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Gigi Riva, il campione che non c’era

Riservato, imprendibile, oggi scomparso dalla scena pubblica, il “mezzo sardo” considerato il miglior attaccante italiano di tutti i tempi si racconta nel documentario Sky ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’, diretto da Riccardo Milani. Che svela il suo mistero, almeno un po’

Foto: Sky

C’è solo un giocatore che ha fatto 35 gol con la maglia della Nazionale italiana. Roberto Baggio e Alessandro Del Piero, i primi dei contemporanei, sono fermi a 27. 35 gol in azzurro li ha fatti soltanto Gigi Riva, secondo molti il miglior attaccante italiano di tutti i tempi.

A lui è dedicato Nel nostro cielo un rombo di tuono, documentario di Riccardo Milani in onda dal 27 giugno su Sky e in streaming su NOW. Rombo di tuono, come il soprannome che Gianni Brera, il principe dei giornalisti sportivi, gli aveva dato dopo averlo visto umiliare l’Inter a San Siro.

«Sono un giocatore spero bravo e abbastanza fortunato. Se avessi un lavoro e dovessi pagare per giocare, giocherei lo stesso», dice un Riva in bianco e nero da poco trasferitosi al Cagliari, la squadra dove giocherà tutta la vita diventando una leggenda per i suoi tifosi e per la Sardegna tutta.

Nato a pochi metri da un campo sportivo, quello dell’oratorio di Leggiuno, in provincia di Varese, Riva si trova subito a fare i conti con la vita. A nove anni muore suo padre e lui finisce in collegio: «Tre anni non molto belli». Lo costringono a cambiare mano, dalla sinistra alla destra, sennò sono bacchettate. Ma il piede resta un fantastico mancino naturale.

Il pallone è nel sangue: solo davanti alla sfera Gigi dimentica tutto. A tredici anni esce dal collegio e inizia a lavorare in una fabbrica di pulsantiere per ascensori. A sedici perde anche la mamma. Ancora oggi per lui è difficile parlarne: «La vita l’ho vista un po’ più dura».

Il presidente del Cagliari lo vuole e lui ha paura, non è quasi mai uscito dalla provincia di Varese. La sorella gli chiede cos’ha combinato, perché in Sardegna ci si va solo per punizione. È lì ancora adesso. «Ero già un mezzo sardo quando sono venuto qua», spiega. La riservatezza, il fuggire le luci della ribalta, il non voler essere personaggio, tratti che non cambiano nemmeno quando diventa una superstar del calcio.

Gigi Riva oggi. Foto: Sky

Nel doc di Milani, partito da un quaderno del regista bambino e dalle sue passioni, ci sono tre grandi direttrici: la Sardegna, il carattere di Riva, le meraviglie fatte sul campo. Con interviste a quelli che dagli anni Sessanta sono i suoi corregionali, ricordi dei suoi compagni di squadra e di Nazionale e filmati di repertorio accompagnati da Enrico Ameri, Sandro Ciotti e dalle altre voci di Tutto il calcio minuto per minuto.

La Sardegna, soprattutto, è una sorta di coprotagonista. Che ama, riamata, il suo eroe. «Per la prima volta avevo un periodo di vita sereno», dice lui. E come si fa a non affezionarsi al posto in cui si è stati sereni?

Nel 1970 il Cagliari vince il suo unico scudetto. Come sempre non è merito di un giocatore solo. A coronare quella stagione irripetibile, i Mondiali in Messico, con sei giocatori rossoblu sui ventidue convocati. E lo splendido gol del 3-2 di Riva nella partita per eccellenza del calcio italiano: Italia-Germania 4-3, proverbiale fin dal punteggio. Con un po’ di malinconia negli occhi, il campione ripensa alla finale persa con il Brasile e dice: «La grande occasione». Ma era il Brasile di Pelé e di mille altri campioni. Si poteva batterlo?

Un frame di ‘Nel nostro cielo un rombo di tuono’. Foto: Sky

Riva finisce anche in una canzone della Carrà a Canzonissima: Forza Gigi Riva. «Conto i minuti, conto le ore / Tu domani giocherai / Dio greco in shorts», canta Raffa inneggiando anche alla bellezza di un ragazzo che non ha ancora trent’anni.

Nel doc c’è anche l’addio al calcio, deciso dopo l’ennesimo brutto infortunio. Un lutto per tutta la Sardegna, dice Gianfranco Zola, che indica Riva e il suo modo di essere esemplare anche fuori dal campo come propria fonte di ispirazione. Diventa dirigente della Nazionale e un Mondiale lo vince, nel 2006. Ma scende dal pullman scoperto in una Roma impazzita di gioia perché su quel pullman vogliono salire alcuni politici che in piena Calciopoli non erano stati teneri con i suoi ragazzi.

Ora che preferisce vivere in solitudine, chi gli vuole bene gli chiede di tornare tra la gente. Anche se si chiude con un sorriso del campione sulla spiaggia del Poetto, l’ultima parte del documentario è lunga e toccante. Anche oggi, Riva, la vita la vede un po’ più dura.

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