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Giulio Regeni e il punto in cui si rompe la verità

Arriva al cinema ‘Tutto il male del mondo’, il documentario che ricostruisce il sequestro e l’omicidio del ricercatore italiano al Cairo. E che, dieci anni dopo, rimette in fila con parole e immagini un orrore (ab)usato da troppi

Foto: Fandango

C’è un punto, nella storia di Giulio Regeni, in cui la verità si rompe, ed è quando si decide che le parole giuste si possono anche non usare più. Lo chiamano “spia”, lo chiamano “attivista”. Lo dicono anche i media ufficiali, ed è lì che la verità si confonde, si condiziona, si contamina. (Non voglio naturalmente mettere a paragone i due casi, ma nel traboccante racconto che fa di sé stesso Fabrizio Corona, è anche lui a segnalare l’uso improprio delle parole. Lo chiamano “fotografo”, lo chiamano “il re dei paparazzi”, lui che una foto non l’ha scattata mai. Lo dicono i giornali, i tiggì. I nostri giornali, i nostri tiggì, di noi che ci sentiamo più furbi e capaci di certi Paesi che ci guardano da neanche così lontano. Non è la stessa storia, è – in fondo – lo stesso metodo).

Il documentario Giulio Regeni – Tutto il male del mondo – regia di Simone Manetti, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Agnese Ricchi e Mario Mazzarotto per Ganesh Produzioni e da Domenico Procacci e Laura Paolucci per Fandango, distribuito nelle sale da Fandango il 2, 3 e 4 febbraio – ricomincia mettendo in ordine i fatti, e le parole. Mettendo al centro un metodo d’indagine, in tempi in cui “metodo” e “indagine” sembrano altre parole che è meglio non usare. In un’epoca in cui basta un’infografica per ricostruire dieci anni di piste vere e false, testimonianze libere o coatte, certezze continuamente rimesse in dubbio.

Il punto non è tanto ricostruire la verità, perché quella la sappiamo: a fine gennaio 2016, il ricercatore italiano Giulio Regeni è sequestrato, torturato e ucciso; il suo corpo viene ritrovato in una strada alla periferia del Cairo il 3 febbraio; la sua storia diventa materia di un intrigo internazionale che da piazza Tahrir arriva in Kenya, passando per ambasciate e governi (anche il nostro, che non ci fa una brillantissima figura nemmeno retroattivamente). Dieci anni di processi, conferenze stampa e striscioni gialli che, pure, hanno indicato un metodo: non urlare, ma solo rimettere in ordine le parole.

Il punto di Tutto il male del mondo – anche queste parole, giuste e strazianti, della madre di Giulio, Paola Deffendi, che per la prima volta in questo film racconta la storia del figlio insieme al marito Claudio e all’avvocato Alessandra Ballerini, che ha seguito e continua a seguire il caso – è spiegarci come quella verità è stata manomessa, profanata, usata alla bisogna, a seconda di chi la maneggiava in quel momento.

Mi ha ricordato Cover-Up, il notevole documentario di Laura Poitras e Mark Obenhaus che era all’ultima Mostra di Venezia e ora è su Netflix. (Poitras aveva già vinto un Leone d’oro a Venezia con Tutta la bellezza e il dolore – All the Beauty and the Bloodshed, altro documentario dedicato alle lotte artistiche e attivistiche di Nan Goldin: se siete a Milano, andate a vedere la sua monumentale mostra all’Hangar Bicocca, sono gli ultimi giorni). Cover-Up è un’intervista al giornalista investigativo Seymour Hersh, ed è prima di tutto il racconto del suo metodo. Un metodo che, dal Vietnam a Kennedy, dalla CIA alle grandi corporation, ha costituito materiale incandescente per le istituzioni statunitensi.

Anche lì, a un certo punto, la verità si rompe, e si rompe sulle parole. Lo fa, curiosamente e tragicamente, in un disumano contesto geopolitico che non può non rimandare al caso Regeni. Interpellato dai giornalisti sulla questione Abu Grahib, Donald Rumsfeld non sa decidersi: “Erano abusi o torture?”, gli chiede la stampa. E lui dice che, per quel che ha visto (quelle foto circolate sui media, e ugualmente manomesse, profanate, usate alla bisogna), non è certo di poter usare la seconda parola, che è invece l’unica parola possibile.

Cover-Up è un film su un giornalista – dunque sulle parole – ma anche un film sulle immagini, come lo è Tutto il male del mondo, che ci fa vedere i filmati della notte del sequestro, e quelli della polizia egiziana, e quelle dalle aule del processo con i testimoni ripresi “di nuca”, alla Dardenne, con la verità che sembra pesare ancora di più sulle loro spalle. “Se non ci sono foto, non c’è storia”, dice a Poitras e Obenhaus Seymour Hersh, uno che lavorava (e che lavora: a 88 anni, non ha ancora smesso di indagare e compila doviziosamente la sua newsletter su Substack) con le parole ma che ha sempre compreso, nel suo metodo, l’importanza di ciò che vediamo.

L’altro film che mi ha ricordato il documentario su Giulio Regeni è Le Aquile della Repubblica, che era a Cannes l’anno scorso e che sarà in sala dal 5 febbraio con Movies Inspired. L’ha diretto Tarik Saleh, svedese di origini egiziane che ha un altro metodo ancora: usare il thriller politico pop e vagamente anni ’70 (vedi i precedenti e bellissimi Omicidio al Cairo e La cospirazione del Cairo) per raccontare l’Egitto di oggi. Non è un caso che sia lo stesso luogo scelto da Regeni per la sua ricerca a fare da sfondo a una storia in cui vengono manomesse, profanate, usate alla bisogna parole e immagini.

Nelle Aquile della Repubblica, un complotto immaginario ordito dal vero presidente al-Sisi e dai suoi uomini – i cattivi di questa storia e anche della storia di Giulio, per come viene finalmente rimessa in fila da Manetti – utilizza il cinema per proteggere, nascondere, insabbiare verità indicibili. Usa una fittizia star del cinema locale come tramite per far credere al pubblico che la Storia, anche quella che passa in tempo reale sotto i nostri occhi, sia un’altra. Usa parole e immagini che confondono, condizionano, contamino la realtà. E tutti ci credono come ci abbiamo sempre creduto noi, finché non arriva qualcuno a dirci le parole giuste, a incollare i cocci di quelle verità.

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