: tutto salta fuori adesso.

Perché? Perché è cambiato il Contesto. Dovremmo saperlo tutti: di quanti pensiamo che sono menti brillanti e poi, se ci ritroviamo a cena con gente che li sbeffeggia, non esitiamo a seguire lo sfottò generale, mentre scucchiaiamo il dessert? O viceversa: quanti sono per noi dei dementi clamorosi, e tra intimi li perculiamo, ma poi in società li abbracciamo a piene mani: perché sono unanimemente “approvati”, perché così finiamo nella bolla giusta, perché potrebbero svoltarci un lavoretto, perché hanno tanti follower e allora se li tagghiamo nelle stories sai mai che non ne salti fuori un repost.

Sono i social – e qui viene fuori il nonno Libero con la copia dell’Unità sottobraccio che è in me (se non sapete di chi sto parlando, è perché siete nati nell’epoca del Contesto) – la benedizione e insieme la sciagura del nostro tempo. Ma il punto è un altro ancora. A quelli che, a chi prova a ragionare, replicano «la dittatura del politicamente corretto non esiste», io rispondo: sì, avete ragione. Non esiste la dittatura del politicamente corretto: esiste la dittatura del conformismo. Che è più infido, peloso, stronzo. Il politicamente corretto avrebbe pure una spinta positiva (poi spesso azionata da cretini, ma vabbè), il conformismo nasconde e preserva.

In fondo Kate la si può capire. Noi stiamo zitti (o puntiamo l’indice) perché farlo può tornarci utile, in un modo o nell’altro. Kate ha appena presentato al virtual-festival di Toronto un film – Ammonite, drammone d’amore tra lei e Saoirse Ronan – per cui parlano già di nomination agli Oscar. Gli Oscar che ancora non saranno quelli delle regole dell’inclusione (avverrà dal 2024), ma insomma il clima è questo. Il Contesto è questo. Noi tagghiamo gli scemi per due follower in più, lei potrebbe strappare una seconda vittoria all’Academy: chi ha più ragione? Chi è più miserabile?

L’ultima questione è quella che fa di me nonno Libero per davvero. Molte anime belle probabilmente non lo sanno (o fingono di non saperlo), ma – che siano like o statuette – di mezzo ci son sempre i soldi. È là che mira questo conformismo, questo Contesto: ad alimentare un’industria che s’indigna soltanto per proteggere sé stessa. Gli hashtag politici sui social oggi muovono più soldi dello sbigliettamento nelle sale, tanto vale andarci dietro. Forse non è stata Kate a decidere deliberatamente di prendere le distanze di Woody. Forse gliel’ha suggerito qualcuno, forse è semplicemente andata dietro alla conversazione, come si dice oggi. Lo facciamo noi a cena, per poter essere invitati un’altra volta, e chi se ne frega se sparlano del mio amichetto: il padrone di casa sta diventando un influencer. Lo fa lei e magari vincerà un altro Oscar. A questo punto tiferò per te, Kate: almeno il vile casotto contro il povero Woody sarà servito a qualcosa.

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