‘John Lennon: The Last Interview’ è un’esperienza travolgente | Rolling Stone Italia
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‘John Lennon: The Last Interview’ è un’esperienza travolgente

Presentato a Cannes il documentario di Steven Soderbergh sull’ultima intervista del musicista. Un testamento fatto di impegno politico, sperimentazione e amore universale. La recensione

‘John Lennon: The Last Interview’ è un’esperienza travolgente

‘John Lennon: The Last Interview’

Foto: Sugar 23

L’8 dicembre del 1980 John Lennon veniva assassinato da uno squilibrato, Mark David Chapman, di fronte al Dakota Building, a New York. Solo poche ore prima, aveva finito di rilasciare un’intervista fiume a Ron Hummel, Dave Sholin e Laurie Kaye della RKO Radio Network, preceduta da una sessione fotografica con Annie Leibovitz per Rolling Stone che avrebbe fatto la storia. Al centro di tutto c’era Double Fantasy, l’album che aveva da poco pubblicato, creato assieme alla moglie Yōko Ono. Quella lunga, intima conversazione sarebbe diventata il suo testamento, l’ultima volta in cui l’ex Beatle avrebbe avuto la possibilità di parlare della sua visione della musica, della vita e di quel matrimonio, diventato un vero e proprio fenomeno mediatico e culturale.

Steven Soderbergh non è nuovo al genere documentaristico, ma questo John Lennon: The Last Interview è una delle opere più ambiziose, importanti e impattanti che il regista americano abbia avuto tra le mani in carriera. Quel nastro, quella lunga conversazione dei due coniugi-artisti con i tre giornalisti, sono la base da cui Soderbergh parte per guidarci in quel finire di 1980 così strano, atipico. Lo fa usando le parole, i significati, le idee e visioni di due artisti unici. Sarebbe infatti sbagliato e incoerente dire che è solo Lennon il protagonista: Yōko Ono è parimenti importante. John Lennon: The Last Interview ci permette di comprendere il loro legame, che andava ben oltre la complicità artistica.

Foto: Sugar 23

Yōko Ono e John Lennon si erano conosciuti quando John era ancora nella band più famosa della storia ed era sposato con la sua prima moglie Cynthia, ma l’aveva tradita moltissime volte con moltissime donne nel corso degli anni. John Lennon: The Last Interview ce lo fa scoprire trasformato, completamente diverso. La cosa che più salta all’occhio è la tendenza all’autocritica totale da parte di Lennon. Parla di quel suo sé precedente come di un estraneo, di un passato lontano. Con Yōko Ono fu costretto, per sua stessa ammissione, ad assumersi la responsabilità di una relazione vera, con una persona che in lui non vedeva la star, il sex symbol.

Entrambi definiscono quell’unione come un esempio di complementarità totalizzante. Musica, arte, politica, filosofia, ma anche la famiglia, il creare qualcosa assieme di vero. Double Fantasy era un modo per rivendicare quell’unione di fronte al mondo, lo stesso mondo che detestava Ono perché la riteneva responsabile dello scioglimento dei Fab Four. John Lennon: The Last Interview invece contiene una rivendicazione di libero arbitrio senza mezze misure, anche artisticamente. Erano passati cinque anni dall’ultima volta in cui Lennon aveva inciso qualcosa, era nato il figlio Sean. Quell’album doveva segnare l’inizio di un percorso comune tra lui e Ono, dove la parola d’ordine era semplice: nessuna regola, nessuna definizione, nessuna divisione.

Foto: Sugar 23

Hummel, Sholin e Kaye ricordano quell’uomo vivace, socievole, per nulla scontroso o parco di parole. L’intervista durò molto più di quanto fosse preventivato, fu una confessione che John Lennon forse aspettava da tanto tempo di poter fare. Double Fantasy univa rock, pop, New Wave, synth-pop, funk, ma parlava soprattutto di una cosa: famiglia. John Lennon e Yōko Ono analizzano il complicato rapporto tra i sessi in quel 1980, ed è stupefacente come questo documentario ci faccia capire che avevano già previsto la crisi del maschio, la necessità di sbarazzarsi del culto della forza, il pericolo insito nella contrapposizione tra i generi. Tutti temi che in questo 2026 sono all’ordine del giorno, ma loro avevano già capito tutto. Lo stesso dicasi per l’analisi politica.

«Siamo la coppia Love & Peace, io sono Love lei è Peace», scherza Lennon, ma nel commentare l’eredità della generazione del ’68, nel constatare la svolta a destra del mondo occidentale con Reagan e Thatcher, una profonda inquietudine si insinua. Forse tra dieci anni torneremo ad avere un’altra contestazione, ipotizzano, ma il pericolo del culto della personalità è sempre in agguato. Politici, calciatori o musicisti noi amiamo farli depositari di speranze e paure, per poi sacrificarli in una sorta di rituale autoassolutorio.

Foto: Sugar 23

John Lennon: The Last Interview porta tutto questo con un ritmo travolgente, peccato solo per l’utilizzo massiccio e sgraziato di immagini e animazioni realizzate con l’intelligenza artificiale, un controsenso rispetto alla verità e alla genuinità che John Lennon e Yōko Ono donarono in quell’intervista. I generi musicali? Non esistono, spiega Lennon, esiste solo la musica. Non dovranno più esistere generi, razze, nazionalità, solo le persone, solo l’amore, il carburante con cui far andare avanti il mondo verso una pace universale e intima assieme.

Incredibile che un uomo come John Lennon sia esistito, così come la voglia di normalità che traspare dal suo legame con questa donna sorprendente. John e Yōko erano quanto di più distante ci fosse dalla narrazione del quotidiano di questo XXI secolo, basata su una supposta perfezione del nulla da vendere un tanto al chilo. Erano imperfetti, erano umani, lo rivendicavano, volevano che si vedesse. La morte fermò quel progetto, e John Lennon: The Last Interview non può fare a meno di spegnersi nel rimpianto, proponendo però una profonda riflessione su quanto immagine e verità siano distantissime l’una dall’altra. E questo John e Yōko lo sapevano meglio di chiunque altro.