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Guadagnino, Chalamet, and all

La coppia si ricompatta dopo il successo di ‘Chiamami col tuo nome’ per ‘Bones and All’, in concorso a Venezia 79. Una storia d’amore cannibale che riconferma l’assoluta libertà di un autore che l’Italia non si è mai davvero meritata. La Rolling-recensione

Taylor Russell e Timothée Chalamet in ‘Bones and All’ di Luca Guadagnino

Foto: Yannis Drakoulidis/Metro-Goldwyn-Mayer Pictures

Luca Guadagnino è il più figo di tutti per vari motivi, ma quando viene a Venezia è il più figo di tutti perché alla Mostra ci torna sempre, lui che è stato fischiatissimo dai giornalisti italiani (Io sono l’amore, 2009: ero in sala e ancora ricordo i buuuuu; poi sappiamo che destino ha avuto quel film nel mondo: gli italiani capiscono sempre su quale cavallo puntare, come no). Dicevo: lui che è stato criticatissimo in patria (vedi, sempre al Lido, pure A Bigger Splash e Suspiria) a Venezia ci torna sempre con fare gioiosissimo, perché i festival sono feste, sono giochi, ci si va anche per essere demoliti. Tutto il contrario di tanti registi italiani che, per mezzo fischietto, Venezia l’hanno poi disertata per sempre, mortalmente offesi.

Guadagnino è sicuro di sé, del suo cinema. E, soprattutto, è l’opposto di quei registi italiani (romani) che fanno i film solo per sé stessi e gli amici e i salotti e il tax credit. Guadagnino è italianissimo ma pensa più in là di Prati, ricorda Bertolucci come si è sempre detto (al Lido è arrivato con Bernardo stampato sulla camicia, molti cuori), ma ora anche di più, per ambizioni confermate e successi raggiunti, e per la libertà con cui intende il cinema, sempre diverso e però sempre “suo”.

Liberissimo è questo Bones and All, con cui torna in concorso, storia d’amore cannibale (ogni riferimento ad Armie Hammer è casuale, e il caso alle volte è proprio cinico e baro) che però è soprattutto la storia del passaggio da ragazza a donna, dell’accettare i propri luoghi oscuri, dell’essere (anche) mostri «che l’amore non possono trovarlo mai» – e invece sì, perché tutti possiamo, in mille modi diversi.

Maren (magnifica Taylor Russell) è cannibale dalla nascita, il padre prova a reprimerne gli istinti ma non ce la fa, a diciott’anni resta sola, scopre i trucchi per riconoscere i suoi simili, sta lontana dalle creature troppo selvagge (favoloso Mark Rylance con treccina e piuma da alpino), s’innamora di un simil-vampiretto suo simile (Timothée Chalamet) più grande di lei e dunque più scafato, sa come sedurre le prede ma anche come essere romantico, tenero, normale – si permetta l’aggettivo.

Così è il film, che è splendidamente girato, e fotografato (Arseni Khachaturan), e musicato (Trent Reznor e Atticus Ross). E che resta, appunto, tenerissimo nonostante le scene più belle siano proprio quelle di gente che mozza dita e strappa cuori, anzi proprio in virtù di quelle scene stesse, che sono dolcissime, che hanno per protagonisti giovani amanti che scoprono a morsi (pardon) la vita.

Guadagnino è libero come un ragazzo e maturo come un grande autore che non mette sbavature, in questo film che è una specie d’anello tra Chiamami col tuo nome e la serie We Are Who We Are, c’è la stessa libertà di parlare di corpi giovani senza bisogno di proclami ma comunque rivestendoli simbolicamente di messaggi e contemporaneità, anche se qui siamo negli anni ’80 dei walkman e del giovane Rudy Giuliani in tv. C’è l’America disperata e sfasciata e insieme l’occhio, italianissimo (sicilianissimo), di chi la osserva senza giudicare, anzi restandone sempre più affascinato, quasi complice.

Guadagnino è pure il più bravo a dirigere Chalamet, in un ruolo simmetrico e opposto all’Elio di Chiamami col tuo nome. È lui, qui, l’iniziatore, il portatore di mistero, di oscurità. Ieri sera, davanti al Palazzo del Cinema, folle acclamanti per il protagonista ma anche per il regista, ormai star globale che l’Italia forse non s’è mai davvero meritata, ma che Venezia ha sempre, sanguignamente e teneramente, riamato.