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I 25 migliori horror di tutti i tempi

Da ‘L’esorcista’ a ‘Psycho’, passando per ‘Ring’ (ma l’originale giapponese), i ‘Dracula’ d’antan e i cult di Carpenter, Romero & Co. Un listone… da paura

Foto: Cinematic Collection/Alamy Stock Photo; Fotos International/Getty Images; Universal Pictures/Everett Collection; Courtesy Everett Collection; Courtesy Everett Collection

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Il gabinetto del dottor CaligariRobert Wiene1920

“Ci sono spiriti da ogni parte. Sono attorno a noi”: si apre così il film più vecchio, e probabilmente anche più influente, di questo elenco. Questo classico del cinema muto, su un ipnotista e il sonnambulo mastodontico che obbedisce ai suoi ordini di uccidere, ha resistito nel tempo aleggiando come uno spirito. E infatti c’è un po’ di Caligari ovunque: nell’architettura espressionista frastagliata delle favole blockbuster (soprattutto quelle di Tim Burton, che ha anche preso in prestito il look del dottore malvagio per il suo Pinguino in Batman – Il ritorno), nei finali a sorpresa di molti thriller e nei protagonisti inquietanti dei monster movie della Universal di un decennio dopo. Ma, al netto della lunga ombra stilistica che ha proiettato, il film rappresenta ancora una delle immersioni più profonde di questo medium nell’abisso di una mente deviata: le angolazioni, gli sguardi maliziosi e le strutture contorte inquadrano il corso degli eventi attraverso la lente di una soggettiva da incubo. – A.A.D.

24

L’occhio che uccideMichael Powell1960

Quanto deve essere perverso un film horror per riuscire a distruggere la carriera di un regista? Dovremmo chiederlo a Michael Powell, nome leggendario del cinema inglese che è riuscito a scandalizzare i critici e che, dopo questo film proto-slasher con Carl Boehm (nei panni di un cameraman che riguarda ossessivamente i video delle sue vittime riprese nel momento della loro morte), è caduto in disgrazia. La pellicola di Powell, anche se è uscita nello stesso anno di Psycho – il film di Alfred Hitchcock che racconta la storia di una mente deviata simile –, è più empatica nei confronti del killer (che ha avuto un’infanzia particolarmente tormentata) ed è un atto d’accusa spietato nei confronti della sete di sangue del pubblico. La storia è al contempo avvincente e sconvolgente, e tocca tasti così dolenti da provocare repulsione negli spettatori. – N.M.

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La cosaJohn Carpenter1982

Il remake di John Carpenter del classico del 1950 La cosa di un altro mondo parte dal presupposto originale – il caos si scatena in una stazione di ricerca antartica, con un extraterrestre mutaforme che si nasconde fra gli occupanti dell’avamposto – aggiornandolo agli anni ’80 e rendendolo inesorabilmente cupo, ansiogeno e disgustosamente cruento. La paranoia rischia di diventare un nemico pericoloso man mano che l’alieno decima, una persona alla volta, il team (costituito da Kurt Russell, Keith David e un manipolo di altri burberi attori). Chiunque potrebbe essere contaminato. Non ci si può fidare di nessuno. Gli effetti speciali di Rob Bottin distorcono la biologia umana (e canina) fino a darle una forma da incubo, mentre il regista di Halloween fa salire la tensione del film fino a un picco quasi insostenibile. Il pubblico non sapeva come porsi nei confronti di questa pellicola tanto cupa e terribile, in cui le teste non solo potevano rotolare, ma sviluppavano gambe a chele di granchio e fuggivano via. – K.P.

