Doveva essere solo un breve viaggio. Tutto qui: una scappata dal punto A al punto B, l’occasione per chiacchierare e staccare la spina dopo un semestre frenetico. Le lezioni sono finite e Tyler (Mitchell Cole), ex militare, si è offerto di riportare a casa dall’università tre vecchi amici: Fisher (Noah Toth), Day (Akira Jackson) e James (Phinehas Yoon). Si salta dalle eterne questioni da internet, tipo se sia più letale un falco o un gorilla, agli stage per l’estate. Tutti trovano che l’outfit di James per il primo giorno di lavoro abbia un’aria da “look da prima comunione”. Tutti vogliono sapere perché Tyler abbia lasciato la sua ragazza. È tutto molto rilassato, senza pretese, alla maniera dei venti-trentenni di oggi.
Questi vecchi amici sono però così presi dalle loro battute che Tyler, a un certo punto, si accorge di essere da un bel po’ sullo stesso tratto di strada in mezzo al bosco. Pensa di aver mancato una svolta qualche chilometro prima. Allora inverte la marcia e torna indietro per la strada che avevano già percorso. Niente. Sempre gli stessi alberi alti, la stessa vegetazione rigogliosa, le stesse fitte macchie boscose ai due lati. Tyler è così impegnato a scrutare il paesaggio in cerca di un’uscita che quasi non vede il muro di fogliame comparso come per magia in mezzo alla carreggiata. Il GPS dei loro telefoni sembra indicare che fosse la strada da cui erano arrivati. Ma ora il passaggio è sbarrato. James scende, comincia a guardarsi intorno…
E poi le persone, decine, sbucano a fiumi dal bosco, gridando aiuto e riversandosi in massa addosso ai viaggiatori smarriti. Vogliono tutte salire in macchina. Vogliono tutte aiuto. Uno cerca di tirare fuori Fisher con la forza. Tyler riesce a fare retromarcia, a recuperare James e a togliersi da quella mischia. I quattro non hanno scelta: devono guidare. Vanno avanti. E avanti. E avanti.
È l’inizio di It Ends (nelle sale italiane con I Wonder Pictures dal 29 ottobre, ndt), l’esordio nel lungometraggio del ventottenne sceneggiatore e regista Alex Ullom, che sfrutta fino all’ultima goccia questo scenario high-concept e lo-fi. Nel primo atto vengono fissate poche regole di base. Passano circa 90 secondi tra il momento in cui si fermano e quello in cui la gente esce di corsa dal bosco, di fatto aggredendo i nostri eroi. Il contachilometri continua a girare, ma la lancetta della benzina resta a un quarto di serbatoio per quanto guidino. Nessuno ha sonno. Nessuno ha fame. Sembrano intrappolati in un loop, o forse in uno spazio liminale simile a quella terra di nessuno nascosta nel negozio di mobili di Backrooms. I due film hanno in comune più di qualche caratteristica, in particolare lo stesso amore per le zone interstiziali infinite e lo stesso tipo di angoscia esistenziale a crescita esponenziale. È una variazione su un disagio analogo, più o meno. Un bastian contrario potrebbe tranquillamente ribattezzare il film Backroads.
Si intravede senz’altro una parentela tra questo road trip infinito verso il nulla e gli altri horror della Gen Z. In un mondo perfetto, la straordinaria variazione di Ullom su paura, disgusto e mancanza di radici post-universitaria otterrebbe la stessa accoglienza e gli stessi incassi di Obsession e Backrooms. Questo gioiellino a basso budget girava per i festival da molto prima che questo specifico mix di genere e angoscia generazionale diventasse un argomento di marketing, ovviamente, e It Ends si era già rivelato un piccolo successo indie prima che quei due film battessero i loro record. È stato uno dei primi grandi casi esplosi sul video store virtuale di Letterboxd e ha attirato abbastanza attenzione da convincere Neon, i tastemaker del momento, a puntare su una vera uscita in sala. Un grande vantaggio per il film, visto il debole di Ullom sia per i primi piani claustrofobici sia per i campi lunghi che enfatizzano una particolare forma di terrore da purgatorio. Che grande schermo sia.

Phinehas Yoon in ‘It Ends’. Foto: Neon
Ma alla fine quegli horror gemelli non sono né l’influenza principale né il paragone migliore per ciò a cui punta It Ends. Lo sarebbe invece A porte chiuse di Jean-Paul Sartre, in particolare la descrizione dell’inferno data da quel testo capitale del teatro. Vengono avanzate varie possibili spiegazioni per il dilemma del quartetto, da un trip collettivo a base di droghe a una maledizione antica, fino alla punizione karmica (“Non sono perfetto”, ammette uno di loro a proposito di quest’ultima ipotesi, “ma questa mi sembra decisamente esagerata”). James, che sembra alle prese con il tema della fede più degli altri, pensa che possano essere tutti morti.
Non c’è una spiegazione definitiva, perché non ne serve una. Presto la domanda passa da “chi sono queste persone che ci attaccano, perché ce lo meritiamo e come usciamo da questo loop?” a “cosa succede adesso?”. Ed è lì che It Ends comincia a rivelare le sue vere intenzioni. Sì, il peso metaforico è forte, e una battuta fin troppo didascalica (“Sei tu la ragione per cui stai soffrendo adesso”) ricorda che questo è un cineasta alla prima opera, che mette a fuoco la propria sensibilità artistica in tempo reale.
Ma è anche un segnale potente del fatto che It Ends ha in testa qualcosa di più dei jump scare. Ullom ha scherzato sul fatto di voler lanciare l’“horror da comitiva” (“hangout horror”) come sottogenere, e la battuta finale è che c’è riuscito oltre ogni sua più rosea aspettativa. (Da non confondere con la vera battuta finale del film, una gag visiva nel climax che vale il suo peso in risatine cupe e strozzate.) Si scopre che la paura dell’ignoto e lo spavento di essere assaliti senza un motivo apparente non sono nulla rispetto al terrore paralizzante di restare intrappolati nelle abitudini e impantanati nel tran tran. È senza dubbio uno spauracchio tipico della Gen Z, visto il mondo che ha ereditato. Ma non serve avere vent’anni per sentirsi gelare all’idea di essere destinati ad andare per sempre da nessuna parte, senza salvezza né fine in vista.










