«Il cinema non è morto, anche se lo sento dire da sempre. Anzi, negli ultimi tempi ha dimostrato di essere in salute, la sala è sopravvissuta. Certo, non indenne, ma se a fine anni ’90, con l’arrivo dello streaming, ci avessero parlato del successo dell’Odissea di Nolan nel 2026, dei numeri che sta facendo, non ci avremmo mai creduto. Allora eravamo certi della morte del cinema, non parlavamo del “se” ma solo del “quando”. E invece a farne le spese, nonostante lo streaming sia diventato una moltitudine di piattaforme, è stata la televisione. Chi l’avrebbe mai detto?». A parlare è Gian Luca Farinelli, l’uomo dei sogni del cinema italiano, neo-direttore artistico dell’Accademia del Cinema Italiano – Premi David di Donatello, che quarant’anni fa, giovane collaboratore della Cineteca di Bologna, si inventò con Nicola Mazzanti il Cinema Ritrovato, da allora polmone culturale di Bologna (quest’anno 150mila spettatori in nove giorni), partito da Piazza Maggiore per arrivare alla riapertura del Cinema Modernissimo. «Riaprire un monosala sotterraneo, in centro, senza parcheggio, sembrava una follia. E come programmazione, solo storia del cinema. Alzi la mano chi non avrebbe scommesso sul nostro fallimento. Però riflettiamo: abbiamo giovani che non ammettono una visione doppiata, che non trovano nulla di strano nel vedere una serie coreana in coreano. Questo è un pubblico che non viene dalla sala, ma per cui la novità è andare al cinema e scoprire film di cui magari hanno visto degli scampoli su TikTok. Per loro questo è il futuro: un’opera di un secolo fa in altissima qualità. Si è modificato l’identikit di chi va al cinema, lo spettatore non è irretito dall’offerta di una Hollywood che si sta suicidando, cosa che nel futuro aprirà altri scenari imprevedibili. Bisogna farsi trovare pronti. Anzi, dopo aver resistito alla crisi, sia noi sia la cosa pubblica dovremmo passare al contrattacco, perché lo Stato non sempre ha speso bene ma ha dimostrato di tenere al cinema».
Girando l’Italia tra l’altro Modernissimo (quello di Napoli), il mitico Beltrade di Milano, il futuro Fiamma di Roma (targato Bettini-Giannelli, ovvero Alice nella Città) e il Troisi sempre a Roma (senza dimenticare l’esperienza del Cinema in Piazza, la novità più potente degli ultimi anni in termini di innovazione e alfabetizzazione cinepopolare), sembrano tutti concordi su una rinnovata centralità della sala e sull’attenzione a chi ci si rivolge e a dove si è. Una costante è la multiprogrammazione, l’altra uno sguardo attento alle esigenze del proprio pubblico. Perché, come ricordano Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, artefici di Alice nella Città, «bisogna mettersi in ascolto. Così succede che costruisci un pubblico come con Alice; che lo cerchi come con Cinema Cotral, un bus che porta il cinema nelle comunità locali del Lazio; oppure ti trova lui, come ha fatto la comunità dell’Idroscalo con il festival Punta Sacra. Nel nostro caso hanno pagato il lavoro e il tempo: essere sempre gli stessi da 25 anni, aver dato un’identità e una coerenza alla nostra visione, essere diventati affidabili per le controparti anche internazionali». Con un semplice ma cruciale interrogativo. «Perché la sala come i festival, che sono l’avanguardia della prima, non riescono a uscire da un modello novecentesco? Lavoriamo ancora come faceva il conte Volpi nei primi anni di Venezia, distribuiamo film con l’orizzontalità di mezzo secolo fa».
