M’accodo ad Andrea Minuz, che sul Foglio di sabato fa scriveva: «Sono giorni che vorrei parlare solo di Digger. A cena, al telefono, nelle chat, infilandomi nelle risse cinefile sui social, anche se non ho più l’età. Vorrei dire a tutti di correre al cinema, fregarsene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box office, di quelli che scambiano un monologo per un comizio». Eccetera eccetera. Sottoscrivo tutto, soprattutto il non avere più l’età per le risse sui social.
Titolano diversi giornali americani (o forse l’avrò letto su Instagram, come lamenterebbe Aaron Sorkin: ci arriviamo) che Digger verrà rivalutato – o anche solo valutato – col tempo. Lo credo anch’io, ma nel frattempo non lo sta vedendo nessuno o quasi. È un caso abbastanza unico, a memoria recente. Un film con una coppia regista-attore stratosferica, legatissima all’esperienza (pardon) della sala (e difatti Bardo, l’ultimo film prima di questo del regista, cioè Alejandro González Iñárritu, era andato direttamente su Netflix e forse anche per questo era stato un po’ lisciato), al punto che l’attore (cioè Tom Cruise) con il seguito di Top Gun e gli ultimi Mission: Impossible è diventato il salvatore delle sale. Niente: manco quei due son bastati – insieme a un film grandioso preso per tutto quello che non è, ma come diceva un bel libro di qualche anno fa: Quando abbiamo smesso di capire il mondo (senza punto interrogativo).
L’ho già scritto, lo riscrivo a film ormai uscito da dieci giorni e finito in una voragine di debiti che al confronto la faglia in Groenlandia raccontata per fiction sembra una crepa nel muro. Dicono gli analisti dell’industry che Digger farà perdere alla Warner, già non messa benissimo quest’anno (hanno rovinosamente floppato prima La sposa!, poi Supergirl), quasi 250 milioni di dollari. Era un po’ nell’aria. C’è chi dice che Digger era stato venduto (anzi, per niente venduto: fino al giorno prima praticamente non si sapeva che cosa fosse, o di che parlasse) per quello che non era; e in effetti è un film irraccontabile, pena la rovina della visione (e non è solo questione di spoiler).
Ma, soprattutto, è andata così: il giorno prima dell’uscita, sono sbucate le recensioni mediamente negative (il tempo, ripeto, vi farà ricredere, o addirittura pentire); il giorno dell’uscita e subito dopo, è partito il via via crescente storytelling (pardon) a tema: «Questo film andrà malissimo al botteghino». Prima, non si capisce per quale motivo, anche gente che nel cinema non ci lavora ma lo guarda e basta ha iniziato a interessarsi dei costi di produzione, dei budget, dei cachet di attori e registi; ora, per qualsivoglia motivo, pure il box office avverso, come scrive Minuz, sembra dissuadere il pubblico dall’andare in sala.
Siamo tornati nel Novecento, e non solo perché i successi annunciati (l’Odissea) o i casi che esercitano una certa chiamata su un certo pubblico (NAZA) stanno, comprensibilmente e meritatamente, riempiendo le sale; ma anche perché la critica, o quel che ne resta, pare influenzare le visioni, le uscite di casa, i dibattiti, come accadeva fino a venti (trenta?) anni fa. È solo cambiata la critica, e qui veniamo all’altro flop di questi giorni: The Social Reckoning di Aaron Sorkin (da noi The Social – Il prezzo della verità). Negli Stati Uniti ha incassato cinque milioni e mezzo di dollari nel primo weekend, pochini per il seguito di un capolavoro (The Social Network di Fincher) che in totale ne ha fatti 220.
The Social Reckoning è un film accidentato per vari motivi, ma centra il punto che riguarda questa conversazione (pardon), cioè anche il dibattito su Digger, e anche tra gente che probabilmente Digger manco l’ha visto. Sostiene Sorkin – tesi un po’ vecchiotta anche per il periodo in cui il film è ambientato, cioè appena pre e appena post pandemia – che i social, e Facebook in particolare, sono il luogo della radicalizzazione. Che uno può passare dal dirsi d’estrema sinistra al diventare d’estrema destra per colpa dell’algoritmo; tradotto cinematograficamente, chi s’è mosso in massa per vedere Tom Cruise pilotare aerei sta disertando le sale non tanto perché Tom Cruise qui è prosteticamente vecchiaccio e grassoccio, ma perché il film ha subìto una campagna d’odio (pardon) penetrata anche fra i tomcruisofili più accaniti. Si potrebbe dire che ci si radicalizza(va) pure al bar, se si decide di abdicare agli strumenti critici (a patto che ce ne siano) e di fidarsi di quel che si sente o si legge in giro; è solo che il bar è più grande, ed è sempre aperto.
Ma il punto è ancora un altro. Non è tanto il leggere – su Facebook, su Instagram, da tutte le parti – che il tal film è brutto; è non accettare più che il tal film possa non piacerci. Lo scrivo sempre e da sempre: il cinema ormai vale solo come evento, che sia il viaggio di Ulisse o il reportage su Gaza. L’investimento mentale deve giustificare la visione in sala (fateci caso, oggi non è nemmeno più una questione di soldi: per un po’ di anni il cinema è diventato, nella percezione collettiva, un luogo carissimo; ora le nemiche del portafogli sono le troppe piattaforme). Ogni tre-quattro mesi, una coppia di amici con figli piccoli mi pone la domanda che più mi terrorizza: «Ci consigli un film da vedere al cinema? Ma dev’essere bello, eh!», e io mi sento più responsabilizzato che se dovessi consigliare uno specialista in emorroidi a uno che non riesce a sedersi da mesi (chiedo scusa, è solo un tributo al parimenti grandioso John Goodman di Digger). Non esiste più il-cinema-per-il-cinema, il film che magari non ti piace, il Digger che ti fa girare i coglioni (sareste comunque dalla parte sbagliata, ma Digger può essere un film che fa girare i coglioni, e lo capirei più della scelta di non andare a vederlo per partito preso).
E qui sta la radicalizzazione: nell’aver smesso di scegliere in cambio di un cinema (o quel che ne resta) che deve solo coccolarci, rassicurarci, farci desiderare di essere come tutti, come diceva un altro libro. E se quei tutti hanno deciso che il tal film non lo guarderanno, allora non lo faremo neanche noi, e quel film sarà bruttissimo. Correte al cinema, fregatevene delle stroncature, delle pernacchie a Tom Cruise, del box office, e soprattutto mollate quel telefono. Ah, no: è lì che ho letto che Digger verrà capito col tempo. Allora Instagram ha ragione.