22

La notte dei morti viventiGeorge A. Romero1968

George A. Romero non ha studiato cinema né si è fatto strada nell’ambiente degli Studios. Era un regista “working class”, un cane sciolto che realizzava video per aziende e spot pubblicitari nella sua casa di Pittsburgh: tanta della forza di questo suo debutto come regista di film deriva da un approccio molto pratico che regala alla sua apocalisse zombie un senso di autenticità. Il suo protagonista, notoriamente, non era stato pensato per essere di colore (Duane Jones ha ottenuto la parte solo perché ha fatto un buon provino), ma funziona a meraviglia e aggiunge un sottotesto pesante a ogni interazione (oltre che un senso d’ineluttabilità al finale da brivido). Quella patina di critica sociale, abbinata a uno stile basato sull’improvvisazione, indica il percorso futuro di questo genere di film, mentre il make-up che richiama il kabuki e i movimenti teatrali degli zombie riportano alla mente i mostri del passato. La notte dei morti viventi non è solo il primo zombie movie moderno: è uno dei momenti chiave nella ricca storia dell’horror. – J.B.

21

AlienRidley Scott1979

Probabilmente è stato nel momento in cui Veronica Cartwright viene investita in pieno viso da una sventagliata di sangue (ovviamente conoscete la scena) che il pubblico, nel 1979, ha capito quanto ci si fosse spinti oltre. Il capolavoro spaziale di Ridley Scott ha tutte le caratteristiche futuristiche della fantascienza, ma nelle sue vene scorre l’acido gelido di un altro genere. Cos’è l’astronave Nostromo se non un castello scricchiolante, pieno di infiltrazioni e infestato, che fluttua nel cosmo? E il cinema moderno, nello xenomorfo nero di H.R. Giger, ha trovato il suo mostro più memorabile: un clandestino spaventoso e strisciante che scatena il caos. Decenni di sequel, prequel e scopiazzature hanno cercato di replicare quel terrore primordiale e la sua mitologia densa. Ma nessuno può eguagliare la forza rettiliana dell’originale, un “organismo perfetto”, per usare le parole di un robot ammirato. – A.A.D.

20

DraculaTom Browning, Karl Freund1931

“Non bevo… vino”. Il film che ha reso Bela Lugosi una star e ha inserito la Transilvania nella mappa culturale pop (un adattamento a cura di Tod Browning del romanzo di Bram Stoker) è talmente noto come pietra miliare e come fonte di citazioni (quante volte avete sentito qualcuno dire “Voooglio suuucchiarti il saaangue”?), che si rischia dimenticare un elemento fondamentale: fa davvero una gran cazzo di paura. Lugosi aveva già recitato il quel ruolo a Broadway riscuotendo grande successo, per cui sapeva bene come sfruttare al meglio la forza di un sussurro seducente, di uno sguardo aggressivo e di un mantello nero. Ciò che Browning ha dato alla storia è un’aura perfetta di malvagità ancestrale e scellerata al Conte Dracula e alle sue creature della notte, oltre a un utilizzo del silenzio straordinario volto a creare un senso di terrore aggressivo. Anche quando il film si allontana dalla location del castello e si sposta in Inghilterra, la cappa di oscurità non si alleggerisce; anzi, tutto diventa ancora più gotico. Questa pellicola sarebbe divenuta la Stele di Rosetta per il dominio della Universal in questo genere cinematografico, durato più di un decennio. Nemmeno un paletto dritto nel cuore è riuscito a impedire al protagonista di tornare dalla tomba più e più volte. – D.F.

19

The Wicker ManRobin Hardy1973

Lasciate perdere Nicolas Cage che farnetica a proposito di api: il classico di Robin Hardy del 1973 è folk horror all’apice del raccapriccio, capace di trasformare una semplice idiosincrasia pastorale in terrore puro. Inizia quasi come un procedural, con un agente di polizia di città (Edward Woodward) che indaga sulla scomparsa di una ragazza in una piccola comunità insulare. Poi, rapidamente, evolve in qualcosa di molto più strano, quando il nuovo arrivato finisce invischiato nei rituali pagani di Summerisle senza rendersi conto di essere una pedina di un piano. È un film volutamente seducente, con canzoni tradizionali riarrangiate in forma di bizzarre ninnenanne (da Paul Giovanni e i Magnet) e una performance di Christopher Lee, nei panni del signore di quelle terre, che ci fa ricordare perché lui è considerato il re di questo genere. – E.Z.

