Ogni decennio ha almeno un divo del cinema carismatico, di una bellezza mozzafiato ma allo stesso tempo così vicina e familiare da sembrare il ragazzo della porta accanto, capace di passare dall’intensità di un eroe d’azione al fascino irresistibile da rom-com in un batter d’occhio. Gli anni ’80 hanno avuto per un breve periodo Tom Cruise, prima che iniziasse la sua ascesa fino a diventare la macchina da blockbuster che è oggi. Gli anni ’90 hanno avuto George Clooney, gli anni 2000 hanno avuto Jon Hamm (più o meno), e gli anni 2010 hanno affidato l’onore e l’onere a Ryan Gosling. Finora, la persona più vicina che gli anni 2020 hanno per ricoprire quel ruolo è Glen Powell, originario del Texas, dotato di un sorriso che scioglie il burro e di una simpatia da ragazzo della porta accanto. Stella emergente del film corale di Richard Linklater Tutti vogliono qualcosa (2016), Powell ha rapidamente dimostrato di avere le carte in regola per essere un protagonista. Vi serve qualcuno che stia bene in smoking, che sembri a suo agio al comando di un jet da combattimento (Top Gun: Maverick) e a combattere contro scagnozzi futuristici (The Running Man), e che in qualche modo riesca a farvi apprezzare una commedia romantica nel XXI secolo (Tutti tranne te)? Glen è l’uomo giusto.
Non è una sorpresa che Powell sia la cosa migliore di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia (nelle sale italiane dal 17 giugno, ndt), che filtra il suo carisma da star attraverso una lente d’autore dai toni dark. In realtà è un po’ deludente che lui sia l’unico motivo per cui vale la pena vedere questa farsa cupissima su un giovane che si fa strada verso il successo a colpi di omicidi, visto che il materiale originale del film – ne parleremo meglio tra un attimo – sembrava proprio implorare un remake ambientato nell’era del tardo capitalismo e del sentimento anti-1%. Lo scenario: un uomo attende l’esecuzione nel braccio della morte. Si chiama Becket Redfellow e, dato che gli restano quattro ore di vita, vuole raccontare la sua storia al cappellano della prigione. «Devo avvertirla», dice Becket. «È una tragedia».
Molto tempo fa, in una fascia di reddito lontana, anzi lontanissima, una ragazza si innamorò di un ragazzo. Lui era un musicista di umili origini. Lei era la figlia di un certo Whitelaw Redfellow, noto miliardario e persona non proprio gentile. La giovane donna rimase incinta. Whitelaw bandì sua figlia dalla famiglia, tagliandola così fuori dal loro lauto patrimonio. Vivendo in esilio finanziario nella periferia del New Jersey, crebbe suo figlio, Becket, da sola. Lui imparò a suonare il pianoforte, primeggiò nel tiro con l’arco e si ritrovò a odiare l’alta società. A causa di una clausola nel trust di famiglia, tuttavia, oggi Becket ha ancora la possibilità di ereditare il patrimonio di famiglia e tutti i lussi che ne derivano. Ci sono solo una manciata di altri Redfellow, alias «sette ricchi bastardi», in fila per rivendicare il bottino prima di lui. E, come dice Becket al prete, «la loro mortalità era fastidiosamente lunga».
Becket è cresciuto con un certo risentimento. La buona notizia è che ha ereditato i geni di Glen Powell e la sua capacità di conquistare il pubblico, il che gli torna estremamente utile quando il nostro eroe decide che non c’è momento migliore del presente per «potare qualche ramo dell’albero genealogico». Alcuni cugini, come il rancido finanziere Taylor (Raff Law) e il truffatore evangelista Steven (Topher Grace, che sfrutta al massimo il suo scarso tempo sullo schermo), se lo meritano. Altri, come l’artista hipster privo di talento (Zach Woods) che si definisce il Basquiat bianco, sono semplicemente fastidiosi ostacoli che si frappongono sulla strada di Becket verso una vita agiata. Solo suo zio Warren (Bill Camp) è degno di compassione, e non solo perché prova pietà per Becket dopo aver ascoltato la sua storia di sventura. L’uomo procura al nipote in esilio un lavoro a Wall Street e gli fa da mentore. C’è anche un interesse romantico nella figura di Ruth (Jessica Henwick), di professione insegnante. Forse una vita agiata senza il bisogno di uccidere la propria famiglia allargata è sufficiente per Becket, dopotutto.
