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‘I segni del cuore – CODA’ non è un film da Oscar, ma è giusto che abbia vinto l’Oscar

O quantomeno comprensibile rispetto all’epoca (streaming) che stiamo vivendo. Una risposta al dibattito social: sì, il Cinema (maiuscolo) è altrove, ma forse stavolta va bene così

Foto: Apple

Vedo che sul mio feed, per quel che vale (poco), si discute molto a proposito di CODA (da noi I segni del cuore: poi dice perché la gente s’è disaffezionata al cinema), il neo-vincitore dell’Oscar come miglior film. Provo allora a rispondere (qua, non là: non commento più niente sui social, non sono mica pazzo) a due domande. CODA è un film da Oscar come viene classicamente inteso? No. CODA ha meritato l’Oscar? Sì. Per mille motivi.

In Italia il film è da poco su Sky, sarebbe dovuto uscire in sala almeno sette volte e invece arriverà bizzarramente solo il 31 marzo, e dire che c’era tutto il tempo: è stato presentato la prima volta al Sundance il 28 gennaio del 2021, si capiva che la corsa sarebbe stata lunga, e infatti siamo ancora qua a parlarne.

Che vinca l’Oscar un film che quantomeno la stampa, e quantomeno nordamericana, ha visto più di un anno prima rispetto alla cerimonia di consegna dei premi è quasi matematicamente impossibile: di solito vengono bruciati tutti. Succede spesso coi film di Cannes, che cade più tardi (a maggio, tolte le annate Covid): l’eccezione, negli ultimi anni, è stata la Palma d’oro Parasite, ma è chiaro che il film di Bong Joon-ho richiedeva tempo, per essere compreso a digerito dal mercato e dall’industria statunitensi. Ma molte volte non ce la fanno manco i titoli dell’autunno (quest’anno i favoritissimi Belfast di Kenneth Branagh, lanciato a Toronto, e Il potere del cane di Jane Campion, premiato a Venezia, ormai il festival più capace di segnalare gli oscarizzabili dell’anno successivo).

S’è capita, però, un’altra cosa. Che l’Oscar non è più indicatore della stagione cinematografica come di solito la s’intendeva; e che la stessa Awards Season, che si chiude appunto con l’assegnazione degli Academy Award, di fatto non esiste più. È tutto più magmatico, e dunque imprevedibile.

Da sinistra: Daniel Durant, Marlee Matlin e Troy Kostur, gli attori non udenti che interpretano il fratello e i genitori di Emilia Jones in ‘I segni del cuore – CODA’. Foto: Apple

CODA, l’avrete letto, è il primo film dell’era streaming a vincere la statuetta più importante del cinema (Apple ha comprato i diritti al Sundance e poi l’ha distribuito sul mercato USA), e già questo ci dice che è tutto cambiato. Ed è un film pensato, consapevolmente o meno, non per l’esperienza della sala (qualunque cosa significhi), ma per una domenica pomeriggio sul divano. Io l’ho visto il primo di gennaio, stravaccatissimo, era tutto perfetto, ho pianto tanto: perché la scena su Both Sides Now è obiettivamente irresistibile. CODA è il film da divano che vince nell’era in cui il novantanove per cento degli spettatori guarda i film dal divano: in questo senso, il verdetto è inappuntabile.

CODA, avrete letto anche questo, è il remake di un filmaccio francese del 2014 che s’intitola La famiglia Bélier. Era una commedia oscena che ha fatto tanti soldi anche da noi, la storia è la stessa: una ragazzina con la passione del canto è l’unica udente di una famiglia di sordi (gli attori francesi però non lo erano). La versione americana è un coming of age classico, dove l’assunto diventa più simbolico: la ribellione di un’adolescente nei confronti dei genitori è sempre uguale per tutti; in questo caso si traduce, più o meno volontariamente, nel volersi dedicare all’unica cosa che la tua famiglia non potrà mai comprendere (e qui, a differenza dell’originale, gli attori sono sordi anche nella realtà: il papà Troy Kotsur, miglior non protagonista, è il secondo non udente a vincere un Oscar dopo Marlee Matlin, che fu premiata per Figli di un dio minore e che qui interpreta la madre).

CODA è un filmetto? Sì, qualsiasi cosa significhi pure questo. È un Bellissimo di Rete 4 che ce l’ha fatta, e che – nel bene e nel male – ha totalmente senso rispetto al tempo che viviamo. Un tempo in cui il Cinema (maiuscolo) è forse destinato ad essere esercizio di pochi. È giusto, è sbagliato? È così, e basta. Il gusto s’è appiattito, è peggiorato? Anche questo chi lo sa. Di certo c’è un altro modo di fruire le storie, certamente più disattento, con meno richiesta da parte dello spettatore, pure con minore religiosità.

Il film più bello dei candidati all’Oscar era, per quanto mi riguarda, Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson. E so che molti cinefili, nerd, amici del mio feed condividono la mia posizione. E con loro mi trovo nel sostenere che pure West Side Story di Steven Spielberg è una spericolata operazione cinefila forse uguale a nessuna, altissima, preziosissima; e che Drive My Car di Hamaguchi Ryūsuke è un’operona e be’, che le vuoi dire; e che (ma su questo ci si divide di più) La fiera delle illusioni – Nightmare Alley di Guillermo del Toro è un altro film pieno di cose splendide, denso, sofisticato, nerissimo, bestiale in tutti i sensi. Siamo tutti (noi pochi) d’accordo sul fatto che il Cinema è qui, ma pure – con esiti che m’appassionano e mi parlano meno – nel Potere del cane, in Belfast, in Dune.

Ma CODA risponde ad altri criteri, che non sono necessariamente quelli del Cinema. Ma neanche quelli, come sostengono alcuni, della cieca e stupidissima inclusione: il tema della disabilità certamente conta, nell’aver raccolto così tanti premi; ma è affrontato con grazia e intelligenza, non c’è furbizia e nemmeno pietismo.

Gli Oscar non hanno sempre seguito i criteri del Cinema. L’Academy ha premiato – vado a caso – Via col vento, Eva contro Eva, Fronte del porto, L’appartamento, Un uomo da marciapiede, due Padrini, Io e Annie, Il silenzio degli innocenti, Titanic. Ha premiato il Cinema.

Ma pure – vado sempre a caso – Il giro del mondo in 80 giorni, Tutti insieme appassionatamente, Patton, Gente comune, Il paziente inglese, Shakespeare in Love, A Beautiful Mind, secondo incastri e accadimenti ogni volta casuali, dettati dall’industria e dalle sue regole. L’Oscar è un premio aziendale, non la corona d’alloro da porre sul capo del genio: altrimenti – è il ritornello che ripetono tutti – avremmo visto Chaplin, e Hitchcock, e Buñuel, e Godard, e Kubrick con la statuetta in mano.

Lo stesso vale per CODA: per il film che è, e per l’epoca che rappresenta, è un perfetto testimone del suo tempo. E non è nemmeno il più brutto titolo a vincere come best picture negli ultimi vent’anni, anche solo per il fatto che non vuole essere un film d’autore, non ha le pretese di Crash, del Discorso del re, di Argo, di Moonlight. È più un Green Book, ma più sincero.

E poi CODA l’Oscar non l’ha nemmeno vinto, lo sappiamo tutti. Il film degli Oscar 2022 l’hanno fatto Will Smith e Chris Rock, e anche questo è segno (del cuore?) che forse davvero il cinema, con o senza maiuscola, non conta più niente.

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