18

KwaidanMasaki Kobayashi1964

Il titolo di questo film del 1964 è preso da un’antica parola che significa “storia di fantasmi” e il regista Masaki Kobayashi resta fedele alla premessa per ben quattro volte. Ispirandosi al folklore giapponese descritto dall’autore occidentale Lafcadio Hearn, il film a episodi di Kobayashi contiene quattro storie piene di fantasmi vendicativi, burloni e tristi che incrociano le strade di comuni mortali. Alcune di queste storie hanno una morale; altre sono caratterizzate da un senso d’impotenza dell’umanità di fronte ai capricci del mondo degli spiriti. Tutte sono girate con colori brillanti e intrise di un mistero sovrannaturale. Tutti gli episodi sono eccellenti, ma La donna della neve (una storia d’amore gelida, spazzata dal vento e tanto commovente quanto inquietante) è una spanna sopra tutti gli altri. – K.P.

17

Nosferatu il vampiroFriedrich Wilhelm Murnau1922

Il vampiro Conte Orlok lascia la terra dei fantasmi e il suo castello desolato in Transilvania per trasferirsi in un pittoresco villaggio tedesco, portando con sé una serie di bare piene di terra maledetta e un’epidemia di peste. Nell’adattamento (non autorizzato) intriso di terrore di Murnau del romanzo di Bram Stoker, l’espressionismo tedesco si incontra con l’horror gotico (e la disperazione esistenziale di un Paese ancora scosso per la Grande Guerra). Le ombre minacciose, le case piene di muffa, i trucchi inquietanti con la telecamera e i panorami al chiaro di luna hanno gettato le basi delle regole visive dei film sui vampiri; ma è Max Schreck con la sua interpretazione demoniaca del Conte, ipnoticamente grottesco (orecchie da pipistrello, denti da ratto, artigli al posto delle unghie e gli occhi perennemente sbarrati), a infestare gli incubi degli spettatori anche a un secolo dal debutto. – S.G.

16

The Devil Rides OutTerence Fisher1968

La prodigiosa produzione horror degli Hammer Studios negli anni ’50 e ’60 in gran parte è stata incentrata su rivisitazioni dei mostri classici (le serie di Dracula e Frankenstein, L’implacabile condanna) o strane elaborazioni di archetipi ben noti (Lo sguardo che uccide, La lunga notte dell’orrore). Quello che può essere considerato il film migliore del loro periodo d’oro, però, parla nientemeno che di Satana in persona. “La forza dell’oscurità è più di una superstizione”, dichiara il duca nei cui panni c’è Christoper Lee. “È una forza vivente che può essere evocata in ogni momento…”. A questo punto entra nel quadro una setta di adepti del diavolo, con Lee e i suoi compari costretti a combattere gli adoratori del demonio (che fa un cameo in forma di metà uomo e metà caprone, a incarnare il male). È come se un’avventura per ragazzi fosse stata infettata da una specie di virus da letteratura pulp (grazie a Richard Matheson, che ha scritto la sceneggiatura) che poi ha consumato l’organismo ospite. – D.F.

15

La moglie di FrankensteinJames Whale1935

Il sequel di Frankenstein firmato da James Whale allarga l’ambito e le ambizioni della pellicola originale, raccontando come il mostro (Boris Karloff) chieda al proprio creatore (Colin Clive) di “costruirgli” una compagna, altrimenti ne pagherà le conseguenze. Dopo avere imparato a parlare (nell’inconfondibile voce baritonale di Karloff, sorprendentemente dolce), la creatura si fa sempre più spaventosa e patetica. La sua rabbia monta man mano che realizza che nel mondo non c’è posto per lui e può solo aspettarsi paura e odio, semplicemente per il fatto di esistere. Whale gestisce la pellicola come una vera e propria tragedia e un’astuta critica all’amore, al matrimonio e alla società “normale”, fino a giungere a un climax indimenticabile, in cui il primo incontro fra la sposa (Elsa Lanchester) e lo sposo non va… esattamente secondo i piani. – K.P.

