È un bell’azzardo, partire dalla domanda delle domande: «Cosa sto facendo della mia vita?». Alberto Palmiero, 27 anni, nato ad Aversa in provincia di Caserta, continua a chiederselo in Tienimi presente, il suo debutto (una produzione Kavac Film in collaborazione con Rai Cinema, Premio Miglior Opera alla Festa del Cinema di Roma). Quella che poteva essere la storia come tante di un aspirante regista che non realizzerà mai il suo primo film, diventa un esordio inatteso e fuori dai giri, ritratto di una generazione costretta a scegliere tra ambizione e precarietà.
Venezia 81. Il film si apre con il vero volto del Lido: aspiranti registi senza un euro in tasca, accampati su divani rimediati in case di estranei, si trascinano senza invito alla grande festa del cinema, in cerca di chissà quale occasione. Sullo schermo, il vero Alberto Palmiero e il collega Mino Capuano pitchano quelli che saranno – o che avrebbero potuto essere – i loro futuri esordi (nel caso di Capuano Quanno chiove e nel caso di Palmiero Il supplente, mai realizzato). Capuano fa da grillo parlante e ricorda a Palmiero che «alla fine è tutta una questione di persone», perciò tocca girare, incontrare, farsi vedere. E in effetti un produttore avvicina Alberto e gli lascia un biglietto da visita. È Gianluca Arcopinto, tra i nomi più importanti del panorama indipendente italiano. Sarà lui a produrre Tienimi presente insieme a Marco Bellocchio e Simone Gattoni, ma qui partecipa al gioco delle parti memando il cliché del classico producer made in Italy,
che sparge in giro contatti e speranze per poi sparire senza pietà.
Con un’onestà disarmante, con molta tenerezza e una dose di inevitabile comicità, il debutto alla regia di Palmiero è un film a metà tra documentario e autofiction, che lo vede anche attore protagonista. L’uscita al cinema del 26 febbraio (distribuito da Fandango) viene anticipata da un appuntamento speciale dal titolo Volevo fare un film: Palmiero si ritrova sul palco del Greenwich di Roma insieme ai suoi produttori Marco Bellocchio, Simone Gattoni e Gianluca Arcopinto, a Susanna Nicchiarelli, Daniele Luchetti, la montatrice Francesca Calvelli e Gloria Malatesta, Preside del Centro Sperimentale di Cinematografia. «Avevi una malinconia irreparabile fin
dai primi corti – gli dice Nicchiarelli – e a un certo punto è stato chiaro che dovessi farlo tu, che questa cosa dovesse passare attraverso di te».
Perché Tienimi presente nasce tra le vere crepe dell’industria italiana, come risposta fisiologica a uno scenario ormai noto a tutti come una pessima barzelletta. A un passo dall’abbandonare il cinema, allora, Palmiero si ritrova protagonista della propria storia: quella di un film che nessuno ha voluto produrgli. Il modello produttivo, infatti, è atipico. E secondo Palmiero, che non ha perso né lucidità né disincanto, è anche «difficile che diventi un modello replicabile. Tanti registi che conosciamo potrebbero girare un film così, se solo avessero la garanzia, poi, di una vita distributiva». Dopo il diploma al Csc di Roma, Alberto capisce che ad attenderlo fuori c’è solo una lunga parata di rifiuti. È l’inizio del suo sconforto, e di un senso di fallimento che lo riporta a vivere nella sua città natale, a casa dei genitori. Ormai vicino ai trent’anni decide di fare marcia
indietro, ma la crisi si trasforma in gesto creativo. È Daniele Luchetti a ispirarlo: «Vado a fare la comparsa sul set di Confidenza e mi lamento con lui di questo film che
non riesco a girare, Il supplente. Lui mi consiglia di vedere N-Capace, perché è da sempre un grande fan di Eleonora Danco. In effetti il film mi piace, così penso che posso fare anch’io una cosa simile per raccontare il sentimento che sto vivendo».
