A un certo punto di Ink, il film d’apertura dell’83esima Mostra di Venezia, il personaggio di Claire Foy – ex redattrice del Daily Mail passata al Sun per curare la “pagina femminile” – dice (parafraso): da ragazzina, quando sfogliavo i giornali, non volevo che fossero uno specchio. A me la mia immagine riflessa non piaceva, perché avrei dovuto cercarla altrove? Volevo vedere, se mai, persone che mi ispirassero. Sullo schermo vediamo scorrere immagini dell’allunaggio, di Martin Luther King. Poi – lascia intendere il film – la Storia è andata diversamente, fino ai reel sui social di oggi che sono lo specchio dello specchio, la nostra immagine riflessa all’ennesima potenza.
Danny Boyle, che ha diretto il film tratto dalla pièce di James Graham, non è un lecturer, né tantomeno un moralista. Ink è la storia dell’acquisizione del Sun da parte di Rupert Murdoch (correttissimo Guy Pearce, anche se più vecchio rispetto all’età che il magnate máximo dei media anglosassoni aveva al tempo: è il 1969) e la scelta di affidarlo al redattore del Daily Mail Larry Lamb (bravissimo Jack O’Connell: usatelo di più), mastino di media stazza a cui il giornale precedente non ha mai dato la vera occasione, o almeno è quel che pensa lui (come tutti i giornalisti che si credono eternamente incompresi). Insieme – sintetizzo – s’inventeranno il tabloid moderno che copre sport, soldi e sesso (win, free, love sono le parole d’ordine di Lamb), che mette le donne nude per gli uomini ma anche i libri proibiti sull’orgasmo femminile per le donne, e poi le mogli dei calciatori, Babbo Natale, soprattutto la Tv, perché tutti già la guardano ma è bandita dai giornali anche più popolari. Più che la stampa, bellezza, è quello che impareremo a chiamare infotainment.
Danny Boyle non è nemmeno un nostalgico. Quando, all’inizio di Ink, Lamb dice a Murdoch di inginocchiarsi nel mezzo di Fleet Street, la via in cui venivano stampati tutti i maggiori quotidiani inglesi, per sentire con le mani premute sull’asfalto il rumore delle rotative sottoterra, non suona come un sospiro di fronte ai bei tempi andati. Al massimo si ride di quel che eravamo, di come eravamo, così naïf di fronte a un mondo che, nel giro di trent’anni o poco più, sarebbe franato del tutto. Durante la proiezione stampa a Venezia si sono sentite di sicuro parecchie risate quando Lamb si dice dubbioso sull’accettare l’incarico di direttore perché al tempo il Sun era in crisi: vendeva solo 650mila copie, 700mila al massimo.

Guy Pearce (Rupert Murdoch) e Jack O’Connell (Larry Lamb) in una scena del film. Foto: Netflix
Ink non è la versione rock del Diavolo veste Prada 2 che lamenta la fine dei giornali. È, se mai, un period piece modernissimo, girato con la mano lesta tipica del suo autore, che indica non tanto la strada che avrebbero preso i giornali, belli o brutti che fossero, ma quella che avevamo già preso noi. Non è un film sullo specchio: è un film sul soggetto che vi si riflette dentro. Nonostante il montaggio finale (no spoiler) che mostra quello che siamo diventati oggi, da Donald Trump a Andrew Tate, dell’assenza di moralismo di Boyle fa anche parte l’assenza di giudizio nei confronti di Murdoch, almeno quello di allora, e questo il regista ci tiene a sottolinearlo. Se c’è un cattivo in Ink, quello se mai è Lamb. Ma un cattivo impreparato, semplicemente figlio del suo tempo, della società che vedeva (s)formarsi attorno a lui.
Apertura veneziana pimpante e a suo modo fuori dal tempo ma furbescamente ancorata al presente, Ink (che sarà distribuito in sala da noi da Lucky Red, mentre i diritti US sono di Netflix: la campagna Oscar è già cominciata) è uno di quei film “medi”, detto con accezione del tutto positiva, che al cinema mancano sempre di più. Film per adulti che vogliono intrattenere ma anche far riflettere (scusate), con un solido regista a guidare un ottimo cast, e capaci di lasciare la sensazione di aver visto qualcosa che non pretende di farti nessuna lezione, ma che comunque ti attiva la testa. E se la seconda parte prova a evidenziare le responsabilità delle scelte di chi faceva quei giornali in quel modo (c’entra un caso di cronaca nerissima che “entra” dentro la redazione stessa), alla fine conta più quello che il copione lascia immaginare rispetto a quello che dice, ed è questo a farne la struttura anche etica, oltre che narrativa.
Danny Boyle è partito da mastino à la Lamb che voleva far saltare il sistema in modo dinamitardo (ce l’ha fatta), ha vinto l’Oscar (per The Millionaire), ha rischiato di dirigere un Bond (ma ha comunque girato il video più meraviglioso di sempre, quello delle Olimpiadi con la regina Elisabetta e Daniel Craig). È entrato nell’establishment britannico ma resta il ragazzaccio non domo che dice la stessa cosa di sempre, da sempre: non sono mai gli altri, siamo sempre noi.
















