Carla Lonzi «aveva questa capacità di farti sentire intelligente», dicono nel documentario a lei dedicato, e questa capacità ce l’ha anche Francesca Archibugi, che questo documentario l’ha diretto. Nei suoi film – pure nell’ultimo, Illusione – c’è sempre qualche pista che non t’aspetti e che ti fa pensare: forse potrei prendere quella strada lì, forse le cose (e le persone) sono un tantino più complicate di quello che ci s’immagina, di quello che anche il cinema s’immagina. Questo documentario s’intitola Carla Lonzi – Dentro e fuori dal mondo, esce in sala il 26, 27 e 28 ottobre con Fandango, e Archibugi rivela solo alla fine la sua vicinanza al soggetto ritratto: era la mamma del suo compagno di vita, e anche di lavoro (Battista Lena ha composto le musiche di quasi tutti i suoi i film).
Ma non è un tema, né tantomeno un problema. Archibugi ha la giusta distanza che mette sempre nelle storie, anche questa che (non) la riguarda. «Il soggetto non cerca quello di cui ha bisogno ma lo fa esistere», diceva Lonzi, critica d’arte in un modo che veniva prima degli altri, femminista diversamente delle altre; e Archibugi fa esistere questo soggetto rispondendo al bisogno di tante donne e uomini di oggi: mettere in ordine le piste che hanno generato, talvolta ingarbugliandolo, il femminismo dei nostri giorni.
«Un giorno [Carla] mi disse: un giorno lo capiranno [quello che dico]», e il giorno è arrivato. Il giorno in cui si fa ordine in una figura molto citata (anche in FolleMente di Genovese, per dire) ma che a noi, anche a me, finora era come sfuggita. C’è la Carla Lonzi che porta la storia dell’arte sulla Rai e che vuole negare il controllo del critico sugli artisti; la Carla Lonzi che crea una stanza tutta per sé fatta a forma, o è quel che penso io, delle casette dell’altra Carla, cioè Accardi; la Carla Lonzi dei giorni felici (cit. da Beckett) e di quelli tristi, perché «la vita è bella senza dolore, ma ha qualche senso senza dolore?».
La Carla Lonzi dell’arte cambia tutto e tutto distrugge. Le donne dovevano smettere di fare arte perché la loro voce non si poteva stagliare su quella degli uomini: è, in sintesi, il Lonzi-pensiero. «Aveva ragione e aveva torto», commenta nella distanza del tempo e della Storia Silvia Giambrone, artista. È già più che un manifesto politico, anche qua prima di tutti e tutte.
Carla Lonzi vive la politica del suo tempo, e la ribalta. Vede il ’68 (quello delle «persone già adulte», non dei ragazzi) e ne capisce l’inganno: le donne sono escluse dalla rivoluzione, e allora farla diventa ancora più importante. «Per la sinistra [il rapporto] uomo-donna è sempre stato una questione secondaria», dice Nanni Moretti interpellato da Archibugi passeggiando per Villa Borghese. È il tempo di ieri, sembra il tempo di oggi.
Per Carla Lonzi il personale diventa sempre pubblico, dice il fratello Vittorio commentando, anche lui a distanza, il saggio La donna clitoridea e la donna vaginale. «È come se ignorasse i pericoli», dice un’altra amica a proposito di un altro testo seminale, Sputiamo su Hegel, e questa è forse è la frase che la mette a fuoco meglio di tutte.
E poi ce n’è un’altra: «In lei [coesistono] diverse forme di temporalità», che è ciò che rende questo stesso documentario dentro e fuori dal tempo, dentro e fuori dal mondo: quello di ieri, quello di oggi. Serve alle ragazze di ieri e di domani, agli uomini che le accompagnano, al cinema del reale che prende un’altra pista, facendo esistere le cose di nuovo.