Quando fa domanda alla Scuola di Cinema di Bobbio di Marco Bellocchio, la lettera di presentazione colpisce subito Simone Gattoni: «Mi chiamo Alberto Palmiero. Ho frequentato il Centro Sperimentale. Ora faccio il magazziniere ad Aversa». Durante il corso a Bobbio,
anziché seguire Bellocchio alla regia, Alberto segue il fonico: in totale autonomia sta già lavorando al suo primo film, perciò vuole capire come migliorare il suono. Ma a Bobbio, Gattoni e gli altri vedono anche i primi materiali girati e se ne innamorano. Nel frattempo Palmiero chiama per un consiglio il suo ex docente Gianluca Arcopinto, e lui lo sorprende: «Se ti fa piacere, lo produco io». La macchina si mette in moto. «Gianluca mi invita da Pompi, perché lui incontra tutti lì sotto casa sua. Mi dice: “Secondo me questo può essere il tuo esordio”. L’idea mi spaventava, perché se esordisci con un film indipendente senza un vestito produttivo più grande, ti si può ritorcere contro. Devo molto a Susanna per come ho poi trovato questo doppio ruolo di regista e protagonista. Per insegnarmi come stare sia davanti che dietro la macchina mi ha consigliato un film che mi ha cambiato prospettiva, Me and You and Everyone We Know di Miranda July».

L’anteprima al Greenwich di Roma. Foto: Mino Capuano
Il fatto è che Palmiero, davanti alla macchina, ci mette tutti: fidanzata, produttori, amici storici, colleghi, genitori e familiari. «Ci ha fottuti a tutti», chiosa Capuano. Girato nell’arco di due anni e mezzo, Tienimi presente è testimone del terzo scudetto del Napoli e poi del quarto, di una storia d’amore, di un ritorno a casa e di quelli che Alberto chiama «piccoli terremoti nell’allargare il comparto produttivo, perché ero sempre terrorizzato che potessero cambiarmi il film». Ma stranamente non succede. Palmiero riesce a sedersi al tavolo dei grandi e a farsi produrre un esordio sartoriale, che è davvero suo, senza compromessi: «La sceneggiatura cambiava mentre la vita andava». Perfino la canzone ufficiale del film, Ho messo tutto a posto, nasce nel 2022 insieme al suo migliore amico, Francesco Di Grazia, che firma le musiche originali di questo esperimento a conduzione
familiare: «Volevo abbandonare l’idea del cinema e, pensa la follia, mi ero messo in testa che dovevo diventare cantautore. La musica mi sembrava più facile da autoprodurre, quindi ho chiesto a Chicco di darmi una mano. La canzone è figlia di quel periodo, ed è stato bello poi giocare a farla rientrare nella storia».
Durante un talk frizzantissimo, in cui Francesca Calvelli e Susanna Nicchiarelli si lanciano addirittura in una battaglia teorica sul concetto di autorialità, Bellocchio continua a ripetere: «Siamo molto diversi, io e Alberto» ma, con il suo tipico aplomb, è proprio lui a spiegare il cuore di questa piccola impresa: «Pur avendo iniziato come attore, io non ho mai pensato di interpretare I pugni in tasca. Ma come Arcopinto, anche io ho detto: “Facciamo il film”, perché non avrei saputo convincere nessun altro a farlo». Nel frattempo Palmiero è sornione – sempre un po’ troisiano, un po’ morettiano, forse entrambe le cose insieme – arrossisce e risponde solo «grazie», come uno capitato per caso all’anteprima del
suo film. O come uno che sta già trovando lo spunto per il prossimo: storia di un esordio prodotto per sfinimento, per allegria, per fortuna. Non ci crede neanche lui, che sia finita così.
