Rolling Stone Italia

In ‘Nuevo orden’ (e nel cinema messicano) c’è tutto quello che manca nel cinema italiano

Nel bene e male. Il film di Michel Franco, Leone d’argento a Venezia 77, è stato uno dei più discussi del festival. Ma è l’ennesima prova della vitalità artistica di un Paese che ha molto da raccontare

Foto: I Wonder Pictures

Dura mezz’ora, in pratica tutto il primo atto del film, la scena della festa di nozze di una coppia della jeunesse dorée messicana. Nella casa bunker arrivano amici e parenti, le donne indossano abiti color pastello, tranne la sposa, che ha un tailleur pantalone rosso, rosso come il cappottino della bambina di Schindler’s List e, come lei, lo porterà fino alla fine. Durante la festa, girata in modo così rutilante che, guardando il film in streaming, vi verrà voglia di tornare indietro e osservare i molti, geniali particolari della regia e del montaggio, ci sono tutte le premesse di quello che succederà.

Fuori dalla villa c’è una rivolta popolare che si esprime con scritte in verde sui muri e, dal rubinetto del bagno, esce acqua verde. La rivolta porterà a un golpe militare e a tutto quel che drammaticamente consegue: è distopia ma vedremo echi di immagini tristemente note, dai campi di concentramento nazisti alle stanze delle torture delle dittature sudamericane. “Putos ricos” è scritto sui muri in verde e sono loro, i loro privilegi, le loro abitazioni blindate, i loro figli che parlano in inglese di droghe e denaro, i loro amici alti papaveri e moralmente infimi, il centro del film. Il razzismo nel Paese appare strutturale (i bianchi al potere, tutti gli altri a svolgere le mansioni più umili), così come la corruzione, il clandestino passaggio di mano di banconote, gesto ripetuto più e più volte nel film, segno di una società ossessionata dal denaro.

In Nuevo orden (in prima visione assoluta dal 15 aprile su IWONDERFULL Prime Video Channel, evento inaugurale del canale di I Wonder Pictures), il regista Michel Franco, nato nel ’79, racconta la società messicana, le sue disparità in un racconto brutale e senza speranza. È stato per questo paragonato al coreano Parasite, ma se il film di Bong Joon-ho conduceva alla strage quasi in forma di commedia, qui siamo, da subito, immersi nel sangue e nella paura. Nuevo orden ha vinto il Leone d’argento all’ultima Mostra del cinema di Venezia e tuttavia non è stato scelto come rappresentate del Messico nella corsa agli Oscar: ci è andato Non sono più qui di Fernando Frías de la Parra, ma senza arrivare in cinquina. Poco male, il cinema messicano ha già raggiunto, negli ultimi anni e proprio agli Oscar, vette di notorietà ben superiori ad altre cinematografie. Ciò che più colpisce è come una serie di autori, a partire dai tre moschettieri (o, meglio, Tres Amigos, come ironicamente si chiamano loro), ovvero Guillermo del Toro, Alejandro González Iñárritu e Alfonso Cuarón, siano riusciti a far procedere in parallelo, e mai l’una contro l’altra, due anime cinematografiche, anzi quattro: quella locale e quella internazionale, quella arty e quella mainstream. Un successo che sta trainando quello di tanti altri registi.

Prima di loro, l’ultima volta che il Messico era stato sulla carta geografica del cinema fu quando Luis Buñuel ci stava in esilio e da lì, nel secondo dopoguerra, produsse, per esempio, L’angelo sterminatore. Il regista spagnolo si inseriva in un’industria locale allora fiorente. Ci sono perle del periodo che andrebbero recuperate. Di questi tempi, se avete già visto tutto quello che offrono le piattaforme più cool, trovate, per esempio, lo splendido noir del 1949 Salón México semplicemente su YouTube. Dopo Buñuel, dopo un lungo sonno, negli ultimi vent’anni il cinema messicano è rinato con cifre da boom: solo nel 2017 sono stati realizzati 175 film, in parte grazie al fatto che, dai primi Duemila, sono partiti dei grandi programmi di finanziamento governativo, e in parte perché la comunità latina che vive negli Stati Uniti ha promosso il cinema contemporaneo messicano con eventi tipo il Festival Tucson, diventati dei punti di riferimento per chi poi programma le rassegne internazionali.

Naian González Norvind in ‘Nuevo orden’. Foto: I Wonder Pictures

Non tutti i registi arrivano ai grandi festival, non tutti sono distribuiti, non tutti sono diretti o prodotti da nomi ormai A-List come quelli dei Tres Amigos. Ma questa vitalità produttiva è certamente significativa e non si spiega solo in termini di finanziamenti, film commission, vicinanza territoriale alla California e compagnia bella. C’è del pensiero contemporaneo. C’è la capacità di raccontare il passato recente ma trovando sempre un legame profondo, significativo, con il presente (e magari anche con un terrorizzante futuro, come nel caso di Nuevo orden).

C’è uno star system anomalo che si sparpaglia nel resto del mondo, ma anche che promuove a protagonista un’attrice mai vista prima (Yalitza Aparicio, la tata di Roma di Cuarón) e la porta fin sulla copertina di Vogue. Ci sono divi che, anche se famosi fuori, continuano a lavorare in Messico (Gael García Bernal e anche Diego Boneta, che, per esempio, è proprio in Nuevo orden). Ci sono persino delle registe donne come Alejandra Márquez Abella che si permettono di fare un film estremamente elegante ma di durissima condanna sociale come Las niñas bien, altra pepita (di soli due anni fa) da riscoprire. Dimenticavo: c’è persino un regista estremo (e rosselliniano) come Carlos Reygadas. A Città del Messico. Insomma, senza offesa per nessuno, c’è più o meno tutto quello che manca nel cinema italiano.

Iscriviti