C’era una scena nel Diavolo veste Prada originale che suona più o meno così. «Ho sentito che Miranda ha bocciato le giacche autunnali e anticipato lo shooting a Sedona». «Quanto mi costa?». «Circa 300 mila dollari». «Dovevano essere proprio delle giacche terribili».
È uno scambio veloce in ascensore tra l’editore Irv Ravitz e Nigel, che racconta meravigliosamente come eravamo (e non saremo mai più). La pietra tombale, nel sequel, ce la mette Emily (e chi sennò) diventata nel frattempo dirigente da Dior e quindi inserzionista privilegiata di Runway: «I giornali non sono più rilevanti». Provate a darle torto.
Ecco, tutto mi sarei aspettata, tranne che Il diavolo veste Prada 2 fosse un film sulla fine del giornalismo per come lo conosciamo, conoscevamo o conosceremo mai. Ed è ironico che il momento più glamour e mediatico che l’editoria modaiola abbia vissuto negli ultimi anni coincida con l’uscita di un film che ne satirizza senza pietà il declino. Che poi, satirizza: è sostanzialmente quello che chi lavora nei giornali vede ogni giorno. Ed è proprio in questo discorso inaspettato sui media che l’operazione sequel funziona davvero. Per altri versi, un po’ meno.
L’effetto nostalgia, il grande motore di ogni sequel che Hollywood ci propina, qui viene intelligentemente dirottato: non si rimpiange il film, si rimpiange il mestiere che il film raccontava. La golden era dei giornali, quella delle paghe vere, dei viaggi stampa all’altro capo del mondo, del secondo tentativo di foto per la cover di Gwyneth Paltrow, per dirla sempre con il primo Diavolo. Che era già un film sul giornalismo, solo che allora quel giornalismo era ancora un sogno realizzabile e quindi non faceva paura a nessuno. Ora è diventato un miraggio, tanto che il nuovo film può permettersi di metterlo al centro. È il classico caso di secondo capitolo che rivela cosa l’originale stava davvero raccontando, solo che ce ne accorgiamo solo adesso, perché solo adesso il declino è completo.
Siamo stati tutti Andy quando provavamo a fare il lavoro che sognavamo usciti dalla scuola di giornalismo. Certo, lei era laureata alla Northwestern, noi alla IULM; lei arrivava a New York con il sogno del New Yorker in tasca, noi sotto la Madunina con quello di scrivere (di cinema) pagati almeno qualche euro ad articolo, insomma: non gratis. E siamo tutti Andy oggi, mentre proviamo a scrivere pezzi interessanti che però fanno poche visualizzazioni (!) e navighiamo a vista in questo tsunami di licenziamenti, tagli, contratti non rinnovati, budget inesistenti, contenuti sponsorizzati che si moltiplicano. Non a caso buona parte del film è stata girata proprio a Milano: Streep e Tucci alla sfilata Dolce & Gabbana per la Fashion Week, il cameo super lol di Donatella Versace, il Cenacolo, le strade del quadrilatero come sfondo. Milano è la Runway europea, capitale di moda ed editoria, e questo film è anche un film su di noi. Pure troppo.
David Frankel (che è il figlio di Max Frankel, storico direttore del New York Times, un dettaglio che a questo punto è essenziale) e Aline Brosh McKenna, regista e sceneggiatrice tornati per il sequel insieme a Streep, Hathaway, Blunt e Tucci, hanno scelto l’approccio più sofisticato: hanno scritto una commedia sulla moda che in realtà è una dramedy sulla fine di un mestiere. Anzi, sul lutto di un mestiere. Indossato sempre benissimo.
Sono passati vent’anni dall’esperienza a Runway. Ora la nostra ex stagista preferita scrive per uno di quei giornali americani d’inchiesta con la schiena dritta e sta per ritirare un premio per uno dei suoi pezzi. Poco prima di salire sul palco, però, lei e i suoi colleghi ricevono un messaggio: sono stati licenziati in tronco (succede nei primi cinque minuti di film, non è spoiler). Il suo discorso di ringraziamento ovviamente va virale sui social al grido di «Il giornalismo è importante, cazzo!».

Anne Hathaway nel sequel. Foto: Macall Polay/20th Century Studios
Persino Miranda Priestly è una di noi (e qui bisognerebbe aprire una parentesi sulla Disneymania per cui cattivi in fondo non possono mai essere davvero cattivi e basta). Si sta barcamenando (e questa è già una parola che non le si addice) nel declino dei magazine cartacei: è colpa del mercato, dell’AI, dei video-da-guardare-al-bagno. La definizione di Nigel, lo cito perché è la cosa più triste e veritiera che abbia sentito sull’editoria nell’ultimo anno. Runway, che nel frattempo è diventata digitale (!), è sotto scacco perché ha pubblicato inconsapevolmente un pezzo su un brand accusato di sfruttamento e ora gli inserzionisti vogliono la testa di Miranda. L’editore, il vecchio Irv, fa due più due: (ri)assumiamo la paladina dei giornalisti che sa pure scrivere e il problema è risolto. Ed eccoci qui: Andy (Hathaway) è di nuovo dentro nei panni di features editor (“ma che cosa vuol dire?”, mi chiedeva qualcuno alla proiezione? Momento Superquark: è quella che dà spessore narrativo alla rivista con pezzi lunghi e “di sostanza”: interviste importanti, profili e ritratti, reportage, storie che vanno oltre la moda pura tipo cultura, società, politica, lifestyle). Ed è esattamente quello che Andy sognava. Peccato che ormai sia tutto finito. Hathaway ha definito Il diavolo veste Prada 2 «una lettera d’amore al giornalismo». Streep, alla première del Lincoln Center, ha annunciato che tutti i costumi, le borse, i gioielli usati nelle riprese saranno messi all’asta per il Committee to Protect Journalists. Facciamocene una ragione, ormai siamo una specie da proteggere.
