Qualche giorno prima dell’uscita del film di cui tutti parlano, Variety ha pubblicato un articolo in cui si raccontava dei nolaniani ultraortodossi che voleranno da una parte all’altra dell’America per vedere l’Odissea in IMAX 70mm, di donne che hanno aspettato a concepire il secondo figlio perché rischiava di nascere troppo a ridosso dell’uscita dell’Odissea, di un fan che ha comprato 18 biglietti per vedere 18 volte l’Odissea “as Nolan intended” (già il meme più bello dell’estate), e di altri picchiatelli grazie ai quali i giornali possono strillare: “Il cinema è vivo!”.
Il cinema, grazie non solo a quei picchiatelli, quest’estate è vivo per davvero: ma siamo sicuri che lo sia realmente? Non entro nel merito del film: piaccia o no, ha sempre e comunque ragione Nolan. E un film di cui tutti parlano, che riempie le sale, che crea dibattito, che invade giornali e social, che solleva polveroni politici ma anche guide di viaggio da Favignana alla Scozia è, al di là della retorica, una bella notizia sempre, nel 2026 soprattutto.
Ho già scritto dell’eventizzazione del cinema, che sembra oggigiorno l’unica forma per cui il cinema stesso può restare in vita. Da Barbenheimer a, su scala ridotta ma non troppo, la doppietta horror di questa primavera che pure s’è fatta molto bene a vicenda (Backrooms + Obsession: Backsession?), il segnale è inconfutabile. E poi, in questa stagione, c’è stato Michael, e Il diavolo veste Prada 2, colossi fondati su una miscela potentissima di nostalgia e chiamata alle sale perché “lo stanno vedendo tutti, non vorrai mica restare indietro!”. Persino in Italia, dove al cinema non va più nessuno, quando riusciamo a creare l’evento – da Paola Cortellesi al solito Checco Zalone – sembriamo (siamo) un mercato floridissimo.
In un’epoca – anche questo l’ho già scritto mille volte – in cui la serialità si è frammentata (tradotto: quante ca**o di serie escono ogni settimana?) al punto che nelle ultime stagioni non sono più nati titoli veramente “di tutti” come succedeva fino a prima del Covid, il cinema è tornato il luogo in cui andare, quelle due-tre volte l’anno, se si vuole stare nella famigerata conversazione. Ma l’estate 2026 potrebbe rappresentare un punto di non ritorno, nel bene e nel male. Già evidente da qualche stagione, ora il rischio dell’irreversibilità è reale: o si va al cinema per il grande evento, o non si va punto. Da noi succede già da parecchi anni.
Il paradosso è che questa monumentale Odissea, nella forma in cui è stata concepita, tecnicamente è un film piccolissimo, per pochissimi. Ormai l’avrete letto fino allo sfinimento: è la prima produzione girata interamente con pellicola IMAX 70mm, dunque se si vuole vedere il film “as Nolan intended” bisogna andare in una sala che regga quel formato. Quelle sale sono poco più di una quarantina. Nel mondo.
Da qui i meme (il film “montato” a sfregio di Nolan sugli schermi dei telefonini, o degli aerei, o degli Apple watch), ma anche la bizzarra natura di questo oggetto: collettivo ma escludente, enorme ma limitato. L’IMAX 70mm è l’evento nell’evento: quasi tutti ovviamente stanno vedendo l’Odissea nella versione “tagliata”, e forse alcuni di loro (i picchiatelli però meno picchiatelli di quelli che prendono un volo per andare nella sala IMAX nello Stato vicino) probabilmente col senso di colpa di stare tradendo l’autore che meglio ha fatto al cinema pop-d’autore, di sicuro in termini economici, negli ultimi vent’anni.
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È purismo? È marketing? È tutto insieme, e va benissimo così. In Italia, l’Odissea ha incassato nel primo weekend quasi 10 milioni di euro, di cui quasi 400mila nelle sale IMAX e 180mila in quelle solo 70mm (i due dati sommati fanno quasi il 6% del totale: pochissimo, ma non pochissimo). È una forma di fanatismo/feticismo per alcuni, ma anche di salvaguardia di un mezzo che si è scoperto essere l’arte più fragile forse mai esistita, nata col Novecento e morta prematuramente alla fine dello stesso secolo, almeno per quel che era la sua forma originale.
Tocca dare ragione a Timothée Chalamet: il cinema è (già) come il balletto e l’opera lirica, ma rischia di diventare ancora più piccolo, anche se gli eventi (e gli schermi) in alcuni (rarissimi) casi sono sempre più grandi.
È bellissimo andare a vedere l’Odissea, che piaccia o no, a tutto schermo o con gli elmi tagliati, nel multiplex über-tecnologico o nel cinemino sotto casa. Nolan ha ragione, facciamocene una ragione anche se non siamo nolaniani. È bello parlarne, bisticciare, strabuzzare gli occhi davanti a chi nega l’evidenza (ovvero: la cosa indiscutibilmente migliore di tutto il film è Matt Damon).
Ma l’altro giorno un’amica mi ha scritto: “Sono andata a vedere [titolo di film francese senza pretese di un’ora e mezza] e ho pianto dall’inizio alla fine”. E anche se non sono un nostalgico, mi è sembrato un messaggio pescato da una capsula del tempo. Andare al cinema solo per andare al cinema, senza IMAX, senza 70mm, senza carousel social, senza hype, senza dibattito, senza greci che s’indignano perché queste olive non so’ greche (cit.). Non era – non potrebbe essere ancora – bellissimo anche solo così?













