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‘Guardiani della Galassia Vol. 3’ è un altro passo falso per il Marvel Cinematic Universe

Il capitolo finale del franchise (una volta) più divertente dello Studio perde lo smalto comico, in cambio di una solennità che non gli si addice. E anche gli attori sembrano dirsi: ma che ci faccio qui?

Foto: Jessica Miglio/Marvel Studios

All’inizio, è stato un vero colpo di culo. Dimenticatevi i supereroi Marvel già strafamosi (e “memizzati”) che hanno costituito le nostre fondamenta (e il nostro merchandising), sembrava dirci la Marvel. Spendiamo un sacco di soldi per riesumare un fumetto anni ’60 ormai pressoché dimenticato (però nella sua versione del 2008), e facciamo quel franchise. Diamolo nelle mani del tipo che ha girato i suoi film con la Troma (casa di produzione ultra indipendente specializzata in cinema di genere, ndt). Prendiamo l’attore di Parks and Recreation come protagonista. Sarà perfetto per occupare il buco tra un Avengers e l’altro.

Flashforward: Guardiani della Galassia sembra passato da titolo che ha salvato la Marvel nel 2014 a un giocattolone che ormai si prende troppo sul serio. Il regista James Gunn ha distrutto la formula iniziale, ovvero: come creare un’avventura divertente e piena di musica anni ’70 sufficientemente “grande” per riempire i multiplex ma anche capace di contravvenire la norma del genere. Chris Pratt è diventato una star dell’action e non solo. Un procione sboccato è diventato un’icona dei più piccoli. Un sequel del 2017 non ha innovato granché la formula, anzi: ha aperto la strada per far finire i Guardiani a mo’ di cammei dentro tanti successivi film del MCU. C’è stato persino uno speciale natalizio. E il resto lo sapete.

Gunn ha sempre avuto in mente una trilogia di Guardiani della Galassia, e questo terzo capitolo (ora nelle sale) è chiaramente pensato come un canto del cigno. Forse questi personaggi riappariranno in futuro nei film della Fase [mettete voi un numero a scelta], ma considerate questo episodio come il loro tour d’addio. Si presenta anche come qualcosa di un po’ diverso da quello a cui eravamo abituati: nella sequenza d’apertura, il procione Rocket in versione malinconica si fa deprimere ulteriormente da una cover acustica di Creep dei Radiohead. Sono tutti giù di morale, e Peter Quill (Pratt) è stordito dall’alcol ancor prima che partano i titoli di testa. Il messaggio è chiaro: i bei tempi di una volta sono finiti.

Ci piace quest’idea di sparigliare un po’ le carte, anche se la voglia di chiudere in modo così funereo suona un po’ come un mistero, visto che questa serie di film era partita come controparte comica alle epiche e solenni gesta dei colleghi. Non che nei capitoli precedenti siano mancati i momenti drammatici, ma adesso Gunn e soci moltiplicano la dose di dolore e compassione, sperando di dare a questi personaggi scanzonati il senso di solennità che gli mancava prima di lasciarli andare per le loro rotte spaziali. Restano comunque i soliti sprazzi di ilarità, molte battute intertestuali, e il divertimento nel vedere attori truccatissimi lottare contro creature digitali lovecraftiane. Ma la solennità è appunto la linea guida, in questo terzo episodio; e la solennità non sembra adattarsi granché ai nostri Guardiani.

