Il Robin Hood che non ti aspetti. Questo è l’unico modo in cui possiamo definire ciò che Michael Sarnoski (Pig – Il piano di Rob e A Quiet Place – Giorno 1 all’attivo) ci offre in questa nuova trasposizione delle gesta dell’arciere per antonomasia: Robin Hood – Il prezzo del sangue, nelle sale dal 13 agosto. Il fuorilegge viene illuminato da una luce oscura, feroce, ha il volto di un Hugh Jackman granitico e disperato, diverso da come è stato descritto tante volte in passato.
Un ribelle che ci tiene compagnia da secoli
Fu Piers Plowman, poema di William Langland di fine XIV secolo e caposaldo della letteratura inglese medioevale, il primo momento in cui il nome di Robin Hood fece la sua comparsa. Arciere, fuorilegge virtuoso e impudente, legato in modo totale alla foresta, rubava ai ricchi per dare ai poveri. Nel XV e XVI secolo ci sarà un proliferare di ballate e poemi che costruiranno attorno a lui quell’universo fatto di personaggi, amici, nemici, gesta e avventure che La morte di Robin Hood nel XVII secolo poi avrebbe delineato in modo più stabile. Dal teatro (fin dal XV secolo era protagonista di tante rappresentazioni) si arriva al grande romanzo storico, ad Alexandre Dumas. Nel 1872 esce postumo Robin Hood – Principe dei ladri, da cui il cinema prenderà ispirazione.
L’anno è il 1922, Douglas Fairbanks, il divo di riferimento dell’epoca, in Robin Hood di Allan Dwan fissa con la sua interpretazione le caratteristiche peculiari del personaggio: scattante, ironico, valoroso, carismatico, cavalleresco, difensore del popolo oppresso da Re Giovanni Senzaterra e dallo spietato sceriffo di Nottingham. Robin Hood – Il prezzo del sangue invece ce ne mostra una versione diversa, più violenta e disperata, in un iter che abbraccia un realismo non distante da quello che caratterizzò un western come Hostiles di Scott Cooper. Sarnoski distrugge il mito popolare e la romanticizzazione di un’epoca e di un uomo che qui è un tagliagole invecchiato, cinico, avvezzo ad ogni orrore.

Hugh Jackman e Jodie Comer in una scena del film. Foto: A24
Hugh Jackman, capelli e barba lunghi, carismatico e umanissimo, cammina zoppicante dentro un racconto basato sui sentimenti, ambientato in un piccolo convento guidato dalla badessa Brigid (Jodie Comer). Lì è isolato da tutto e tutti, tra lebbrosi e bisognosi, tra cui Margaret, la figlia del suo vecchio compagno Little John (Bill Skarsgård). Mentre si riprende dalle sue ferite fisiche e spirituali, Robin Hood troverà inaspettatamente qualcosa di cui si era scordato l’esistenza: l’empatia. Il prezzo del sangue è un film esteticamente affascinante, molto aggressivo fin dall’inizio, attraversato da una violenza che non risparmia niente e nessuno. L’Irlanda più selvaggia, aspra e autunnale fa da sfondo a un Medioevo barbarico, sanguinoso, tribale. Ma anche lì c’è la speranza, anche se non è lui a portarla: non l’ha mai fatto, tutte le storie nobili e cavalleresche non sono mai esistite, sono lo zucchero con cui copriamo una realtà terribile.
Uno, nessuno e centomila Robin Hood
Hugh Jackman è l’alter ego oscuro di un altro grande Robin Hood: Sean Connery, in quel Robin e Marian di Richard Lester che nel 1976 analizzò l’eroismo come tratto dominante della narrazione popolare che modifica ed altera la realtà, la addolcisce. Il fu 007 e Audrey Hepburn ci portarono a ragionare sulla realtà storica di quell’Inghilterra, in una storia d’amore e di sconfitta dolce e crepuscolare. Tutto il contrario di ciò che Kevin Costner sarebbe stato nel 1991 in Robin Hood – Principe dei ladri, di fatto una versione americanizzata, modernizzata, divertente delle gesta del fuorilegge. In molti vi scorsero una volontà di riportare in vita un altro capolavoro del cinema che fu: La leggenda di Robin Hood di Michael Curtiz e William Keighley del 1938. Lì c’era un immortale Errol Flynn nei panni del fuorilegge, ed ancora oggi è considerato il Robin Hood per eccellenza.
Entrambi ribelli, entrambi simbolo di una volontà di rivincita degli ultimi su un potere che è sia temporale che religioso, che ha dalla sua la legge ma non la giustizia. Se c’è qualcosa che Robin Hood ha sempre rappresentato, pure nello scanzonato e fantastico classico Disney del 1973, è sempre stata questa totale antitesi tra ciò che è formalmente stabilito come giusto e ciò che lo è veramente. La legge è scritta dal più forte, da chi domina, e l’Inghilterra ha una storia di ribellioni, re inetti e deposti che pochi altri paesi possono vantare. Robin Hood ha avuto serie tv, anime, manga, musical, persino una spassosa commedia firmata Mel Brooks. Gli ultimi tentativi sul grande schermo onestamente non sono stati granché, vale sia per Ridley Scott e un Russell Crowe un po’ appesantito che per l’ucronia action del 2018 con Taron Egerton e Jamie Foxx.
Eppure, in tempi come questi, con l’ingiustizia che è diventata sistema, con il proliferare della diseguaglianza, ricchi che sono sempre più ricchi sulle spalle dei poveri a cui è stato ficcato in testa di amare i propri oppressori, Robin Hood rimane centrale. Lui, Little John, Frate Tuck, Will Scarlett, Lady Marian e tutti gli altri compagni della foresta ci ricordano cosa hanno sempre temuto re e tiranni: la solidarietà, la coscienza di classe, la ribellione cosciente. Questo Robin Hood con il volto di Wolverine è anche un film politico perché ci parla di perdono, dell’inutilità della vendetta, di solidarietà. Ci ricorda che possiamo sempre cambiare, diventare migliori.