E sì che il fondatore della Mostra del Cinema, Luciano De Feo (Volpi arriverà due anni dopo), era un innovatore. Ma cent’anni dopo bisognerebbe riflettere su una rivoluzione radicale. Quella portata avanti, tra minacce della politica, avvertimenti “mafiosi” di presunti concorrenti (e in passato anche da associazioni di categoria che li accusavano di concorrenza sleale) e attacchi di una stampa che però non analizza mai davvero il fenomeno, dal Cinema in Piazza, figlio del movimento del Piccolo America, celebrato nel mondo ma criticato in patria. «Mentre New York con Mamdani, i 323 milioni destinati alla cultura e le celebrazioni dei Knicks, ha riportato la cultura al centro della vita della città, e Parigi, sull’onda della Fête de la Musique, sta vivendo una rinascita della vita notturna che le ha permesso di superare Berlino», rileva Valerio Carocci, da anni frontman di questo fenomeno straordinario, «a Roma il “clubbing” sono i cinema all’aperto. Spazi pubblici gratuiti dove le persone si riconoscono e vivono insieme la città. Il Cinema in Piazza è un’occasione per i romani stessi di conoscere luoghi che non avevano mai frequentato. Ed è un’offerta culturale per un turismo diverso, che cerca la città autentica, quella che stiamo cercando di salvare dalla gentrificazione. Un turismo arricchito anche dai nostri ospiti (solo quest’anno, fra gli altri, Robert De Niro, Nicolas Winding Refn, Hideo Kojima, Josh O’Connor e Léa Seydoux, nda), che vengono solo per amore del cinema, per condividere i film che amano o per sostenere la nostra battaglia in difesa degli spazi culturali e di una città più umana. Il Cinema in Piazza è un’azione nata dentro il vuoto lasciato dalle istituzioni e prova a rispondere a molti problemi: la presenza nei quartieri, l’accesso gratuito alla cultura, la riscoperta degli spazi pubblici, la promozione della città. Un’azione semplice, che sta riportando Roma al centro della scena culturale internazionale. E invece di sostenerla le istituzioni finiscono per ostacolarci, arrivando a usare i finanziamenti pubblici come leva di coercizione». Un lavoro, il loro, che ha costruito un pubblico che ora popola (anche) il Cinema Troisi, che ha in sé la legacy della manifestazione estiva, eredità ideale dell’Estate Romana del mitico Renato Nicolini, ma anche un lavoro di prospettiva sulla sala stessa.
Che è quello che dal 1994 ha operato a Napoli Luciano Stella. «Nel dopoguerra si vendevano 500 milioni di biglietti l’anno. Quando io riapro il Modernissimo, otto anni dopo la sua chiusura, il cinema era arrivato a soli 80 milioni di biglietti staccati. Una crisi progressiva, a Napoli chiudevano tutti, era un’emorragia continua. Volevo un cinema come avevo visto altrove, che avesse un dolby in una città con solo sale monofoniche. Dai multisala – che non sono i multiplex, attenzione, incastrati in non luoghi – erano ripartiti i francesi, sostenuti da grandi gruppi come Gaumont e Pathé. La prima investì pure sulla sala in Italia, a Milano, con l’Odeon, poi rilevato da Berlusconi. Ma poi i francesi si defilarono, e chi come me voleva seguire quel modello rimase solo. Così andai a visitare chi ci stava provando: il Barberini, il Greenwich di Fefé (Fabio Fefé, ora vicepresidente Anec, allora Ad di Circuito Cinema, rete di sale d’essai voluta da Istituto Luce, di cui è stato fondatore con Bim Distribuzione, Mikado e Lucky Red, nda). Cercavo ispirazione perché era sconosciuta non solo la modalità di esercizio, ma pure l’esperienza. Quando apriamo siamo in un centro storico partenopeo ostico, in un vicolo di tossici. Per fortuna ci troviamo nel rinascimento bassoliniano. Apriamo con una dichiarazione d’intenti: mi piacevano Batman di Tim Burton e Nanni Moretti e volevo che da noi avessero identica cittadinanza. La sfida è stata mettere insieme il mangiatore di popcorn e il cinefilo, col rischio che nessuno dei due si riconoscesse. Invece fece il botto: avevamo un’identità, inventammo un festival con Marcello Garofalo, ci aprimmo alle associazioni locali. Era la sala ad essere autorevole, non il film. Noi abbiamo riportato al centro il luogo, aprimmo con La regina Margot perché all’inizio le distribuzioni di noi non si fidavano. Abbiamo rotto le regole, siamo stati tecnologia e anima, cinema pop e autori». Il Modernissimo, negli ultimi anni gestito da altri (la famiglia Stella lo ha dato in fitto d’azienda temporaneo), nel 2028 tornerà ai figli di Luciano, Lorenza e Carlo. Nell’attesa si sono inventati CasaCinema, una doppia sala – una di 50 e una di 65 posti – che regala una programmazione di nicchia coraggiosa, «ma che ora ha l’Odissea in lingua originale. Nell’idea di Lorenza e Carlo c’è il metterli in sinergia e non in concorrenza: bisogna ripensare anche urbanisticamente le strutture, immaginare dei distretti cinematografici come è diventato Trastevere a Roma. Nonostante le tante sale chiuse, grazie ai ragazzi del Cinema America, il Troisi è servito anche da fenomeno attrattore di cultura e di cinema. Successe anche a noi che avevamo vicino, raggiungibili a piedi, altre sale forti: rinnovammo l’offerta già presente facendo crescere tutti. Ora bisogna dare anima ai luoghi, perché sono pochissimi i film che trainano. Il problema è che per troppi anni gli esercenti hanno fatto i bottegai. Ora devono tornare a fare cultura, a sapere chi sono i propri spettatori, a costruire un percorso fatto di incontri, laboratori, sinergie con le entità locali».
