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I grandi divi del cinema: intramontabile William Holden

‘Viale del tramonto’ di Billy Wilder l’ha consacrato, ma c’è stata anche l’azione, il mélo, il dramma bellico. Ha coperto tutti i ruoli, e in quei ruoli si sono riconosciuti tutti. Fino alla (tristissima) fine: anche quella da film

William Holden negli anni ’50

Foto: John Kobal Foundation/Getty Images

William Holden (1918-1981), poco più che ventenne, si trova già nel posto giusto, cioè Hollywood, che gli offre ottime possibilità, come nel film Passione – Il ragazzo d’oro (1939), dove interpreta un giovane che possiede due doti importanti, ma che si contrappongono, per via delle mani: è pugile ma anche violinista. Ruolo certo non semplice, magari velleitario. E infatti William si dimostra immaturo, e ne pagherà il fio per molto tempo. Nel frattempo ha l’età per fare la guerra, e la fa. Da paracadutista.

La grande occasione gli arriva nel 1950 quando Billy Wilder gli affida il ruolo di Joe Gillis, lo sceneggiatore fallito di Viale del tramonto. L’attore dà corpo e volto a un personaggio che lo fa entrare nella mitologia del cinema. Da quel momento sbaglierà pochissimi colpi. Atletico, occhi azzurri brillanti e capelli scuri, spesso sorridente, è sullo schermo un uomo meravigliosamente normale. Molti suoi film presentano la doppia qualità, artistica e popolare. Chi non lo ricorda salire sulla collina di Hong Kong per incontrare Jennifer Jones ne L’amore è una cosa meravigliosa? La più bella storia d’amore di tutto il cinema. Sostenuta dalla mitologica canzone composta da Sammy Fain, parole di Francis Webster. E chi non è rimasto davvero male, vedendolo morire ne Il ponte sul fiume Kwai?

Nel 1953 Wilder lo ripropone nel ruolo del detenuto cinico, ma non traditore, di Stalag 17, dove Holden conquista l’Oscar. Ormai è giustamente legittimato nella sfera dei divi assoluti. L’anno dopo lo stesso Wilder lo provoca facendogli fare il ricco e frivolo (e ossigenato) fratello di Bogart in Sabrina. Poi è una serie di ottime performance fino a Picnic, successo sensazionale. William è un vagabondo che stravolge la vita di una piccola città di provincia. Recita diversamente dal solito, con esagerata espressione e gestualità, è quasi ridicolo quando balla con (l’altrettanto ridicola) Kim Novak, ma ha presenza e simpatia irresistibili, tutto si fa perdonare. Di quei primi anni ’50 sono L’assedio delle sette frecce, La ragazza di campagna, I ponti di Toko-Ri, tutti grandi successi.

Nel Ponte sul fiume Kwai Holden accetta di essere pagato a percentuale, novità assoluta a Hollywood. E diventa ricchissimo. È avveduto e intelligente, investe soldi acquistando il Mount Kenia, il celebre albergo costruito sugli alberi. Amato da grandi mestieranti-narratori come King e Preminger e da autori come Wilder e Cukor (Nata ieri), eccolo nel fordiano Soldati a cavallo, e nella parte del petroliere costretto a diventare spia ne Il falso traditore, film perfetto e sottovalutato, firmato da un amico dell’attore, George Seaton.

Sempre nel segno di un’alta qualità media dei suoi lavori, occorre ricordare punte come Il mucchio selvaggio, dell'”autore” Peckinpah, Quinto potere di Lumet e lo struggente e decadente Fedora, reminiscenza del “Viale“, ancora una volta con Wilder. William Holden è stato trovato morto il 16 novembre del 1981 nella sua casa di Santa Monica, California. Vicino a lui c’erano bottiglie vuote, presentava una ferita alla testa. Il medico legale stabilì che era morto da quattro giorni. L’ipotesi più probabile è che Holden, sotto l’effetto dell’alcol, sia caduto battendo la testa contro lo spigolo di un tavolo, che sia rimasto cosciente per almeno mezz’ora, senza rendersi conto della gravità della ferita e che non abbia chiesto aiuto prima di perdere i sensi. La notizia della sua morte, quando aveva solo 63 anni, colpì tutti, non solo la gente di cinema.

William Holden, uomo vero, attore vero, raggiungibile (contrariamente a un Tyrone Power o a un Robert Taylor), dall’identificazione popolare, è stato naturalmente personaggio, ma ha soprattutto “coperto ruoli” nei quali ciascuno di noi si è certamente riconosciuto, sentendosi migliore. Perché il referente era di grande qualità, da tener da conto. Uno così oggi… chissà se c’è.

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