14

Un lupo mannaro americano a LondraJohn Landis1981

Lawrence Talbot ha avuto vita facile con la sua trasformazione in bestia irsuta gestita in una manciata di dissolvenze indolori. Non è così per il povero David Kessler (David Naughton), la cui trasformazione in creatura mannara della notte si dipana in due minuti e mezzo di agonia filmati in tutti i dettagli raccapriccianti (da premio Oscar) creati da un giovane mago del make-up: Rick Baker. Questo tour de force di effetti rispecchia la trasformazione, nell’ambito del genere, operata da John Landis con un film in cui un affabile universitario (che sembra uscito da Animal House) vede la propria vacanza spensierata rovinata da cadaveri parlanti, reazioni alla luna piena e un’inquietante matrioska di incubi negli incubi. Il contrasto fra horror e commedia è esattamente come quello fra lupo e uomo; le risate mutano in disgusto ogni volta che questa commedia arrapata si trasforma in un monster movie. – A.A.D.

13

Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New YorkRoman Polański1968

Mia Farrow è Rosemary, una giovane di Manhattan innamoratissima del marito Guy, un attore che cerca di farsi strada (John Cassavetes). Si sono appena trasferiti in un palazzo di nuova costruzione e, dopo poco, lei scopre di essere incinta: è piuttosto turbata, perché non riesce a ricordare l’atto del concepimento. Rosemary inizia a sospettare che tutte le persone che la circondano, inclusa una vicina di casa diabolica e impicciona (Ruth Gordon, vincitrice del premio Oscar), siano più interessate al nascituro che a lei. E ben presto scopriamo il motivo. Questo adattamento del bestseller di Ira Levin è una critica glaciale al ruolo sottomesso della donna nella società e trae la propria forza dall’approccio claustrofobico in crescendo di Roman Polański, che soffoca lentamente Rosemary mentre lei cerca di fuggire alla minaccia invisibile che la circonda. Farrow non è mai stata così convincente, tormentata e intrepida, tanto che la determinazione ferrea del suo personaggio di fronte a una simile manifestazione del male è una metafora ancora attuale, in un Paese che sostiene di sapere ciò che è meglio per una donna e il suo corpo. – T.G.

12

The Blair Witch Project – Il mistero della strega di BlairDaniel Myrick, Eduardo Sánchez1999

Questo horror indipendente pionieristico viene presentato come il risultato del ritrovamento di un video girato da tre aspiranti filmmaker (interpretati da Heather Donahue, Michael Williams e Joshua Leonard) scomparsi senza lasciare traccia. Molti spettatori che hanno visto la prima di questo thriller ingegnoso al Sundance 1999 hanno anche pensato che si trattasse di un documentario. Nel film seguiamo i tre in un’escursione nei boschi con cui vogliono documentare una leggenda urbana che parla di una strega, ma scoprono che a volte le vecchie storie sono spaventosamente vere. I registi e sceneggiatori non hanno inventato questo sottogenere, ma il loro debutto ha evidenziato il potenziale dei film di paura basati sul found footage: ovvero come una semplice illusione formale, cioè la rimozione della barriera protettiva del “è solo un film” che solitamente si erige intorno agli horror, può spaventare a morte le persone. Movimenti di macchina tremolanti, immagini sgranate, recitazione estremamente grezza: The Blair Witch Project ti teneva in tensione, in ogni istante sarebbe potuto accadere qualcosa di terribile e qualcosa avrebbe potuto aggredirti arrivando da qualunque direzione. – T.G.

11

ShiningStanley Kubrick1980

Se un grande horror si distingue per il fatto di poter essere citato, parodiato e platealmente copiato restando però sempre spaventoso, allora l’adattamento di Stanley Kubrick del romanzo di Stephen King del 1977 (che parla di una famiglia che va a custodire lo storico Overlook Hotel in Colorado, durante la chiusura invernale) passa brillantemente il test. Jack Nicholson è Jack Torrance, uno scrittore in difficoltà ed ex alcolista che impazzisce e terrorizza la moglie Wendy (Shelley Duvall) e il figlio Danny (Danny Lloyd). È precipitato nella follia a causa dei fantasmi che popolano l’Overlook? O l’isolamento ha fatto esplodere la sua rabbia e la sua frustrazione represse? Il film di Kubrick turba in parte anche perché non dà risposte. Ma offre una cornice profondamente inquietante per porsi quelle domande, in cui spiriti tormentati (o peggio) potrebbero nascondersi dietro ogni angolo. – K.P.

