Gli Oscar non sono mai stati così cinematograficamente politici | Rolling Stone Italia
Rivoluzioni e vampiri

Gli Oscar non sono mai stati così cinematograficamente politici

Da Paul Thomas Anderson a Ryan Coogler: gli Academy Awards 2026 hanno premiato due film diversissimi che raccontano la stessa America. E la politica, per una volta, non era nei discorsi. Stava nei film

Gli Oscar non sono mai stati così cinematograficamente politici

Paul Thomas Anderson e il cast e la crew di 'Una battaglia dopo l'altra' agli Oscar 2026

HOLLYWOOD, CALIFORNIA - MARCH 15: In this handout photo provided by The Academy, the cast and crew of Best Picture winner "One Battle After Another" pose during the 98th Oscars at Dolby Theatre on March Foto: Richard Harbaugh / The Academy via Getty Images

«Ho scritto questo film per le mie figlie, per chiedere scusa del disastro che abbiamo lasciato nel mondo che stiamo consegnando nelle loro mani». Quando pronuncia queste parole passate un po’ in sordina Paul Thomas Anderson non sa ancora che porterà a casa sei Oscar, il testa a testa con I peccatori è nel vivo, siamo soltanto al premio per la Miglior sceneggiatura non originale.

In quella frase però si intravede già la chiave di questa notte degli Academy Awards. Perché la cerimonia degli Oscar è da sempre un esercizio di equilibrio delicatissimo: un po’ celebrazione del Cinema e un po’ tentativo di capire cosa Hollywood voglia raccontare di sé stessa in quel preciso momento storico. Ecco, nessun titolo quest’anno (in realtà da un po’ di anni) poteva centrare entrambi i bersagli meglio di Una battaglia dopo l’altra.

PTA prende un materiale letterario quasi impossibile (Vineland di Thomas Pynchon) e lo trasforma in thriller politico, saga familiare, satira sociale e riflessione malinconica sul fallimento delle rivoluzioni insieme. Non lo scrivo certo perché ha vinto: lo avevamo sostenuto mesi fa proprio su queste pagine, definendolo “il film dell’anno, anzi forse del decennio”. E rivedendolo ora, dopo l’Awards Season più lunga di sempre, è difficile non pensarla ancora fortissimamente così.

Una battaglia dopo l’altra è fatto della stessa materia inquieta che attraversa l’America di oggi: un grido di battaglia (pardon) d’auteur capace di usare il Cinema per far detonare le contraddizioni del nostro tempo. Dagli States reganiani del romanzo di Pynchon a quelli del secondo mandato di Trump, vedi anche il corto All the Empty Room sulle camerette dei bambini americani rimaste vuote, ché le sparatorie nelle scuole sono la prima causa di mortalità infantile e adolescenziale.

Anderson è politicissimo (sì, è il fil rouge del pezzo, portate pazienza) senza però cedere mai alla tentazione del pamphlet: i suoi personaggi restano al centro, con le loro fragilità, i loro fallimenti, le loro ombre. E qui, banalmente e magnificamente, sta il Cinema. L’ex rivoluzionario di DiCaprio che vive sotto falso nome con la figlia adolescente, viene risucchiato di nuovo nel caos e paga pegno perché la Storia non è andata come sperava. Un’America paranoica, piena di fantasmi ideologici, in cui le utopie degli anni Settanta si sono trasformate in qualcosa di molto più ambiguo e dove nessuno, tra i rivoluzionari per lo spettacolo (“Make it big, make it bright”, raccomanda Perfidia a Ghetto Pat) e i folli suprematisti bianchi, ha via di scampo, tranne forse chi rappresenta il futuro. Una figlia su cui ricadono le colpe della madre e che prova a capire cosa fare del mondo che ha ereditato. Semplicemente un film da Oscar. Che nel frattempo è entrato anche nell’immaginario pop della serata: vedi Leonardo DiCaprio (in platea con la fidanzata Vittoria Ceretti) che sforna nuovo materiale da meme, Teyana Taylor che sembra divertirsi un mondo fangirlando su chiunque, Conan O’Brien as Zia Gladys che si butta dalla macchina in corsa di Benicio dicendo che le fa male l’anca, e di nuovo O’Brien nella clip di chiusura che fa la fine del Colonnello Lockjaw di Sean Penn, grande assente della serata. E Chase Infiniti, scandalosamente non nominata, che piange quando PTA le dice: «Tu sei il cuore di questo film».

