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Il MeToo è diventato una miniera d’oro per cinema e serie, ma sicuri sia sempre un bene?

Da 'Bombshell' (appena arrivato su Amazon Prime Video) a 'Mrs. America' c’è un’ansia di fondo, quella di portare trionfalmente la donna sul podio dei vincitori, che in un certo senso rovina tutto il resto

Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie in 'Bombshell'

Era solo questione di tempo. Il MeToo, d’altronde, è esploso nell’ottobre del 2017, bastava attendere i tempi tecnici di ideazione, scrittura e produzione di un film o di una serie tv per vederlo spuntare su schermi grandi e piccoli come il polline a primavera. Parecchie serie – la longeva Grey’s Anatomy in primis, così come la soap a uso e consumo della Gen Z The Bold Type – hanno dedicato puntate che erano veri e propri inni al movimento già nel 2018. Ma s’è dovuto aspettare il 2019 per avere tra le mani titoli interamente ispirati allo scandalo sessuale che tutto ha cambiato, nel bene e nel male. The Morning Show (Apple TV +), The Loudest Voice (Sky Atlantic), L’uomo invisibile (Chili), e ovviamente Bombshell – La voce dello scandalo, appena arrivato da noi su Amazon Prime Video. Sono i primi di una serie destinata ad allungarsi a dismisura nel corso dell’anno: trame diverse, sia chiaro, ma con un filo conduttore comune, e non sempre cavalcato in maniera incisiva o rilevante.

Il meccanismo narrativo resta più o meno lo stesso: la protagonista-eroina vittima di molestie (o comunque complice), la presa di coscienza di una situazione che non può essere ulteriormente tollerata, la coraggiosa denuncia, l’happy ending intriso di rivalsa femminista. Eppure, ogni tanto qualcosa va storto. La tendenza pare infatti quella di affidare a interpreti rodatissime il ruolo principale – vedi Charlize Theron, perfetta doppelgänger della anchorwoman di Fox News Megyn Kelly in Bombshell, o Elisabeth Moss, superba vittima di horror-stalking nell’Uomo invisibile –, nella speranza che la loro performance riesca a sopperire a una scrittura deboluccia (il primo) o un po’ pasticciata (il secondo).

In altre parole, c’è un’ansia di fondo – quella di portare trionfalmente la donna sul podio dei vincitori – che in un certo senso rovina tutto il resto: i personaggi diventano monodimensionali, si perdono per strada sfumature, contraddizioni e doppiezze che regalerebbero un maggiore spessore, ma pure quell’ambiguità che, pare, non ci possiamo più permettere. Prendiamo Bombshell e The Loudest Voice, che raccontano la stessa vicenda – lo scandalo sessuale che portò alle dimissioni del Ceo di Fox News Roger Ailes – da due prospettive antitetiche: nel film, quella di tre donne (due realmente esistite, Gretchen Carlson/Nicole Kidman e Megyn Kelly/Charlize Theron; una immaginaria, Kayla Pospisil/Margot Robbie); nella serie, quella di un uomo (Roger Ailes, un Russell Crowe vincitore di un Golden Globe). La serie supera di svariate spanne il film, perché non ha uno smaccato intento educativo o moralizzatore: è più dolorosa, più crudele, più multisfaccettata (Roger Ailes è un individuo viscido e nauseante, sì, ma anche geniale nel suo lavoro), capitalizza sulla bravura di Crowe e riesce però ad andare oltre, esplorando le infinite pieghe di un uomo che non è riconducibile all’unica definizione di “predatore sessuale”.

La Alex Levy/Jennifer Aniston di The Morning Show per un certo periodo (tradotto: per nove lunghissime puntate) sfugge alla trappola, salvo incapparci nel raffazzonato e prevedibilissimo finale. Nell’ultima puntata, Alex appartiene a tutti gli effetti alla squadra dei buoni, noi che l’osserviamo non siamo più costretti a fare i conti con la sua ipocrisia e a scendere a patti con la nostra personale concezione di giusto o sbagliato, perché la sua redenzione mette in salvo chiunque e zittisce le incoerenze. Pochi si prendono la briga d’indagare con dovizia le zone d’ombra femminili, operazione che, va sottolineato, richiede straordinarie – e rare – doti di scrittura. La Shiv Roy (Sarah Snook) di Succession (Sky Atlantic) è in tal senso una fenomenale eccezione. A differenza dei suoi fratelli, Shiv è intelligente, efficiente, pulisce i casini altrui e agisce come volto morale dell’impero mediatico di famiglia. Ma quando deve scendere a compromessi con i suoi presunti principi per rimanere fedele al padre, si trasforma in un essere malvagio, assetato di potere e disposto a tutto pur di non rinunciare al proprio status. Nella seconda stagione, la Waystar Royco è costretta ad affrontare diverse accuse di molestie sessuali, e a Shiv viene affidato l’infelice incarico di convincere la vittima-chiave a non testimoniare: «Se parla ed è convincente, allora per l’azienda della mia famiglia è finita. Quindi sì: devo farlo».