10

Hereditary – Le radici del maleAri Aster2018

Ari Aster reinventa le pellicole da brivido sulle case infestate e i cult movie sul sovrannaturale con questo generoso banchetto in salsa folk horror che inizia con la storia di una famiglia fortemente disfunzionale, per poi diventare un film su sette demoniache ed eredità scellerate. Toni Collette offre una performance potente e struggente nei panni di Annie, una scultrice che perde la madre prevaricatrice e va incontro a una serie di tragedie sconvolgenti. L’artista si accorge degli spiriti oscuri che si stanno radunando attorno alla sua casa e inizia un’indagine che svela che la sua famiglia è coinvolta in un complotto malvagio. Hereditary non lesina sui pilastri del genere, come le entità che si aggirano nell’oscurità o i bambini che chiocciano compulsivamente e in modo snervante. Ma questo film è più incentrato sul male difficile da scacciare, perché radicato nelle fondamenta del luogo in cui viviamo. – N.M.

9

Non aprite quella portaTobe Hooper1974

Nelle intenzioni di Tobe Hooper non c’era certo l’idea di creare un classico: come ha dichiarato in seguito, lui voleva solo fare un film che catturasse “l’atmosfera della morte”. Missione compiuta. Con tutti i remake, sequel, reboot e scopiazzature che ha ispirato, Non aprite quella porta regna ancora incontrastato, con la sua immagine di una casa infestata, in un angolo dimenticato del Texas, sempre irresistibilmente ripugnante. Un gruppo di amici poco accorti si imbatte in una casa in mezzo alla campagna, senza rendersi conto di essere avere appena varcato la soglia dell’inferno: lì saranno tormentati da un imponente uomo mascherato che li ucciderà uno a uno. Prima che quella degli slasher movie diventasse una formula definita, Hooper ne ha inventato la grammatica creando un cattivo come Leatherface che è anonimo, indecifrabile, inarrestabile, e ha aperto la strada a tutti i mostri che, nei decenni seguenti, avrebbero terrorizzato i teenager. Forse nessun film horror ha mai dimostrato più di questo che non servono trucchi o concetti elevati per spaventare le persone. Quello che occorre è arrivare a evocare una paura universale e, in questo, l’incubo impietosamente inarrestabile di Hooper si rifà a un tema classico: essere intrappolati in mezzo al nulla in compagnia di un mostro con cui non si può certo discutere. – T.G.

8

ZombiGeorge A. Romero1978

Un decennio dopo aver descritto la follia degli anni ’60 in una pellicola scioccante e low budget che parlava di un’America che si mangiava viva, Romero ha riapparecchiato il buffet. Il suo sequel della Notte dei morti viventi ha trasposto l’esodo apocalittico cimiteriale del suo classico in una nuova era fatta di materialismo, progressive italiano funkeggiante e budella coloratissime create da Tom Savini. Ancora più del suo predecessore, questo film offre molti spunti di riflessioneì mentre fa rivoltare gli stomaci, e la scelta di barricare i superstiti umani in un centro commerciale circondato da zombie consumisti avrebbe ispirato letture satiriche per i decenni a venire. Ma Romero non lascia mai che la critica sociale prenda il sopravvento sul brivido; le schiere di mercenari contemporanei dediti al genere, con le loro metafore, dovrebbero mettersi in fila per accaparrarsi una pagina tratta dal suo manuale degli zombie. Questo film è come un pasto completo in cui le portate sono guarnite di gore e azione mozzafiato, scenette slapstick inaspettate fra zombie e un manipolo di sopravvissuti che cercano di arraffare una fetta di paradiso di benessere materiale mentre il mondo se ne va in malora: una critica alla nazione, feroce quanto quella del finale cupo visto nella pellicola precedente. – A.A.D.