Certo, era arrivato il momento di dare a Paul Thomas Anderson (che era alla 14esima nomination senza aver mai vinto, Licorice Pizza si era addirittura dovuto arrendere a CODA – I segni del cuore: pazzi) quello che Hollywood gli doveva da trent’anni, da Boogie Nights al Filo nascosto. «Mi avete fatto lavorare sodo per uno di questi premi», scherza ma probabilmente manco troppo.

Per settimane infatti, soprattutto nelle ultime fasi delle votazioni, il film di Ryan Coogler era sembrato il rivale più pericoloso, e raramente agli Oscar due film così diversi hanno parlato tanto apertamente della situazione americana usando il linguaggio del Cinema.

I peccatori è un horror teso, furente, contemporaneo, in grado di intercettare un umore molto forte dentro Hollywood. Il male infatti nel film non è solo soprannaturale: è il razzismo, la violenza strutturale, l’eredità del suprematismo bianco (again) che continua a infestare il presente. Ryan Coogler prende il linguaggio di genere (vampiri, sangue, maledizioni, ma anche il blues e il patto col diavolo) e lo usa come metafora: ciò che l’America prova a seppellire torna sempre a galla. Di nuovo, banalmente e meravigliosamente, Cinema. In altre parole: un film dell’orrore su un Paese che continua a essere perseguitato dalla propria Storia. I peccatori non è “militante” nel senso classico, è un film che trasforma la politica in mito e incubo. Con ben sedici nomination aveva addirittura stabilito il record di candidature, e sembrava possibile uno scenario storico: che un B-movie di serie A, esplicitamente politico (sì, di nuovo), diretto da uno dei registi afroamericani più influenti della sua generazione, potesse diventare il titolo più premiato di sempre dall’Academy.

Per un po’ quella narrativa ha funzionato. I peccatori aveva dalla sua parte un’energia quasi inevitabile: il tipo di progetto che diventa simbolo prima ancora che vincitore. Un cinema più diretto, più frontale, che parla del presente con la rabbia e la chiarezza di chi non può fare a meno di prendere posizione, soprattutto negli Stati Uniti, soprattutto oggi. E in una stagione degli Oscar sempre più attenta alla rappresentazione e ai cambiamenti dell’industria, molti osservatori avevano cominciato a pensare che potesse essere il momento giusto.

In un certo senso lo è stato. L’altra catarsi della serata è arrivata infatti con il premio come miglior attore a Michael B. Jordan, probabilmente il riconoscimento più profondo con cui l’Academy ha celebrato la forza di I peccatori. «Sono qui grazie alle persone che sono venute prima di me», ha detto, ricordando tutti i vincitori neri prima di lui. «Sidney Poitier, Denzel Washington, Halle Berry, Jamie Foxx, Forest Whitaker, Will Smith… grazie per averci mostrato cosa era possibile». Poi si è girato verso Coogler: «Ryan, grazie per aver scommesso sulla nostra cultura, su idee originali e sull’arte». Alla fine ha abbracciato DiCaprio come un fratello “di cinema” ed è andato a festeggiare da In-N-Out. Altro highlight: la vittoria di Autumn Durald Arkapaw, prima donna (e per di più nera, again) a vincere l’Oscar per la fotografia proprio per Sinners. Un doppio, triplo fuck you a quell’America che resta great solo negli slogan di Trump.

L’aspetto più curioso infatti è che la politica della cerimonia non è arrivata tanto dai discorsi, una circostanza abbastanza nuova per l’Academy. A parte la stoccata di O’Brien ai MAGA, qualche (sacrosanto) slogan sparso (Bardem!) e il momento documentari starring Jimmy Kimmel, il palco è rimasto sorprendentemente sobrio. La politica era invece nei film: nei Peccatori, horror sulla memoria razziale americana, in Una battaglia dopo l’altra, elegia sul fallimento dell’utopia made in USA. Ma attenzione, non sono Oscar ideologici, sono Oscar cinematograficamente politici. Non per quello che si è detto durante la serata, ma per quello che abbiamo visto sullo schermo. La politica, per una volta, non era nel contorno o nel commento. Stava nel Cinema.