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‘Il maestro giardiniere’ non sarà il miglior film di Paul Schrader, ma Dio ce lo conservi

Tanti temi scottanti , dal neonazismo alla guerra tra i sessi , restano troppo in superficie, ma dopo ‘First Reformed’ e ‘Il collezionista di carte’ il regista e sceneggiatore si dimostra una voce libera e fuori dal coro. Grazie anche a due splendidi protagonisti: Joel Edgerton e Sigourney Weaver

Foto: Magnolia Pictures

Una persona è seduta a una scrivania, in una stanza così spoglia e ordinata che potrebbe appartenere a un monaco o a un detenuto modello, e scrive su un quaderno. Il suo monologo interiore viene riprodotto come una voce fuori campo, più ruvida della carta vetrata; si tratta di una lezione di orticoltura sui giardini francesi e inglesi. Se non sapessimo che stiamo guardando l’incipit di un film di Paul Schrader, potremmo pensare che stiamo assistendo alla parodia di un film. Per oltre cinquant’anni, il leggendario sceneggiatore e regista ha trasformato una serie di uomini solitari in articolati antieroi per i secoli a venire. Possono essere tassisti o gigolò vestiti Armani, scrittori famosi o anonimi giocatori d’azzardo, spacciatori di città o preti di campagna. Questi personaggi sono legati da un disagio esistenziale che, il più delle volte, sfocia nella violenza e nell’autodistruzione. Ognuno di loro ha i suoi demoni personali. Tutti hanno la voce distintiva di Schrader.

Il suo ultimo film, Il maestro giardiniere (ora nelle sale), è il terzo capitolo di un’ideale trilogia di film di stampo bressoniano che segnano non tanto un ritorno alla forma, quanto la volontà dell’autore di ribaltare tutto (per la precisione: nel secondo atto della narrazione). Sebbene la storia di questo stoico giardiniere non abbia la portata del capolavoro del 2017 First Reformed – La creazione a rischio o della sua inquieta scala reale del 2021 Il collezionista di carte, è comunque il tipo di dramma che scava a fondo, fa aggrottare le sopracciglia e costringe a fare i conti con grandi domande. Il passato di una persona, parzialmente sepolto o completamente cancellato, segna in modo permanente il suo futuro? La redenzione è possibile quando la bussola morale si è incrinata ed è stata riparata solo in parte? E fino a che punto si è disposti a vestire i panni ormai consunti di quella persona per scoprirlo?

Narvel Roth (Joel Edgerton) si prende cura dei Greenwood Gardens, un’oasi lussureggiante nella tenuta in Louisiana di una ricca donna di nome Norma (Sigourney Weaver, che sfoggia una notevole aristocraticità). È un tipo abbottonato, con i capelli ben tagliati e pettinati e la voce volutamente priva di inflessioni. C’è un’atmosfera quasi sacra attorno a lui, che fa pensare a un militare o a un freddo carcerato. Quando Narvel cerca di incitare il suo team per un imminente evento di beneficenza, arriva a un soffio dal sembrare un lifecoach; parlando con Norma, può essere sarcastico (“È sempre divertente guardare uomini adulti in pantaloni pastello che si battono per un fiore”). Ma quest’uomo taciturno in tuta da lavoro sembra sempre mascherare con cura tutto ciò che potrebbe rivelare i suoi pensieri o sentimenti. Narvel non è solo un libro chiuso: è un libro chiuso con un lucchetto nascosto in un dozzinale involucro marrone.

Tutto ciò non impedisce a Norma di cenare con lui e di fare sesso – forse consensuale, sicuramente una mossa di potere da parte della donna – con il suo affascinante giardiniere una volta alla settimana. Né le impedisce di chiedergli un grande favore: sua nipote Maya (Quintessa Swindell) è nei guai, e lei deve aiutare questa giovane donna a correggere la rotta. Vuole che Narvel le insegni a curare il giardino e a sviluppare il suo pollice verde. La datrice di lavoro gli dice: “Falla diventare la tua apprendista. Le darà una struttura”. Quando Maya si presenta, Narvel fa il possibile per insegnare il mestiere a questa riluttante apprendista della sua squadra. Il rapporto è, da subito, spinoso. Soprattutto, i problemi di dipendenza di lei sono un problema, anche se non sono un segreto.