7

Scappa – Get OutJordan Peele2017

Lo sceneggiatore e regista Jordan Peele era noto come uno dei componenti del duo dello show televisivo umoristico Key & Peele; ed è quasi un eufemismo affermare che ha messo a frutto la lezione sui tempi della comicità per applicarla alla formula della tensione dell’horror. Il suo stile sembra perfettamente formato nel suo ispiratissimo film di esordio, una storia tesa e misteriosa su un fotografo di colore (Daniel Kaluuya) che intraprende un viaggio nel fine settimana per andare a conoscere i genitori della sua ragazza (Allison Williams), che è bianca. La loro accoglienza gli sembra… un po’ troppo amichevole, strana. L’approccio in stile “social horror” di questo film ha riacceso il dibattito sul tema dell’horror con protagonisti di colore ed è stato uno dei rari film di genere ad attirare l’attenzione dell’Academy degli Oscar. Ma non è solo una pellicola importante: è anche un film terribilmente inquietante e ben realizzato. Qui sono presenti anche le immagini simboliche e gli elementi sci-fi visti in Noi – Us e Nope, così come la bravura di Peele nel “needle drop”. Per non parlare del cast, che è eccezionale. – K.R.

6

Inside – À l’intérieurJulien Maury, Alexandre Bustillo2007

Chi è la donna misteriosa (Béatrice Dalle) che pare terrorizzare una mamma in dolce attesa (Alysson Paradis) alla vigilia di Natale? Inizialmente la donna minacciosa sembra volere entrare nei pensieri della sua potenziale vittima, che non sa perché è presa di mira. Poi la stalker armata di forbici riesce a entrare nella sua casa. Obiettivo: il grembo della futura mamma. Anche fra i fanatici di horror questo lavoro dei registi Julien Maury e Alexandre Bustillo si è guadagnato la reputazione di film particolarmente frenetico, spietato e stressante per il sistema nervoso dello spettatore. L’ultima ondata di horror d’oltralpe battezzata “nuovo estremismo francese” è responsabile dell’abbattimento di molti tabù e ha spostato i confini del “buon gusto” molto oltre; ma, mettendo in pericolo una donna incinta, i due registi si sono spinti pericolosamente vicino al punto di non ritorno. Non solo hanno raddoppiano la posta in gioco rispetto al classico espediente della “final girl”, ma hanno costretto lo spettatore a chiedersi continuamente: fin dove saranno in grado di arrivare? La risposta, cari lettori, è in un finale inevitabile ed estremamente sanguinolento. Credeteci quando diciamo che il personaggio folle e dallo sguardo spento interpretato da Dalle, anche se non può vantare un numero di vittime degno di un Michael Myers o un Jason Voorhees, sicuramente merita un posto nella Hall of Fame dell’horror. Siete avvisati. – D.F.

5

Halloween – La notte delle stregheJohn Carpenter1978

Halloween di John Carpenter non ha inventato il genere slasher, ma lo ha ridefinito. E a partire dalle tastiere tintinnanti di Carpenter, nell’indimenticabile colonna sonora, fino ad arrivare alle sequenze da brivido in soggettiva, questo horror frenetico ha generato innumerevoli tentativi di imitazione (molti dei quali sotto il cappello dello stesso franchise). Pochi riescono a eguagliare i suoi spaventi solo apparentemente banali e gli elementi più terrificanti di Michael Myers (o “The Shape”, come è anche noto) sono l’inspiegabile sete di sangue che lo spinge a uccidere la sorella da bambino – e poi, più avanti, a massacrare degli innocenti – e la sua ossessione per Laurie Strode (Jamie Lee Curtis). È una minaccia che si muove lentamente, metodico ma imprevedibile. Curtis, dal canto suo, dona a Laurie un’innocenza calda che la rende l’esempio perfetto di “final girl”. Tutti i tentativi di ricreare la magia inquietante di Carpenter non hanno mai funzionato del tutto, in parte perché la maggior parte cercano di inserire troppa backstory. Halloween è la prova del fatto che ciò che non sai è più spaventoso di ciò che sai. – E.Z.

