Esegesi di un verdetto annunciato: Johnny Depp s’è fatto il processo da solo, e anche per questo ha vinto | Rolling Stone Italia
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Esegesi di un verdetto annunciato: Johnny Depp s’è fatto il processo da solo, e anche per questo ha vinto

Smontiamo e rimontiamo gli ultimi pezzi della causa del divo contro l’ex moglie Amber Heard. Dall’avvocatessa Camille Vasquez al ‘large glass of wine’. Fino allo ‘stile Johnny’: che, forse, è questa cosa qui

Johnny Depp con Camille Vasquez, la sua avvocatessa durante il processo

Foto: Shawn Thew/Pool/AFP via Getty Images

Esegesi facilissima del processo. Cose giuste che sono state dette che sono appunto giuste, le ridiciamo anche noi e poi passiamo appresso:

1) L’avvocato di Johnny è una figa pazzesca.

2) Come fa ad avere solo trentasette anni. Prendiamo l’interrogatorio di Amber: non erano domande, era una trivella sui nervi.

3) Il MeToo l’è morto. Secondo alcuni (alcuni in aumento) non è mai stato vivo.

4) Quei due hanno preso e dato mazzate in pari misura solo che è stata punita lei, perché al balordo si perdona, alla femmina opportunista e maligna no.

5) Tutti per Johnny senza motivi troppo solidi. Capisci il patriarcato cos’è, quanto è potente, noi pensiamo che siano rami di quercia, invece sono radici sottilissime come quelle dei funghi. Il problema non è evidente, è invisibile agli occhi. Guarda quante tifose aveva Johnny Depp. Non ce la faremo mai.

6) Hollywood. Alcol, droga, figurati.

7) In America non sono processi, è la gara a chi ha l’avvocato più bravo.

8) La cretina ha guardato la giuria per tutto il tempo mentre rispondeva alle domande. La compiacenza è un’arte. Il rispetto ostentato dopo un po’ stucca.

9) Che bella sentenza coi punitive damages. Non temete, l’Italia non resta indietro. I danni esemplari – quelli riconosciuti a Johnny – che superano la domanda a scopo dimostrativo (così impari e ci pensano meglio pure gli altri) esistono in altre forme pure da noi. Qui sulla nostra piccola penisola arretrata li concedono a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale: già si parla da qualche parte in dottrina di americanizzazione della responsabilità civile.

10) Amber minaccia appello. Con che soldi?

Quello che non si è detto è che Mr. Depp come Andreotti il processo se lo è fatto quasi da solo. All’inizio ho pensato: è addestramento, è stato preparato come preparano tutti, quando c’è da affrontare un mostro giudiziario del genere. Lo avranno fatto studiare. Poi ho guardato i due interrogatori e sì, la Vasquez restava eccezionale, ma lui era diventato Tom Cruise in Codice d’onore.

Il soldato Johnny s’è salvato da solo. Non so se vi siete accorti che la sentenza di questo film è arrivata a cinque minuti dal fischio di inizio della Champions League, tre giorni prima di quella in tribunale: Dior aveva dato disposizioni che ci fosse Eau Sauvage, tra le pubblicità. E lì dovevamo già capire. Il plebiscito sui social era finito, il popolo diceva: Johnny. La giuria sequitur.

Se dovessero chiedervi il minuto preciso in cui il processo si è piegato (succede come nelle partite di pallone, non sai dire cos’è, ma cambia il vento), è questo. Era la deposizione di lui. L’avvocato di Amber Heard, dopo avergli mostrato un filmato registrato con vari sbattimenti di pensili in cucina mentre apriva una bottiglia di rosso, chiede se in quella circostanza si fosse versato una mega pint of wine. Mega pint. Ma come parli. Come i ragazzini che dicono cringiare. Mega pint. Le parole sono importanti, nei processi non ne parliamo.

E così Johnny risponde, dopo aver alzato lievemente la testa in un modo che ha solo lui, quel modo 1997 Donnie Brasco, e corregge:

I poured myself a large glass of wine. Pensavo di averne bisogno, aggiunge.
Riascoltate come pronuncia: A-large-glass-of-wine.

Lo dice lentissimo, cantilenando. Come se avesse la sceneggiatura in mano e quello fosse il minuto decisivo. Ed era il minuto decisivo. Risatine in aula. Il nemico è vinto e la giuria è presa, sedotta, plagiata. La difesa va a puttane. Perde credibilità l’avvocato, ogni domanda che verrà e tutta la baracca.

Ci ha provato Johnny, fino a riuscirci. Un altro pezzo da manuale del copione è stato:
Yes, Mr. Rotterborn.
It’s correct, Mr. Rotterborn.

E così avanti per venti volte. Mr. Rotterborn era l’avvocato di Amber. A ogni risposta ha smontato e rimontato con la voce quel cognome – Rotterborn – come un Lego, fino a farlo diventare Mister Bean.

La sorella di lui, Christi Dembrowski, ha riportato in uno di quei passaggi apparentemente inutili della trama che Heard aveva reagito con “incredulità e disgusto” alla notizia della collaborazione con Dior. “Perché Dior dovrebbe voler fare affari con te?”, ha ricordato di lei che chiedeva al marito. “Dior è classe e stile. E tu non hai stile”.

Johnny Depp non c’era alla lettura della sentenza, e dopo la sentenza ha rilasciato giusto quattro parole. Stile è qualcosa che ha a che fare con “mai stravincere”. Mai “cercare di”. La differenza è che lui lo sapeva, lei no.

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