Ciò che rimane segreto è come Narvel abbia finito per imparare l’arte di curare le piante, che si scopre coinvolgere i federali, e seminare i suoi vecchi compari per salvarsi. Quando quest’uomo tranquillo si toglie la camicia e rivela un torso coperto di svastiche e tatuaggi suprematisti, ci si rende conto di quanto siano profonde la repressione e il cammino di violenza che cela. Non sembra nutrire alcuna animosità nei confronti di Maya, che è nera: c’è una tensione tra loro, sì, ma è più di tipo sessuale. Tuttavia, si ha la sensazione che qui si stiano superando dei limiti. Alcuni non sono detti (vedi l’attaccamento di Norma), altri sono evidenti (la relazione con il mentore) e, quando Narvel cerca di usare il suo responsabile dell’FBI (Esai Morales, che fa molto con pochissimo tempo sullo schermo) per sbarazzarsi di alcuni spacciatori vicini a Maya, alcuni sono eticamente loschi.

Joel Edgerton e Quintessa Swindell in una scena del film. Foto: Magnolia Pictures

Schrader sa che sta giocando con la dinamite, gettando gruppi razzisti, storie d’amore con grandi differenze d’età e accenni di guerra di classe in questa storia di un uomo che si sta autodistruggendo. È anche riluttante ad accendere la miccia su questi temi scottanti, il che impedisce al Maestro giardiniere di sconfinare nel territorio dell’exploitation, ma fa pensare che non sia interessato a esplorare davvero gli aspetti sociopolitici della vicenda. Sono lì solo per rendere la posta in gioco più alta, per alzare l’asticella nel viaggio di questo particolare antieroe. Non vuole assolutamente fare un film a tesi. Ma c’è un’ambiguità decisamente torbida che non scompare mai.

Ciò non toglie nulla agli attori – il fatto che Edgerton regali quella che è probabilmente la sua migliore interpretazione sul grande schermo fino ad oggi, grazie a un ruolo che gli richiede di limitare qualsiasi cosa, è decisamente impressionante – o alla determinazione di Schrader di continuare a fare film sugli adulti e per gli adulti. È solo che il potenziale mancato aleggia su questo film come la nebbiolina di una serra. Considerando il modo in cui Schrader affronta temi delicatissimi nel resto di questa liberissima trilogia (dal cambiamento climatico alla tortura, fino alle questioni spirituali), non si può fare a meno di sentire che i temi di questo film restano fin troppo in superficie. Sono mezzi per un fine e, a volte, fonte di frustrazione per un film che gioca con idee che non si collegano completamente alla corsa all’ultimo sangue dei personaggi verso la redenzione. Non è necessario sapere cosa fa agire Narvel. È necessario sapere come queste cose confluiscano in ciò che sta cercando di dirci l’uomo dietro la macchina da presa, sia a livello di quadro generale che di studio del personaggio. Qualcosa di vitale e fondamentale sembra essere stato cestinato, e lasciato chissà dove.

Il fatto che il viaggio finisca in un’esplosione di violenza, tuttavia, non sorprende: tutte le bombe a orologeria esplodono prima o poi, e Schrader guida costantemente i suoi protagonisti verso i loro inevitabili kaboom. Ciò che distingue Il maestro giardiniere dai suoi fratelli è che la violenza non è né catartica né apocalittica; per una volta, c’è quasi un piacere perverso nel non soddisfare la sete di sangue, forse per poter meglio scioccare gli spettatori con il suo finale. Questo potrebbe essere il primo film di Schrader in cui l’uomo solitario protagonista vive una sorta di stato di grazia. Nemmeno Adamo è riuscito a rientrare nel giardino dell’Eden dopo essere stato espulso. All’uomo alla scrivania all’inizio viene concesso di uscire dalla stanza e di danzare nella luce del crepuscolo. Anche se il film non è del tutto riuscito, questo è già di per sé una bomba.

Da Rolling Stone US

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