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I grandi divi del cinema: Alan Ladd, cavaliere solitario

E, oggi, da molti dimenticato. Nonostante i molti cult noir anni ’40 e capisaldi del western come ‘Il cavaliere della valle solitaria’, che l’ha consacrato a quarant’anni. Ecco perché oggi va ricordato

Foto: Archive Photos/Getty Images

Il tirocinio di Alan Ladd è il solito, molti lavori e attività (anche giornalismo), prima di entrare alla Paramount. Qualche piccola parte (per esempio in Quarto potere), poi un paio di presenze più robuste fino alla grande occasione, Il fuorilegge del 1942, per la regia di Frank Tuttle, tratto da un romanzo di Graham Greene in cui incarna un killer freddo e crudele ma con sfumature intense e inquietanti. Ladd ha trovato quella che sarà la sua immagine della prima stagione della carriera: una grinta impassibile e durissima in contrasto col suo aspetto di biondo dagli occhi azzurri fragile e fin troppo bello. Negli anni ’40 diventa padrone di quel ruolo con film come La chiave di vetro, sempre del ’42, firmato da Stuart Heisler, tratto dal un racconto del grande giallista Dashiell Hammett. Anche Raymond Chandler, non meno grande di Hammett, l’inventore di Marlowe, è l’autore del testo La dalia azzurra, intensa interpretazione di Ladd. Ricordabili, in questo stile, anche Saigon e Calcutta. Spesso accanto a lui c’è la sua omologa (piccola, bionda, pettinatissima) Veronica Lake.

Ladd fa incassare milioni di dollari con produzioni a basso costo. Sarà un autentico guaio per lui. La major continua a sfruttarlo in quel senso senza dargli la possibilità di evolversi e manifestare tutte le sue qualità, che sono rilevanti. L’opposto di un Bogart, certamente non più dotato di Ladd ma impiegato in ruoli meno commerciali. L’attore è straordinario nella riduzione del famoso romanzo di Francis Scott Fitzgerald Il grande Gatsby, dove domina una produzione che si permette molte licenze rispetto al romanzo, ma mantiene una sua logica narrativa.

Intanto è perennemente nella Top 10, cioè nell’importantissima hit parade del botteghino hollywoodiano. Nel 1948 la Casa lo impiega in un western a colori, Smith il taciturno, film di ottimo budget e possibilità. Ladd si rivela un magnifico westerner e da quel momento i suoi ruoli saranno per lo più quelli. Nel 1953 George Stevens dirige il film che, in occasione del quarto di secolo della Paramount, dovrà diventare leggenda, e leggenda diventa: Il cavaliere della valle solitaria (Shane). Shane è Alan Ladd. Ne esce un eroe magnifico: l’uomo misterioso e silenzioso, che sa essere umano e, al caso, violento, e che fa giustizia senza compensi. A quarant’anni, ha avuto la consacrazione che meritava. Shane è uno dei più accreditati cult del cinema del mondo, con una folta schiera di appassionati che erano ragazzi in quel tempo.

Dopo Il cavaliere, Ladd lascia la Paramount, che era stata la sua “Casa” in tutti i sensi e comincia a declinare. Gli anni – e l’alcol – gli toccano il volto e fanno emergere tutta la sua fragilità, anche interna. Dopo una serie di western, alcuni dei quali certamente decorosi, sempre più legnoso e a disagio, l’attore è diventato ombra di sé stesso. L’ultima impennata è nel suo ultimo film, L’uomo che non sapeva amare, dove Ladd ha accettato un ruolo di caratterista. È un vecchio cowboy tramontato, triste e grottesco, che diventa attore del cinema. Ladd muore poco dopo, a 51 anni, per una miscela di pillole e liquori.

Di Alan Ladd, nei decenni, sono davvero sparite le tracce. Il suo destino postumo di attore-eroe misconosciuto è stato implacabile. Una certa memoria popolare, ottusa, lo identifica come il piccoletto che doveva salire sulle casse per abbracciare Sophia Loren nel Ragazzo sul delfino. Pochi si sono accorti, nelle ere del cinema successive a quell’età dell’oro, del carisma esclusivo di Alan Ladd, della sua intensa capacità di sentire i ruoli, della sua naturale, malinconica nobiltà.

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