4

A Venezia… un dicembre rosso shockingNicholas Roeg1973

Molti dei film inseriti in questo elenco possono essere facilmente descritti come “da incubo”. Lo sguardo disorientante, inquietante di Nicolas Roeg puntato su una coppia di genitori che cerca di superare la morte della figlia facendo un viaggio a Venezia è, però, uno dei pochi che ti fanno sentire come se stessi osservando un vero incubo. Il filmmaker inglese aveva già giocato con la cronologia e le scansioni temporali, oltre a utilizzare il colore e il montaggio alternato con grande effetto nella maggior parte dei suoi film. Questa volta, però, si serve di tutti i suoi trucchi per raccontare una storia di Daphne du Maurier e lascia che a fare tutto il resto siano l’instabilità e il senso di smarrimento. Non sai mai se Donald Sutherland e Julie Christie dovrebbero essere sereni quando, ad esempio, una coppia di medium dice loro che la loro bambina è tranquilla nell’aldilà, oppure se la loro paura di essere perseguitati da un’entità dell’oltretomba sia infondata o meno. E poi, perché quell’ondata di omicidi in città? E l’idea di Sutherland che la figura con un cappotto rosso che continua a vedere sia un segno del fatto che lo spirito della loro bambina non è in pace? È un film che crea terrore attraverso la confusione, lo sconcerto e la sensazione inquietante che qualcosa di veramente malvagio strisci nei vicoli scuri e nei canali della città. Arrivando al climax sconvolgente e what the fuck, si capisce che certi incubi ti rimangono appiccicati addosso anche dopo il risveglio. – D.F.

3

RingHideo Nakata1998

È solo una videocassetta piena di immagini apparentemente casuali di un uomo che indica una riva, notizie di un’eruzione vulcanica su un’isola e un pozzo. Prima che si riesca ad avere il tempo di capire cosa significhi questo cortometraggio sperimentale, le immagini si fermano. Ma una volta che l’hai guardato ti suona il telefono e, sette giorni dopo, sei morto di paura. Una giornalista (Nanako Matsushima) non potrebbe mai prendere seriamente in considerazione una simile leggenda urbana, finché non inizia a indagare sul decesso misterioso di alcuni ragazzi e scopre una cassetta che avevano guardato esattamente sette giorni prima di morire. Divenuto un grande successo immediato in Giappone, questo aggiornamento in chiave tecnofobica delle vecchie leggende degli spiriti vendicativi a cura di Hideo Nakata ha dato il via a una rinascita del filone J-horror nel suo Paese di origine. Quando il film ha iniziato ad arrivare in Occidente (ironia: tramite copie bootleg su videocassetta) è diventato in poco tempo uno degli horror più influenti degli ultimi trent0anni. Sequel, spin-off, imitazioni (buone e meno buone), remake in lingua inglese: la storia brillante e terrificante di Nakata ha creato una scia crescente di pellicole spaventose e un movimento di genere internazionale. L’intera idea delle maledizioni che possono divenire virali – capaci di spostarsi da un ospite all’altro, come una malattia – ha origine da qui e ben presto sarebbe divenuta un tema dominante nell’horror del secolo XXI. La scena della videocassetta in cui i fantasmi dai capelli lisci strisciano su dal pozzo e poi escono dallo schermo della tv è stata, semplicemente, rivoluzionaria. – D.F.