Cosa che ha sempre fatto Carocci con il suo gruppo, portando con il Cinema in Piazza registi, attori e grandi film nelle periferie (come il Parco rurale della Cervelletta, di fatto recuperato all’abbandono) o in luoghi divenuti problematici e gentrificati (San Cosimato e Monte Ciocci). Eppure a Roma ci si lamenta delle assegnazioni dirette all’evento – inevitabili, visti ormai i confini e le dimensioni dell’iniziativa –, si ignorano le aggressioni verbali e non subite dall’“acrobatico rompighiaccio del cinema”, come lo ha chiamato su Rolling Stone Carlo Antonelli, che ha fatto notare, numeri alla mano, che «la Festa del Cinema di Roma “cuba” 8 milioni di euro di spesa pubblica e non i 550mila aperti a tutti del Cinema in Piazza». Che, aggiungiamo noi, vuol dire creare un indotto notevole nel secondo caso, portare benessere non solo culturale alla città, mentre ogni spettatore della Festa, sogno sovvenzionatissimo (poi per un periodo sabotato, ora di nuovo supportato) dalla politica, “costa” sui 100 euro a cranio di finanziamento pubblico (più i 10,50 del biglietto meno costoso delle sale dell’Auditorium), se ci fidiamo dei dati comunicati dalla Festa stessa, ovvero 82mila presenze. Se invece dividiamo i 550mila euro di assegnazione diretta per i 120mila spettatori del Cinema in Piazza, otteniamo 4,58 euro a spettatore: 24 volte e spicci di meno. Carocci sorride e non commenta, di fronte a questi numeri. Preferisce guardare al futuro. «La ricetta è pensare le sale come pronti soccorso socio-culturali, spazi aperti con servizi anche gratuiti – vedi la nostra aula studio – che dialoghino con la progettazione culturale estiva. Quest’ultima dev’essere un volano promozionale per la fruizione dei film in sala. Se le sale tornano a essere case urbane di mediazione sociale, luoghi sicuri di prossimità per chi attraversa la vita cittadina, allora il cinema continuerà a vivere. Hanno bisogno di anima, amore, identità. Se il cinema è casa della città e vive al di là del titolo programmato, allora anche quello più indipendente e sperimentale sarà seguito: il pubblico si fida di ciò che propone la casa che abita».

Non mi arrendo e stuzzico ancora Carocci sul costo della Festa del Cinema rispetto al Piccolo America. Gli chiedo: e se spostassimo la Festa del Cinema d’estate? «Penso sia la vera rivoluzione, forse l’unica giusta per la Festa, Roma e il Paese. Proposi l’idea nel febbraio ’23 a Gualtieri ma niente: proponevo di destinare il budget della Festa e la sua forza lavoro sull’estate. Ma questo non deve avvenire (solo) verso il Piccolo America, anche se sicuramente il budget attuale è irrisorio per il servizio che offre il Cinema in Piazza. Credo sia più opportuno moltiplicare un lavoro simile con altre soggettività, che entrando anche in competizione e collaborazione tra loro potrebbero rendere l’Estate Romana uno dei festival di retrospettiva e anteprime più importanti al mondo. Come al Sundance, che si sta per spostare a Boulder, in Colorado, il festival e il suo budget potrebbero essere usati come leva per riqualificare permanentemente un gruppo di sale e teatri, riaprendoli o migliorandone qualità e accessibilità. Un modello italiano è quello di Bologna, che rimane per noi fonte d’ispirazione e fascinazione, mi dicono in molti sentimento purtroppo non ricambiato».