In una scena magistralmente scritta, Shiv si leva i tacchi per incontrare la vittima letteralmente al suo stesso livello. E, anziché mentirle, decide di esporle la verità: mio padre è inaffidabile, io sono interessata a me stessa, ma vorrei comunque rivelarti alcune dure verità su cosa significhi parlare di molestie e aggressioni sessuali. Ovvero: «Avrai un sacco di gente dalla tua parte che invocherà il tuo nome e ti sosterrà, ma le altre persone? Le persone normali? Diranno che sei una troia, una puttana, un’avida arraffasoldi. Da domani è questo tutto ciò che sarai, persino per i tuoi nipoti o per quelli che incontrerai in vacanza. Quando ti cercheranno su Google, troveranno pagine e pagine di sporcizia e bugie». Shiv allora le offre un’alternativa: lavorare insieme a lei dall’interno per distruggere i responsabili del crimine. E, a una richiesta più che legittima della sua interlocutrice – «Posso fidarmi di te?» –, dispiega nuovamente l’onestà al servizio di una menzogna più grande: «Francamente, voglio ciò che è meglio per me. Ma le altre persone? Le persone che vogliono che tu domani ti alzi e venga distrutta? Vogliono il meglio per loro. Devi pensare a cos’è meglio per te». Il discorso di Shiv è insidioso perché è drammaticamente vero, non è schiavo di nessun messaggio buonista e denota la singolarità di Succession: nonostante una delle sue protagoniste si comprometta come donna, come femminista e come essere umano, ci viene naturale continuare a tifare per lei. Quest’impulso strano, di cui probabilmente ci vergogniamo in silenzio, è indicatore della complessità di un discorso non riducibile alla celebrazione delle gesta dell’eroina senza macchia (o redenta), celebrazione che rischia appunto di risolversi in una semplice favoletta priva di consistenza.

È presto per tirare le conclusioni su Mrs. America, la miniserie partita su Hulu lo scorso 15 aprile, ma sempre lì si torna. Nella storia del movimento sorto negli anni ’70 per far approvare l’Equal Rights Amendment (ERA), il personaggio finora più interessante risulta essere la politica conservatrice Phyllis Schlafly (una splendida Cate Blanchett), fondatrice del gruppo “Stop the ERA”, in netta contrapposizione alle istanze femministe portate avanti da Gloria Steinem (Rose Byrne) e socie. Il problema sta nella narrazione che si sceglie di sviluppare: gli autori desiderano che il pubblico sostenga colei o coloro che il senso comune – nonché le circostanze storiche – tendono a identificare come “socialmente graditi”, e il desiderio è talmente sfacciato che il film o la serie tv di turno finisce per risultare scontato, noioso, e soprattutto già visto. La butto lì: che si tratti di revanscismo femminista? Della serie: prendiamoci le nostre dovute rivincite non solo nella vita reale attraverso il MeToo, ma anche sullo schermo nel modo più didascalico possibile, così da fugare ogni ragionevole dubbio?

Ai posteri l’ardua sentenza. Sullo stesso tema attendiamo infatti: The Assistant, spaccato senza pietà (e dichiaratamente ispirato alle vicende di Harvey Weinstein) della quotidianità lavorativa di una donna, diretto da Kitty Green e con protagonista Julia Garner; Promising Young Woman, revenge thriller che segna l’esordio alla regia di Emerald Fennell, con Carey Mulligan; Misbehaviour di Philippa Lowthorpe, storia dell’attivista britannica Sally Alexander (Keira Knightley); The Glorias, biopic firmato Julie Taymor sulla vita di Gloria Steinem, con Julianne Moore e Alicia Vikander. Tanti titoli, forse pure troppi. Ancora sicuri che il MeToo – almeno a livello cinematografico e televisivo – sia sempre un bene?

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