2

PsychoAlfred Hitchcock1960

A tutti capita di fare qualcosa di folle, ogni tanto. Si potrebbe pensare che gli oltre sessant’anni in cui siamo venuti a conoscenza di tutti i piccoli segreti di questo film di Alfred Hitchcock ne abbiano mitigato l’impatto scioccante: sapere cosa accade a Janet Leigh quando si ferma al Bates Motel, chi sta dietro a tutto ciò e perché tante persone hanno avuto il terrore di farsi una doccia dopo aver visto questa pellicola potrebbe avere, in qualche modo, privato Psycho della sua forza. Eppure l’ode di Hitch ai gentiluomini che amano tanto la mamma in maniera non troppo sana né benevola non solo ha resistito, ma ora sembra il perno portante del cinema horror: il primo vero e proprio film di paura moderno in cui non tutti i mostri indossano mantelli, hanno un aspetto grottesco o tornano dall’aldilà. Anzi, alcuni somigliano al ragazzo della porta accanto, anche se vivono in case gotiche vicino a una highway, con lunghe scalinate e lampadine oscillanti in cantina… Hitch aveva già girato film sui serial killer (per esempio L’inquilino, anche noto come Il pensionante, del 1927) e ormai aveva affinato la sua abilità nel manipolare il pubblico: qui si può vedere il Maestro della Suspense che combina la sua esperienza nel campo e la sua capacità di sviare per ottenere un effetto sconvolgente, che fa saltare i nervi. Nessuno si aspetta che un attore di grande nome “scompaia” prima che si giunga a metà di un film (il motivo, ha sempre affermato il regista, era che voleva tenere sulla corda gli spettatori). Il pubblico è rimasto scioccato non solo da quanto accade nella famosa scena della doccia, ma anche dalla brutalità della sua messa in scena. La “sorpresa” sconvolgente è ormai di pubblico dominio ed è universalmente riconosciuto che il finale toglie un po’ di forza al film. Però se si ripensa alle espressioni facciali di Anthony Perkins in entrambe le scene viene ancora la pelle d’oca. Nella prima sembra folle. Nella seconda appare cosi sinistramente calmo, anche quando Hitch gli piazza un teschio in sovraimpressione sul viso, prima della dissolvenza finale. I monster movie non se ne erano mai andati via. Ma ora l’orrore aveva assunto questo aspetto. – D.F.

1

L’esorcistaWilliam Friedkin1973

È stato il film che ha nuovamente fatto temere il diavolo all’America. Il romanzo del 1971 di William Peter Blatty ha scoccato la scintilla, ma è stata la pellicola del 1973 di William Friedkin ad accendere una fiammata di ansia religiosa su una scala che i predicatori dell’eterna dannazione possono solo sognarsi. L’esorcista ha riportato nelle masse l’idea della possessione demoniaca, identificando in un oscuro rituale cattolico l’unico baluardo di difesa dell’umanità contro il male più famelico e immortale. Ha sussurrato all’orecchio degli spettatori che forse c’erano cose che la scienza non era in grado di spiegare; il lungo percorso del film verso la scena sconvolgente dell’esorcismo elimina sistematicamente ogni traccia di logica motivazione per cui Reagan (Linda Blair), una dodicenne apparentemente felice e normale, possa cominciare a comportarsi in maniera disturbante (e inappropriatamente sessuale). Anche il personaggio principale del film, il prete Damien Karras (Jason Miller), è un uomo moderno che non crede nell’esistenza dei demoni – ma solo fino al momento in cui, come il pubblico, si rende conto di non avere altre opzioni. L’approccio metodico di Friedkin attira gli spettatori a credere che ciò che vedono sia vero e poi li colpisce con sequenze di effetti innovativi che utilizzano manichini meccanici, ventilatori sparati al massimo e zuppa di piselli per evocare l’inferno nella stanza normalissima di una bambina. Questo improvviso macello di terrore intenso ha scosso il pubblico che non era abituato a trame così scioccanti e i report relativi all’uscita dell’Esorcista, nel 1973, parlano di spettatori che svenivano, vomitavano e fuggivano dai cinema. Un articolo del New York Times del 1974 segnala anche un picco nel numero di cattolici che si erano allontanati dalla fede e ritornavano all’ovile dopo aver visionato il film. Questo modo solido di raccontare una storia ha segnato un punto di svolta nel genere horror e i seguaci del make-up artist del film, Dick Smith, si sono spinti oltre, fino a espandere le possibilità di ciò che era possibile realizzare con vetroresina e lattice liquido. Ma il successo commerciale e artistico dell’Esorcista (per non parlare dell’ondata di hype derivante da tutto il vomito e gli svenimenti) ha mutato la percezione del pubblico a proposito di cosa potesse essere un film horror. Ha reso reale il male e lo ha portato nel mondo vero. Nessun castello immerso nella nebbia o maledizione da favola avrebbe mai potuto competere con tutto ciò. – K.R.

Da Rolling Stone USA

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