E questo colpisce. Carocci cita Bologna, lo ha fatto anche nel video diventato virale quest’estate, lo fece quando aprì il Troisi. Lo fa anche Stella: «La Cineteca ha abituato settore e pubblico a riscoprire il passato, e ora riempiamo le sale anche con film d’epoca, cosa che sembrava impossibile. Aggiungo anche lo splendido lavoro del Cinema Beltrade di Milano: entrambi si rivolgono ai giovanissimi con questo coraggio, è una rivoluzione del gusto». Si conoscono, si apprezzano, sembrano ispirarsi gli uni agli altri. Come se fossero una rete non strutturata ma accomunata da affinità elettive che va al di là di un settore sicuramente maltrattato, ma ora anche ferito dal proprio stesso vittimismo, da una visione disfattista che si ostina a ignorare i tanti segnali di salute. «Bologna è un luogo che ha appetiti culturali superiori a qualsiasi altra città di mezzo milione di abitanti», rileva Farinelli, «e il nostro successo dipende anche da questo. Ma è comunque un privilegio che va coltivato, protetto. Ecco perché sono felice della nostra nuova avventura: ARZ, l’Archivio Renato Zangheri della Cineteca dedicato a cinema e fotografia, realizzato in periferia, mentre finora avevamo agito nel centro città. Non sarà solo un luogo di conservazione ma di incontro, là dove da vent’anni non c’era più nulla».
Pensare a un ecosistema che cresce è un’attitudine che ha anche Alice nella Città: l’ambizione di essere in tutti i gangli del settore, di puntare su un film, valorizzarlo, aiutare a distribuirlo e ora pure mostrarlo al pubblico. Perché se la Festa del Cinema di Roma è tuttora un UFO lussuoso e pretenzioso, Alice nella Città, pur facendone parte, è diventata alternativa ad essa. «Non c’è un modello Alice, c’è un modo di avvicinarsi alle cose», dicono Fabia Bettini e Gianluca Giannelli, fondatori, direttori, anime del pianeta Alice. «I ragazzi sono radicali ed esigenti, non accettano compromessi e furbizie, e noi ci siamo costruiti rispondendo a queste direttive, perché loro erano il nostro referente principale. Ora abbiamo un pubblico che è cresciuto con noi, per il 63% i nostri spettatori sono tra i 25 e i 44 anni, una generazione di genitori e figli che ci hanno accompagnato. Ora esistono i “film per Alice”, lo dicono anche i produttori. Allo stesso tempo, i ragazzi sono cambiati e noi li abbiamo seguiti, abbiamo rifiutato la standardizzazione imperante nel cinema, perché loro per natura sono irregolari, non vogliono essere indottrinati ma ascoltati. La maggior parte delle persone che dicono “quest’opera non è per ragazzi” non li conosce. Non li devi considerare numeri come fanno tutti, li devi affiancare. Non li devi sfruttare, devi dar loro ciò che può farli crescere. E quel qualcosa non è il sistema dei festival internazionali che ormai gira intorno agli stessi 60 film, non devi essere ossessionato da uno strumento stanco come il tappeto rosso, devi creare la comunità, l’esperienza, l’incontro». Bettini e Giannelli lo fanno da anni, sparigliando sempre le carte, portando il loro modello ovunque: solo a Roma, hanno abitato con lo stesso agio il centro città di via del Corso o via Condotti così come Tor Bella Monaca o le provincie rurali del Lazio, fino allo schermo galleggiante dell’Eur e Punta Sacra. «Abbiamo capito che queste manifestazioni sono specchi, assumono la fisionomia e la fisiologia delle comunità che le abitano, e in quanto specchi non mentono. La verità è una, che i ragazzi hanno bisogno di spazi, non sono solo target commerciali, e diremo di più: le città hanno bisogno dei ragazzi per vivere davvero. Per questo abbiamo deciso di prendere il Cinema Fiamma, di progettarlo come uno spazio sano in cui ci sia la possibilità di post-produrre opere audiovisive, fare networking, studiare, riflettere sul nostro settore, passare del tempo di qualità. La sala, in sé, non basta più». Parole e strategie diverse, ma la Roma di Carocci come quella di Bettini e Giannelli vuole combattere la gentrificazione arida e predatoria per fare vivere i luoghi. «Bisogna tornare verso le persone», continuano i due, «dar loro la possibilità di essere riconosciute. Punta Sacra non voleva essere raccontata, ma riconosciuta. L’Idroscalo ha visto girare chiunque da Scola