Ma ogni Eden ha il suo serpente, e la vipera di questo è particolarmente velenosa. Da ragazzo, Becket aveva una cotta per una ragazza ricca di nome Julia. Quando Julia (Margaret Qualley), ormai adulta, riappare nella sua vita, l’ex cotta d’infanzia nota il numero crescente di vittime legate al nuovo status sociale di Becket. Forse dovrebbe portare a termine ciò che ha iniziato e far fuori anche gli altri, gli suggerisce lei, promettendogli in cambio una consistente percentuale del patrimonio di famiglia. In caso contrario, Julia sarebbe costretta a rivelare alle autorità ciò che sa. E dato che due poliziotti stanno già indagando sull’improvvisa propensione dei Redfellow a morire prematuramente, Becket si ritrova in una situazione piuttosto difficile.
Gli osservatori attenti, gli anglofili e chiunque guardi film realizzati prima del 1972 noteranno più di una semplice somiglianza con Sangue blu (1949), la vecchia commedia della Ealing in cui un giovane e intraprendente Dennis Price cerca di far fuori i suoi parenti per appropriarsi del patrimonio di famiglia. Lo sceneggiatore e regista John Patton Ford ha apertamente ammesso l’ispirazione; l’unica cosa che manca è un personaggio alla Alec Guinness che indossi delle protesi e interpreti tutti i parenti. Considerando il modo in cui Powell ha azzeccato le scandalose operazioni sotto copertura con falsi assassini in Hit Man – Killer per caso (2023), sapete bene che il nostro uomo probabilmente potrebbe farcela e continuare a svolgere i suoi compiti di protagonista.

Margaret Qualley e Glen Powell in una scena del film. Foto: Blueprint Pictures
Anche se forse è meglio non tirare in ballo quel precedente film, che aveva personaggi costruiti ad arte, ricatti, potenziali femme fatale e la complessa arte dell’omicidio, dato che si trattava di un esempio ben più efficace sia dei punti di forza dell’attore che di una satira tagliente e attenta alle differenze di classe, in grado di bilanciare brividi, suspense e una buona dose di ironia. Il confronto fa solo sembrare Ricchi… da morire complessivamente molto più debole. Powell ha comunque un aiuto per mantenere in vita questa versione un po’ fiacca della contrapposizione tra chi ha e chi non ha: Qualley capisce che, anche se la macchina da presa rimane fissa sulle sue gambe, deve comunque dotare il suo personaggio di una buona dose di grinta, e un’apparizione tardiva di Ed Harris nei panni del nonno di Becket aggiunge 10 cc di adrenalina (tra questo film e Love Lies Bleeding, l’attore candidato all’Oscar ha conquistato il mercato dei patriarchi geriatrici corrosivi).
Ma in realtà tutto poggia sulle spalle larghe di Powell. Che si pensi che il finale diluisca la perfida battuta finale dell’originale o che riesca a raddoppiare l’oscurità riguardo a dove lascia il suo eroe ambizioso, il film funziona comunque meglio come prova della capacità dell’attore di conquistare il pubblico. La domanda non è: «Cosa faresti se sapessi che qualche omicidio in più e un po’ meno scrupoli morali ti renderebbero la vita più facile?». La vera domanda è: «Saresti disposto a passare quasi due ore a guardare una simpatica star del cinema interpretare un personaggio così disperato da uccidere delle persone pur di arricchirsi?». La risposta dipende dal cast. Se non altro, Ricchi… da morire è una lezione lampante su come scegliere la persona giusta per salvare il proprio film.











