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‘Il colibrì’ e la vita che (non) ci siamo scelti

Il film di Francesca Archibugi tratto dal romanzo Premio Strega di Sandro Veronesi e con un super cast (Favino, Smutniak, Bejo, Moretti, Morante, Porcaroli) ha aperto la Festa del Cinema di Roma. Ecco com’è

Foto: Enrico De Luigi

Tra i film della mia prima adolescenza c’è Mignon è partita, visto qualche anno dopo l’uscita (1988) per ovvi motivi anagrafici, non ricordo se su vhs dell’Unità veltroniana (però tra quelle sicuramente c’era Il grande cocomero) o da registrazione tv dei miei. C’era quella cosa che, al me appunto appena adolescente, impressionò molto. Quella cosa delle persone (la francesina Mignon) che entrano nelle vite degli altri (soprattutto del cugino Giorgio, tredicenne come me quando guardai il film la prima volta) e le sconvolgono, o forse no, forse solo per un attimo, perché quelle vite restano sempre lì, sconquassate ma immutabili, terremotate ma intatte.

Così è pure la vita del Colibrì, il nomignolo del protagonista del romanzo omonimo di Sandro Veronesi, suo secondo Premio Strega, e ora del film omonimo di Francesca Archibugi, anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma (un mese fa era passato a Toronto) e poi subito nelle sale, il 14 ottobre. Mignon è partita è il primo film di Archibugi, Il colibrì l’ultimo, e si sente la stessa tensione, anche se dall’impianto piccolo (mignon, pardon), dal temporale di una stagione, qui si passa alla Vita maiuscola che abbraccia tutto, stagioni e stagioni, e generazioni, amori confusamente consumati e lutti disordinatamente elaborati.

È una specie di Famiglia scoliana che però corre continuamente in avanti e all’indietro, non più lungo il corridoio della stessa casa ma in tante case diverse, ancora grandi, borghesi, abitatissime e poi di colpo vuote. I salti del romanzo, difficili da riportare per immagini, rimangono nell’impianto complesso ma che risulta incredibilmente facile (la sceneggiatura è di Laura Paolucci, Francesco Piccolo e Francesca Archibugi), i trucchi del montaggio (sempre grandiosa Esmeralda Calabria) valgono più dei trucchi, buoni come avviene di rado, dei tanti personaggi che invecchiano e poi tornano giovani, e viceversa.

Pierfrancesco Favino con Nanni Moretti. Foto: Enrico De Luigi

Pierfrancesco Favino, accento toscano lieve, è – asciutto, bravissimo – l’uomo che “si muove per restare sempre nello stesso punto”, travolto dalle (non) scelte di vita, amore (la moglie Kasia Smutniak, la non-amante Bérénice Bejo), famiglia dovuta (splendide mamma Laura Morante e sorella, interrotta, Fotinì Peluso), voluta (la figlia Benedetta Porcaroli, sempre più giusta ovunque la si piazzi: vedi pure Amanda, in sala in contemporanea), allargata (gli strepitosi supporting Nanni Moretti, psicanalista, e Massimo Ceccherini, amico perduto), combattuta e sempre ritrovata, accettata, ricordata. Fra trenini, Billie Holiday, fili invisibili, Gamberi Rossi, acque azzurre, magliette fine, arrampicate, cadute.

È, Il colibrì, un film – un mélo – come si fabbricavano un tempo, presi da libri di successo, con attori popolari, e la mano sicura di una regista che pensa al pubblico e che non ha paura delle emozioni (si piange molto). Chi ha letto il romanzo (tantissimi) sa come va a finire, per gli altri la tensione perdura, anche sui titoli di coda, con l’inedito regalato dalla famiglia Endrigo a Marco Mengoni. Caro amore lontanissimo, e cari e lontanissimi sono tutti. Mignon che parte, il Colibrì che resta, o forse anche lui ha sempre scelto, ha sempre agito. Son quelle cose che sapevi fin da adolescente, ma solo alla fine le vedi, le capisci.

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