Il focus principale è su Rocket (che in originale ha sempre la voce di Bradley Cooper), la cui backstory è degna di Amleto e della creatura di Frankenstein. C’era una volta un cucciolo di procione che zampettava con i suoi fratellini in una gabbia. Viene quindi preso come cavia da un team guidato dall’Alto Evoluzionario (Chukwudi Iwuji), uno scienziato in cerca della “specie perfetta” e della “società perfetta”. Il nostro amico peloso viene quindi ribattezzato “Soggetto 89P13”, e diventa parte di un branco di creature di cui fanno parte anche un tricheco con le ali, un coniglietto con zampe da ragno e una cyber-otaria. Il procione apprende come diventare un essere che non è né totalmente animale né completamente umano. Questa sorta di Dottor Moreau alla guida del laboratorio di vivisezione interstellare ha grandi piani per il nostro intelligentissimo roditore…

È ironico che questi flashback siano le uniche parti di Guardiani della Galassia Vol. 3 che funzionano, considerato che sono completamente sbilanciate rispetto al tono di tutto il film. Sono evidentemente le scene in cui Gunn, i suoi co-sceneggiatori Dan Abnett e Andy Lanning e il reparto effetti visive investono di più da un punto di vista emotivo, col risultato di rendere Rocket l’unico vero personaggio psicologicamente approfondito della banda. (E applausi a tutta la squadra CGI che ha lavorato sulle sue espressioni antropomorfe.)

Rocket è anche colui che spinge il team all’azione, quando viene attaccato da Adam Warlock (Will Poulter) e il nostro piccolo eroe viene gravemente ferito, per poi scomparire del tutto. I nostri prodi dovranno infiltrarsi nel quartier generale dell’Alto Evoluzionario per recuperare i file relativi al Soggetto 89P13 al più presto, o il loro amico sarà spacciato. Nel frattempo, l’Alto Evoluzionario vuole riattivare il suo vecchio esperimento e non ha paura di fermarsi davanti a nulla pur di portarlo avanti.

Rocket, a cui in originale presta la voce Bradley Cooper. Foto: Marvel Studios

Una breve digressione su Adam Warlock. Il personaggio è nato negli anni ’60 come nemesi dei Fantastici 4: era un superuomo geneticamente modificato noto semplicemente come “Lui”. Successivamente, Warlock è diventato uno dei personaggi più interessanti del ciclo su demoni e dèi scritto e disegnato dal grande fumettista Jim Starlin, fino a entrare come personaggio cruciale della riedizione dei Guardiani datata 2008. Ricordate quando, nelle scene post-titoli di coda di Guardiani della Galassia Vol. 2, la sacerdotessa dalla pelle dorata interpretata da Elizabeth Debicki citava un certo “Adam”? Era proprio lui. Ma il modo in cui questo antieroe viene ridotto a uno dei tanti supervillain del MCU per pure ragioni narrative sarà una vera delusione per molti fan dei fumetti.

Ma del resto molto di quello che vediamo in Guardiani della Galassia Vol. 3 è del tutto superfluo, telefonato o fuori posto. Il sogno di Quill che la sua Gamora (Zoe Saldaña) ritorni – era morta, effettivamente sarà riportata in vita, ma non ricorderà più che un tempo lo amava: vabbè, è una lunga storia – sembra preso da un altro film. Drax (Dave Bautista), Mantis (Pom Klementieff) e Nebula (Karen Gillan) eseguono il loro compito in modo del tutto automatico. Le parti più drammatiche sembrano curiosamente confezionate meglio di quelle comiche, che fino ad ora costituivano la vera ossatura dei Guardiani. E il cast stesso sembra voler sempre essere da un’altra parte.

Questo non è il finale che questi bizzarri salvatori dell’universo meritavano. Ma questo Guardiani n. 3 è “perso nello spazio” come tanti dei titoli Marvel più recenti. La crisi esistenziale che sta vivendo lo Studio sembra non avere fine: stiamo assistendo a una serie di passi falsi. E i problemi che hanno intaccato il franchise degli Avengers ora sembrano colpire anche le serie più forti ed efficaci, come questa. Guardiani della Galassia Vol. 3 non è il peggiore film della Marvel, solo l’ultimo esempio lampante di questa débâcle generale. Viene in mente proprio Creep, e in particolare il verso “Pensavo di essere speciale”. È proprio quello che non riesce più ad essere questa avventura lunga due ore e mezza in cui tutti sembrano pensare: “Che diavolo ci faccio qui?”.

Da Rolling Stone US

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