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Il cinema di Gianni Zanasi è un sistema complesso

Ma anche semplicissimo. Presentato alla Festa di Roma ‘War – La guerra desiderata’, il film starring Edoardo Leo e Miriam Leone che riconferma l’occhio speciale dell’autore emiliano. Che immagina una guerra del futuro per parlare della rabbia di oggi

Miriam Leone e Edoardo Leo in ‘War – La guerra desiderata’ di Gianni Zanasi

Foto: Vision Distribution

Come siamo arrivati a questo punto? Non è che forse ci siamo sempre stati? È un po’ la domanda cruciale di War – La guerra desiderata, il film di Gianni Zanasi che capita per destino proprio ora (prima alla Festa del Cinema di Roma, poi nelle sale dal 10 novembre), in questi tempi scassati di guerra e di governo (?), ma che è stato scritto nel 2019, come dice il cartello all’inizio, e cioè prima di pandemia e Ucraina.

È una distopia (pardon), ma manco troppo. Scoppia una crisi diplomatica tra Italia e Spagna, c’è una minaccia di guerra che investe l’Europa intera, in mezzo si trovano il solito laureato in Lettere fallito (Edoardo Leo, un po’ Ri-smetto quando voglio) e una psicologa (meravigliosamente malinconica Miriam Leone) figlia di un viceministro guerrafondaio.

È un mondo di mazzette, pratiche, timbri. Soprattutto di rancore, violenza, sovranismo, aggressività diffusa e incontrollata. Il personaggio meglio scritto è quello di Giuseppe Battiston, titolare di pub che di colpo trova l’occasione di mettersi una giubba militare e sfogare tutta la rabbia, contro tutto e tutti, in nome del popolo italiano, ma principalmente di sé stesso. È l’uomo animato dai Vaffa, dalla Bestia, dal risentimento che cova nella famigerata pancia del Paese, e nella sua.

War – La guerra desiderata è il film più cupo di Zanasi (che l’ha scritto con Lucio Pellegrini e Michele Pellegrini), e pure il più ambizioso. È accidentato – più di un buco di sceneggiatura, nonostante la (troppo) lunga durata – ma ha il coraggio di mettere per metafora quello che ribolle a livello social(e) da troppo tempo, beccando l’anima del tempo. Pare quasi una risposta diversa ma intonata al precisissimo (sottovalutato da molti) Siccità di Virzì, con la geopolitica al posto del clima – e dei climi umani.

Il cinema di Zanasi è un cinema solitamente piccolo, che mette gioia, fatto di feelgood movie che però piacioni o furbi non lo sono mai. È un cinema di provincia, dislocato, la Rimini vitellona di Non pensarci, la montagna della Felicità è un sistema complesso, gli eco-colli toscani di Troppa grazia. Qui si sposta in una Roma deserta, sfollata dal Covid e diventata scenario di guerra. Una Roma con le vestigia fasciste a ogni angolo, bellissima ma anche Grande Bruttezza, come l’umanità che racconta. O forse no: quella gente – noi tutti? – è solo meschina, fragile, più che realmente brutta solo abbrutita.

War è stato applaudito poco o niente dai giornalisti, alla proiezione stampa della Festa. Non è forse il film che riporterà il grande pubblico nelle sale, ma è un atto di fiducia nell’intelligenza dello spettatore, dopo troppe stagioni di cinema italiano che ha parlato solo a sé stesso. Nella sua semplicità, il cinema di Zanasi è un sistema complesso, che (ci) fa sempre bene.