a Fellini, da Pasolini a Milani, decine di cineasti, ma in qualche modo era rimasto invisibile. Ora è stato riconosciuto come quartiere di Roma, e non è una scelta solo simbolica. A noi interessa questo, non che si sappia che lo abbiamo fatto noi: si tende a esporre i record, i numeri, le agende, ma spesso si dimentica per quale motivo facciamo questo lavoro a favore di personalismi e visioni ombelicali. Noi vogliamo la rete e lo scambio, ma il settore lo vuole? Noi non vediamo una visione d’insieme, una strategia industriale di lungo termine: trovare un pubblico nuovo, lo diciamo per esperienza, è possibile solo se vai su terreni meno battuti e più rischiosi. Ecco perché il Fiamma è un’impresa che avrà le sue economie e le sue regole, ma che ha anche un aspetto ideale: noi cercavamo una sala da dieci anni, il Fiamma è stato un’occasione improvvisa che abbiamo colto. Un’occasione prima di tutto urbanistica: è stato il primo multisala, progettato da Piacentini in modo lungimirante anche se si era negli anni ’50. Non vogliamo incidere solo come schermo ma come elemento attivo della città, vogliamo connetterlo con il tessuto culturale di Roma. Costruire un ecosistema che parta dal nostro lavoro – in fondo la sala è il controcampo di quello che facciamo nei festival – e che sappia irradiarsi nella realtà più grande che è la rete cittadina. Bisogna pensare a degli hub, noi avremo più sale – due grandi, una polivalente, una di formazione e forse un’ultima più piccola – e quindi più programmazioni, complementari e alternative tra loro e rispetto agli altri. Come in Alice avremo le opere indipendenti e i blockbuster, rispettando la vocazione di quel luogo che era, tra le altre cose, proiettare in lingua originale e perlopiù cinema d’autore. Vogliamo che sia un posto in cui riavviare le idee, tra il bistrot e la biblioteca del cinema». Un sogno che si realizzerà in un anno e mezzo, probabilmente a inizio 2028.
Nel 2012 invece il Cinema Beltrade, “il Beltrade” come lo chiamano tutti, era destinato a chiudere, con soli 7.500 spettatori l’anno. Sembrava la certificazione di una parabola discendente della sala, di un momento storico. «La nostra esperienza», confessa la co-curatrice Paola Corti, «era legata alla gestione di sale di provincia, comunali. Il Beltrade era l’occasione di sfidarci su un’altra scala, in un altro contesto che non fosse quello dei bandi pubblici. Volevamo avere la libertà, anche l’arroganza, di fare una programmazione di nostro gradimento, forti del fatto che prima andava così male che era difficile fare peggio». La crisi come opportunità. A NoLo, Milano, là dove negli anni ’40 c’era una sala parrocchiale e poi, per un breve periodo, la sede della Cineteca Italiana. «Abbiamo iniziato subito convertendoci alla versione originale, mentre la multiprogrammazione è venuta naturalmente, con regole strampalate ma funzionali – come la rotazione degli orari e non dare mai due volte di fila la stessa opera – nate soprattutto dal fatto che ai film ci affezioniamo e facciamo fatica ad abbandonarli. Ricordo ancora che avevamo La leggenda di Kaspar Hauser di Manuli, che amavamo moltissimo, ed era arrivato Arrugas, che non volevamo perderci. Così li abbiamo tenuti insieme». Regole osservate anche quando i numeri si sono decuplicati e le grandi distribuzioni bussavano: per entrare, dovevano accettare di non essere gli unici. «Una percentuale del nostro pubblico, soprattutto i più giovani, viene da noi, perché apprezza la nostra anima fuorisede, poco milanese, che ci fa essere un centro d’attrazione anche per stranieri. Ci considerano casa. Ma il film rimane centrale nell’offerta di una sala, e le nostre scelte pagano quanto l’atmosfera. La nostra forza credo sia essere capaci di restare coerenti, darci un’identità precisa, non farci sedurre dal guadagno immediato ma distinguerci per quello che difendiamo. Da dopo il Covid la nostra crescita è stata esponenziale: questo anche perché il lockdown aveva abituato più persone alla versione originale e perché i primi a uscire quando finì tutto furono i ragazzi. Dal 2012 al 2019 eravamo già passati dai 7.500 prima di noi a 56mila, dopo siamo cresciuti di anno in anno fino allo scorso, dove abbiamo toccato i 