‘Il bacio della donna ragno’: la recensione del film con Jennifer Lopez | Rolling Stone Italia
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Il problema del ‘Bacio della donna ragno’ è J.Lo

L’adattamento del romanzo poi diventato film (con un William Hurt da Oscar) e musical è un buon compitino. Ma se i protagonisti maschili (Diego Luna e Tonatiuh) funzionano, Lopez è paradossalmente fuori ruolo. La recensione

Il problema del ‘Bacio della donna ragno’ è J.Lo

Jennifer Lopez in ‘Il bacio della donna ragno’

Foto: Roadside Attractions

Ci sono stati casi più singolari di trasposizione dalla pagina al palcoscenico, dal palcoscenico allo schermo e dallo schermo a un musical rispetto a Il bacio della donna ragno, nelle sale italiane dal 18 giugno, nato come romanzo dello scrittore argentino Manuel Puig nel 1976, incentrato su sesso, fantasia e tradimento in carcere. Sono state allestite diverse produzioni teatrali prima che il regista Héctor Babenco trasformasse la storia in un film vincitore di un Oscar con Raúl Juliá e William Hurt nel 1985; otto anni dopo, un adattamento musicale ha conquistato Broadway e ha fatto incetta di Tony. Le forme erano molte e varie, ma la trama rimaneva la stessa: due compagni di cella, un rivoluzionario politico e un vetrinista gay, si innamorano. Il nucleo del loro amore? Il cinema.

Nello specifico, un film di serie B degli anni ’40 che evocava il fascino intenso di María Montez, noto come Il bacio della donna ragno, un melodramma tipicamente esagerato che vedeva una diva seducente interpretare diversi ruoli, tra cui il velenoso personaggio del titolo. L’allestitore di vetrine, Luis Molina, intratteneva il suo compagno di cella, Valentín Arrugui, raccontandogli ogni colpo di scena della trama. I due uomini stringevano un legame intimo grazie a questo capolavoro trash del cinema di serie B. La tragedia arriva. Titoli di coda e sipario.

Il Bacio della Donna Ragno | Trailer Ufficiale

Assumere Bill Condon, regista di Dreamgirls e della versione live-action della Bella e la bestia (per non parlare del fatto che ha vinto un Oscar come co-sceneggiatore dell’adattamento di Chicago del 2002), per realizzare un adattamento cinematografico in chiave musical di questo materiale era sicuramente una scelta azzeccata; se c’è qualcuno che sa come far risaltare i brani scritti dai leggendari Fred Ebb e John Kander, quello è proprio lui. Anche scegliere Diego Luna per interpretare il rivoluzionario politico – questa volta in lotta contro il potere costituito durante la fase finale della “Guerra Sporca” in Argentina nel 1983, invece che tanto tempo fa in una galassia lontana lontana – è stata una buona scelta. È in grado di trasmettere rettitudine, oltre a interpretare con brio l’affascinante idolo del cinema nel film-nel-film. Affidare il ruolo di Molina all’artista messicano genderqueer Tonatiuh è stata una scelta ancora migliore; dal momento in cui questo relativamente emergente entra in scena, si ha la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcuno che conosce bene il proprio ruolo e che è in grado di interpretare sia un detenuto ferito che l’elegante assistente di un redattore di moda in una storia d’amore hollywoodiana vecchio stile. È nata una stella, eccetera eccetera.

E per quanto riguarda una donna-ragno in grado di surclassare Chita Rivera, l’interprete originale del ruolo? Laddove la maggior parte avrebbe puntato in alto, i produttori hanno scelto J.Lo. Ed è qui che le cose si complicano. Perché sulla carta sembra un colpo da maestro: Jennifer Lopez possiede esattamente quel tipo di aura da diva di cui hai bisogno per Ingrid Luna, alias “La Luna”, la sirena del cinema che Molina adora. “Non importa quanto Hollywood abbia cercato di farla sembrare una tipica americana, non ha mai smesso di essere latina”, dice con disinvoltura il suo fan incarcerato parlando della star, e questo vale doppio per la donna che interpreta il ruolo. Aggiungeteci il fatto che Condon mette in scena le sequenze musicali ricordate come un sogno febbrile della Freed-Unit della MGM – per non parlare del fatto che dà a Lopez la possibilità di trasformarsi davvero in una vamp nei panni della malvagia donna del titolo, sfoggiando un caschetto alla Lulu Brooks e un abito da cocktail da vedova nera – e avrete qualcosa che collega un’era del glamour e dell’eros hollywoodiani con un’altra. Un win win per tutti, come si dice in gergo.

Tonatiuh e Diego Luna in una scena del film. Foto: Roadside Attractions

Tuttavia, proprio come nelle scene ambientate in prigione, la realtà del Bacio della donna ragno finisce per rivelarsi molto più cruda della fantasia. Ogni singolo numero qui sembra in qualche modo fuori tempo, che si tratti dei vari tanghi da nightclub o delle fantasticherie in una villa di montagna di An Everyday Man. Persino i due pezzi forti, Where You Are e Gimme Love, sembrano stranamente privi di vita. Il primo si presenta come un lungo omaggio a Get Happy di Judy Garland, mescolato con abbondanti tocchi alla Fosse, tra ancheggiamenti, cappelli accarezzati e ballerini in canottiere di rete nera. Considerato che Condon è stato uno dei punti di forza dietro la versione da 100mila watt di Chicago che ha vinto l’Oscar al miglior film nel 2003, è deprimente vederlo mettere in scena una rivisitazione da 100 watt di quella stessa estetica che sembra costantemente sull’orlo di un blackout. Questo Bacio della donna ragno sintetizza una mezza dozzina di numeri musicali in stile Vincente Minnelli-meets-Marilyn, senza però il sudore e l’anima degli originali. Nessuno metterebbe in dubbio che Lopez abbia le capacità per far funzionare cose del genere il più delle volte. Allora perché la sua immagine, con i capelli biondo platino e un abito verde che urla lo sfarzo vintage della Dream Factory, emana ancora quelle vibrazioni da Jenny from the Block?

Il vero colpo di grazia, tuttavia, è il fatto che i suoi aspetti cupi e onirici – proprio quella contrapposizione che conferisce al Bacio della donna ragno la sua anima e la sua forza – coesistono in modo troppo forzato, come se le due parti vivessero ciascuna per conto proprio invece di dialogare. Solo Tonatiuh riesce a elevarsi al di sopra di questo pastiche appiccicoso; lui solo sembra trovare il necessario equilibrio tra l’eccessiva teatralità e la tragedia. Fa cantare il materiale, anche quando non è lui stesso a cantare. Altrimenti, uno spettacolo che dovrebbe essere un’ode al potere delle frivolezze hollywoodiane diventa semplicemente la sua incarnazione in chiave minore. E la rete che tesse non tiene.

Da Rolling Stone US