«Che cosa sai tu che gli altri non sanno? Questa è la prima cosa che domandavo agli studenti, perché quello deve essere il tuo cinema», racconta Luchetti. «Ma su nove che esordiscono con la passione per il cinema, ce n’è uno che esordisce con la passione per la verità. Alberto fa parte di quei rari esemplari da Csc che ha messo al centro quello che sa». E Alberto sa sicuramente cosa significa essere un giovane che rischia di invecchiare provando a fare questo mestiere, in questo Paese, in questa città. Un topos che, evidentemente, non è pronto a tramontare. Ecco perché questo esordio da 80 minuti va giù come uno shot di verità non edulcorate, puntualissimo nel suo dramma e nella sua comicità: autobiografia dell’ex generazione 1000 euro, che oggi ne paga 700 per una stanza in affitto in periferia, toccando solo di striscio la città. Alberto è melodrammatico come è giusto che sia. Di fronte allo specchio del bagno si trova a registrare un selftape per lavorare almeno come comparsa, nel loop di una patetica ossessione in cui chiunque può riconoscersi: su Google cerca l’altezza di Garrone (troppa), di Sorrentino (ancora troppa) e di Scorsese (già va meglio). E da meraviglioso accattone, gira il suo film rubando pezzetti di vita altrui, anche da chi i film li fa già.

Palmiero con Marco Bellocchio prima della proiezione al Greenwich. foto: Mino Capuano
Finisce a fare la comparsa sul set di Marco Bellocchio e inquadra tutta la commovente miseria di quella condizione. Indugia sulla postura del Maestro al monitor della regia, sul modo in cui si passa le dita dietro la nuca prima di dare lo stop. Anche questo è sognare “er
cinema”, subire l’incanto del grande luna park e trovare la poesia sul fondo del barile, pur di continuare. Per questo, a 27 anni e mentre pensa di mollare, vediamo Alberto andare ancora in giro a presentare la sua unica vecchia gloria, Il pesce toro, cortometraggio amatissimo dai docenti del Csc. E le conosciamo tutti, le premiazioni nelle salette di provincia. L’assaggio di un futuro possibile, l’imitazione su piccola scala della chimera del successo. Venti persone a stringere le mani di Alberto, a cui però nessuno produce un film. «Il tuo corto mi ha commosso», gli dice qualcuno. «Sei bravissimo, sei il nostro futuro». E allora sarà pure una miseria, ma come fai a fermarti?
Il vero cinema che Palmiero riesce a mostrarci con Tienimi presente non è nei camei di Bellocchio e Arcopinto. È in questo doloroso e parossistico vagare, nell’attesa di un futuro che forse non arriverà mai – neanche dopo questo debutto, sembra pensare lui. È nelle case spoglie in cui sostare, con la provincia che ti manca e la città che ti tenta. Nelle serate a San Lorenzo insieme ai primi compagni conosciuti su qualche set indipendente, usando etichette in cui si sta ancora troppo larghi. Scenografo, segretaria di edizione. «Ma quindi sei regista anche tu?». «Aspirante», risponde lui, perché lo sa che fare cinema non significa vivere con l’ansia di trovare un piano B, sempre pronti a tornare a casa. Alberto è talmente stanco che in metro gli anziani si alzano per far sedere lui, e il massimo che possa fare
un amico per rincuorarlo è confessargli: «Fai solo un po’ pena», mentre al telefono la madre lo incalza, perché come tutte le madri degli Alberto, non ha idea di cosa farà il figlio per campare. Non lo capisce neanche lui, ma si unisce al moto perpetuo di una generazione così abituata a sopravvivere nel paradosso, da imparare a farne un vanto: «Io alla fine campo con poco».

Gaia Nugnes, il cane Jhonny e Alberto Palmiero in ‘Tienimi presente’. Foto: Kavac Film
In Tienimi presente cinema e vita si mescolano fino a rendersi indistinguibili, complici di un’opera inclassificabile: cosa stiamo guardando? Documentario, finzione, parodia? È un film partito senza pretese e diventato la delicatissima istantanea di una gioventù abituata a porte che si chiudono su portoni sbarrati. Perché la domanda è davvero sempre la stessa, per tutti: «Che sto facendo della mia vita?». Patetica come solo la
realtà sa essere, ironica come solo il cinema può mostrarla. E come dice Susanna Nicchiarelli, il grande merito di Palmiero è quello di raccontare che «essere giovani non è una cosa allegra, è una cosa tristissima». Ecco perché riesce nella grande impresa di fare una cosa semplice: un film a cui è impossibile non volere bene.