98mila. A volte qualcuno mi dà della testona giudicando la mia curatela, ma sono convinta che portarla avanti seguendo i nostri gusti, ma anche ciò che ama il nostro pubblico, negli anni abbia pagato. Il cinema è arte e industria, ha senso se è visto. Noi scegliamo le opere che possono essere entrambe, siamo stati la casa di Dolan e Lanthimos, ma pure di Manuli e Samani. Non dimentichiamo che il cinema è l’attività culturale più popolare che ci sia, insieme alla musica, e questa natura va preservata, senza puzza sotto al naso. Sai quando l’ho capito? In una proiezione estiva sul campo di calcio di Verdellino – abbiamo cominciato così – in cui veniva proiettato Il ciclone quando davanti a me avevo 350 persone che ridevano. Quello è il mio cinema? No. Ma il cinema è quello, un’esperienza condivisa, popolare. Anche da qui nascono alcune nostre follie come la maratona di 56 ore del cinema di Wes Anderson». Una piccola ma interessante rivoluzione è quella del genere: nella grafica del Beltrade non compare mai la categoria del film. «Ormai è un vocabolario desueto, è stupido chiudere i film in uno schema rigido. Se penso alle opere di Minervini, come le potresti mai definire? Probabilmente dipende dal fatto che, da spettatrice, mi sono formata in sala con cineasti come Lynch, Jarmusch e Kieślowski, che non potevi racchiudere in una parola. Ora siamo in un momento di rinnovamento del linguaggio cinematografico altrettanto potente, ma che passa per altre vie. Per anni, per dire, ho ignorato gli horror per un’idiosincrasia personale, ma ora li guardo e capisco che la rivoluzione passa da lì».
Alla fine di questo viaggio, passato per Roma, Milano, Bologna e Napoli, capiamo dunque che non c’è un modello di sala, ma un metodo comune. Fatto di regole simili – versione originale, multiprogrammazione, orari tagliati sulle esigenze del proprio pubblico, una struttura aperta anche ad altre attività e realtà culturali e di studio – ma anche di genio e intuito personale. Considerare quel luogo un pezzo della città, della coscienza collettiva, mantenere viva l’attenzione, copiare quando necessario e utile. «La nostra tessera a vita, per dire», chiosa Corti, «è mutuata da quella del Prince Charles di Londra, il biglietto sospeso viene invece da una sala di Berlino, il Cinematic. E poi si deve essere generosi: aumentare il numero di proiezioni dà più possibilità allo spettatore, anche se a volte meno biglietti, però magari la proiezione serale di Nolan ti restituisce quel “servizio”; e coraggiosi: il nostro scegliere la versione originale in anni in cui ormai era scomparsa ha aiutato altri ad andare nella stessa direzione. E chissà, esserci messi su Dice, piattaforma che promuove la musica indipendente, noi che eravamo contrari alla prevendita perché non sopportiamo la perdita di contatto con la gente (la smaterializzazione del denaro lo è anche dei rapporti), ci consente di stare in una vetrina, in un luogo a noi affine, in cui vanno persone che amano luoghi di cultura, intrattenimento, arte che piacciono a noi».
Il cinema non è morto. Anzi, ha resistito a ogni tempesta ed è rimasto fieramente in piedi. Questo giro d’Italia ci ha detto che più le scelte sono originali e di qualità, più è probabile che si arrivi a un successo che molti, sui media, negano, attratti dalla litania funebre, tra fondi mancanti e governi ostili: che esistono e vanno combattuti, ma che spesso restano al centro di una battaglia che non ha nulla di artistico né di industriale, ma solo di ideologico. Ma non dimenticando che il Cinema in Piazza e il Troisi, come il Beltrade e il Modernissimo di Napoli, quello di Bologna e il Cinema Ritrovato (ma vengono in mente pure esperienze bellissime e itineranti come Schermi Cinema Multipiazza, ideata da Gianmarco Saurino con Mauro Lamanna) sono luoghi in cui quest’arte è una gioiosa macchina da guerra. E come dicono Farinelli e Carocci, è ora di passare al contrattacco: che la cosa pubblica riapra le sale (soprattutto al centro e al sud), replichi modelli di divulgazione cinematografica nelle piazze, condivida con questi punti di riferimento a cui abbiamo guardato, con cui abbiamo parlato, la voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo.










