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I grandi del musical: senza Shirley Temple non esisterebbe l’America

Chiunque, dopo la Grande Depressione, si è identificato nella storia della bambina prodigio più famosa dello schermo: spettatori più piccoli e adulti che volevano ricostruire il Paese grazie al sogno del cinema. Ma oltre quei riccioli d’oro c’era di più

Foto: Bettmann/Getty Images

Il cinema ha creato tanti fenomeni, divi che hanno dettato sentimento e comportamento nel vasto, ricettivo popolo del cinema. Ma Shirley Temple (1928-2014) è stata il fenomeno dei fenomeni. Nessuno come lei. E lo era già… a sei anni. Le major hollywoodiane sapevano cogliere nella società, nelle esigenze del momento, le indicazioni per creare un modello che avrebbe conquistato il pubblico, capace di catalizzare la cosiddetta identificazione. Modello che avrebbe portato denaro alla Casa. Shirley Temple, che nacque ultratalentuosa, fu anche favorita dal momento storico, i primi anni Trenta, quelli della Grande Depressione. Bambina prodigio era una definizione perfetta per lei. A cinque anni sapeva già cantare e ballare, e parlare – secondo copione naturalmente – da bambina-adulta, una saputella che tuttavia non dava fastidio. Le mamme d’America, e non solo, cercavano di fare delle loro bambine delle Shirley. Nel primo decennio degli anni Trenta furono milioni le neonate che si chiamavano come lei. La sindrome Temple arrivò a contare i suoi riccioli, e a trasformare capigliature lisce in boccoli, cinquantasei possibilmente. E poi il denaro.

Fra il 1933 e il 1935, la Fox corrispondeva alla bambina 20.000 dollari la settimana. Neppure Greta Garbo guadagnava tanto. Ma per la major era un sacrificio ben ripagato. Shirley riempiva le sale di tutto il mondo. Era talmente ambita la bambina che, quando la Metro-Goldwyn-Mayer decise di produrre Il mago di Oz, per avere Shirley nella parte di Dorothy offrì alla Fox la coppia Clark Gable e Greta Garbo, ma ne ottenne un rifiuto. Così “ripiegò” su Judy Garland, che fu comunque all’altezza del ruolo. La Temple fece per la Fox un film dopo l’altro senza soluzione di continuità. Un altro segnale della sua maturità precoce. La sua collega Garland, di sei anni maggiore, venne negli anni travolta dallo stress. Nella filmografia si può dire che un titolo vale l’altro. Vanno comunque segnalati Piccola stella, La mascotte dell’aeroporto, Riccioli d’oro. E le canzoni On the Good Ship Lollipop, suo cavallo di battaglia, Animal Crackers in My Soup e At the Coldfish Ball. Fra le molte altre.

Grande sponsor della bambina fu il presidente Roosevelt, che aveva intuito l’importanza del cinema e dei messaggi che poteva portare in quella contingenza così difficile. Il presidente incoraggiava le major a fare film che portassero distrazione, magari una parte di felicità. La Temple era perfetta per quella missione. Roosevelt dichiarò: «È meraviglioso che per pochi centesimi ogni americano possa entrare in un cinema e vedere il sorriso di una bimba che gli ridarà forza per andare avanti». Il “fenomeno” era gestito da specialisti, insegnanti, tecnici, anche da sociologi e psicologi. In sedici dei venti film di cui fu protagonista alla Fox, la bambina era orfana di un genitore. Da lì lo scatto dell’identificazione. I padri e le madri diventavano i sostituti del genitore morto. Un altro incentivo al botteghino.

Come accennato sopra, il “fenomeno” andò ben oltre il cinema. Nomi importanti, dell’arte e della cultura dissero la loro. Un esempio: lo scrittore britannico Graham Greene riprese un giudizio di alcuni critici e lo ripropose secondo la sua visione personale: «La passione di molti adulti verso la bambina Shirley è vicina alla pedofilia». Ma la Temple percorreva la propria strada senza farsi condizionare da tutta quella massa che si era formata su di lei. Era straordinariamente precoce per talento e per intelligenza. E non perse mai quella sua qualità, da adolescente, giovane e adulta. Negli anni Sessanta si dedicò alla politica. Si candidò al Congresso per il Partito Repubblicano nel 1967. Poi divenne rappresentante degli USA all’ONU e ambasciatrice in Ghana e in Cecoslovacchia. Sempre “prodigio”. Shirley: l’America.

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