Emily Charlton (Blunt, che tenta una cosa quasi proustiana col personaggio) controlla i budget pubblicitari di lusso, decide cosa diventa contenuto e cosa no. L’ex prima assistente di Miranda, quella che voleva solo partecipare al grande gioco della moda, oggi ha il potere di far fallire chi lo controlla (semicit.). L’avrete capito: è una di quelle che pretende la testa di Miranda. O almeno: qualche pagina gratis e un pezzo sul nuovo store scritto da Andy (e chi sennò/2). È la più crudele delle inversioni cinematografiche: l’arrivista bullizzata che idolatrava i brand di lusso, oggi quei brand li gestisce e ne dispone come armi puntate contro la sua ex boss. Nel 2006 Miranda spiegava ad Andy come una scelta ai vertici (un colore in passerella) finisse a cascata sul maglioncino comprato da lei al supermercato. Era il manifesto del potere dei gatekeeper culturali. Nel sequel, quel meccanismo si è invertito: oggi sono gli inserzionisti e le piattaforme a decidere cosa arriva in alto, e i magazine, ridotti a contenitori di branded content, eseguono. Per capirci: cerulean blue ora lo decide l’algoritmo. E persino Miranda cede: «Senza di loro non esistiamo noi». È in questa frase che il film fa il suo vero affondo. Quando la direttrice delle direttrici recita la battuta che ogni direttore di giornale del 2026 ha pronunciato almeno una volta in riunione, è chiaro che il film ha vinto (farà sfracelli al box office). E che noi, lettori e cronisti, abbiamo perso.

Emily Blunt nel sequel. Foto: 20th Century Studios
Se in origine il bersaglio era Anna Wintour e i marchi terrorizzati si rifiutavano di prestare gli abiti per il film, oggi Wintour è co-marketing del lancio (vedi la copertina di Vogue con Streep e la gag agli Oscar con Hathaway – a dire la verità poco riuscita –, quindi la benedizione totale di chi sa che il proprio mito si nutre anche della parodia) e i brand fanno la fila per cedere capi e fare un cameo. Il primo film si prendeva gioco della dittatura del gusto. Questo ridicolizza la dittatura del capitale tech sul gusto, con la mira su Jeff e Lauren Sánchez Bezos. Justin Theroux interpreta il miliardario fidanzato di Emily (un personaggio che, secondo Variety, è un ibrido tra Bezos e Musk, «ricco e stupido» come lo ha definito lo stesso Theroux), un uomo che può comprarsi un giornale come gli altri si comprano una macchina. E sì, Emily di fatto è Lauren (e ci fermiamo qui per non spoilerare oltre). Il film esce qualche giorno prima del Met Gala, di cui i Bezos sono co-chair insieme a Wintour stessa, Beyoncé e Nicole Kidman. Emily Blunt rischia di trovarsi sulle scale del Met a pochi metri dalla donna che il suo personaggio sberleffa. Una portavoce di Blunt ha smentito ogni riferimento: «Il character è stato sviluppato vent’anni fa». Ok, sì, per favore annoiate qualcun altro con le vostre osservazioni. Chi sa, sa.
Perché Il diavolo veste Prada 2 è prima di tutto un film per i millennial. Per chi ha vissuto, in parallelo con la propria vita adulta, la lenta agonia di un mestiere. Per chi ha fatto il giornalista quando ancora si poteva, e adesso lo fa nonostante tutto. Il film dice a noi che lavoriamo nei giornali quello che ci dicono ogni giorno i contratti, i licenziamenti, le riunioni in cui «bisogna trasformare il pezzo in un carosello», il mitico book di Runway che prova a sopravvivere per la gloria, anche se non si trasformerà mai più in nessun cartaceo. Cioè: che è finita.
Certo, piangersi addosso col vestito di Givenchy prodotti da Disney è il gesto più decadente possibile. E il cortocircuito si chiude quando ti accorgi che Disney stessa ha tenuto l’embargo critico bloccato fino al giorno dell’uscita, comprato pagine intere di pubblicità senza una sola citazione di un critico, e affidato il marketing a un esercito di influencer. Un film sulla fine del giornalismo che tratta i giornalisti come optional: è il rischio di tutti i film sull’agonia di un mestiere fatti dalle stesse persone che quel mestiere lo agonizzano. Un Sunset Boulevard dell’editoria, in cui Streep (sempre più stratosferica, mentre dice che per “il lavoro più bello del mondo” Miranda si è persa la vita delle gemelle) guarda dritto in camera e Norma Desmond, stavolta, siamo noi.
È un equilibrio crudele e perfetto: il mondo che ci ha cresciuti sta morendo, ma lo stile con cui sta morendo merita ancora di essere guardato con devozione. È il lutto in alta moda, un’agonia coreografata benissimo. That’s all.















