Dove comincia davvero Miyazaki: ‘Il castello di Cagliostro’ torna al cinema | Rolling Stone Italia
Inseguimenti epici

Dove comincia davvero Miyazaki: ‘Il castello di Cagliostro’ torna al cinema

Lupin III, il ladro gentiluomo di casa in Italia da due generazioni, rivive in sala dal 13 al 15 luglio nel debutto alla regia del Maestro, restaurato in 4K. Tra un "tradimento" che gli costò caro e una leggenda su Spielberg

Dove comincia davvero Miyazaki: ‘Il castello di Cagliostro’ torna al cinema

Jigen e Lupin in una scena di 'Lupin III – Il Castello di Cagliostro'

Foto: Eagle Pictures

C’è una Fiat 500 gialla ferma sul ciglio di una strada, con dentro (o meglio: sopra) Lupin e Jigen che si giocano a sasso-carta-forbice chi deve cambiare una gomma a terra. Indovinate chi vince. Poi, all’improvviso, una Citroën 2CV vinaccia gli sfreccia davanti con al volante una donna in abito da sposa, inseguita dagli uomini del Conte di Cagliostro. Era il 1979, e quella scena storyboardata di suo pugno da Miyazaki e animata a mano con una cura fuori scala per gli standard tv dell’epoca, è diventata una leggenda mai del tutto confermata. Pare che la Citroën fosse l’auto di Miyazaki stesso e la Fiat quella del capo animatore Yasuo Ōtsuka, che insieme avevano insistito per alzare l’asticella: gli animatori usarono addirittura i libretti di istruzioni reali delle due macchine come riferimento per disegnarle in modo accurato. Si racconta pure che Steven Spielberg, vista la sequenza, l’abbia definita uno dei più grandi inseguimenti mai girati, e che due anni dopo se ne sia ricordato lavorando a I predatori dell’arca perduta. Nessuno ha mai trovato la prova che l’abbia detto davvero. Ma la voce era abbastanza credibile da finire stampata sul retro del primo dvd occidentale del film, e chi ha visto quella scena capisce perché nessuno si sia mai preso la briga di smentirla.


Da lunedì 13 a mercoledì 15 luglio, Lupin III – Il Castello di Cagliostro torna nei cinema italiani restaurato e rimasterizzato in 4K, distribuito da Eagle Pictures insieme a Yamato Video e TMS Entertainment, con le stesse voci italiane con cui intere generazioni hanno imparato a riconoscere Lupin, Jigen, Goemon, Fujiko e l’ispettore Zenigata dalle repliche pomeridiane in tv. Ma il vero motivo per cui vale la pena raccontarlo, quarantasette anni dopo, va oltre il restauro: quel film resta il punto zero da cui parte tutto quello che Miyazaki sarebbe diventato.

LUPIN III - Il Castello di Cagliostro | Evento speciale 13-14-15 luglio

Prima di Cagliostro, Miyazaki era un animatore e regista di serie tv, e aveva già lavorato sulla prima serie animata di Lupin III. Il film gli viene affidato in tempi strettissimi (sette mesi e mezzo da inizio scrittura all’uscita) per dare seguito al primo lungometraggio del franchise, La pietra della saggezza, tratto dal manga di Monkey Punch. E invece di limitarsi al canovaccio action-comedy delle origini, si prende una libertà che gli costerà critiche feroci da parte dei fan storici: ammorbidisce un po’ Lupin. Lo rende meno cinico, meno sporco, più cavalleresco, un ladro che alla fine del film scopre che il vero tesoro di Cagliostro non è certo oro ma un sito archeologico intoccabile, e che alla fine lascia la principessa alla sua vita invece di portarsela via. I puristi non glielo perdonarono per anni: riconobbero il capolavoro, sentenziando però che non era un vero film di Lupin.

Ma è comunque quella versione più romantica del personaggio a essere rimasta, per il pubblico internazionale che ha scoperto il personaggio proprio da lì, l’immagine più riconoscibile del ladro gentiluomo, anche se nei film successivi, a seconda di chi li dirigeva, Lupin è tornato spesso al Lupin più scaltro e spregiudicato delle origini. E poi Jigen che, con la spacconaggine di sempre, dice: «Fa così paura che schiaccerò un pisolino», Zenigata combinaguai che cade nelle trappole allestite per i ladri, Goemon perennemente impassibile, Fujiko ladra in disguise. Crescere con Lupin è stato bellissimo. Fine del momento amarcord.

Zenigata. Foto: Eagle Pictures

In Giappone, all’uscita del 15 dicembre 1979 targata Toho, il film fece incassi modesti: chiuse l’anno solo al quindicesimo posto al box office giapponese. Il lordo al botteghino fu di circa 610 milioni di yen (oggi sarebbero 3,28 milioni di euro), ma alla produzione ne tornarono solo circa 305 (1,64 milioni), contro un budget di 500 (2,69): in pratica, sulla sola uscita in sala, i conti non tornavano affatto. Fu il passaparola tra gli appassionati della serie tv, non certo un lancio trionfale, a farlo rientrare nei costi negli anni successivi. Ci vollero anni perché diventasse quello che è oggi, e cioè uno dei film d’animazione più citati e imitati di sempre, il capitolo più amato dell’intero franchise di Lupin.

In Italia la storia è praticamente opposta, perché qui Lupin non ha mai avuto bisogno di conquistare nessuno. Le repliche pomeridiane sulle tv italiane (prima quelle locali, poi Italia 1) hanno l’hanno reso di casa per almeno due generazioni (se non lo guardavate al ritorno da scuola a pranzo dalla nonna non sapete che vi siete persi), al punto che il nostro Paese resta oggi il mercato con il fandom più solido fuori dal Giappone: la quarta serie tv, nel 2015, è ambientata in gran parte qui, è arrivata in anteprima italiana due mesi prima del debutto ufficiale nipponico, e ha episodi bonus pensati apposta per il pubblico italiano. Anche per questo un’operazione come questa (tre giorni soltanto, in sala, con un restauro vero e non l’ennesima replica in streaming) ha senso soprattutto dalle nostre parti perché non deve presentare Lupin a nessuno, semmai deve solo restituire su schermo grande i dettagli che la tv di trent’anni fa inevitabilmente si mangiava.

Clarisse. Foto: Eagle Pictures

E soprattutto, chi guarda oggi Il castello di Cagliostro con gli occhi allenati da Il castello nel cielo, da Nausicaä, da Porco Rosso, ci trova già tutto: la fissazione per i meccanismi (l’orologio-fortezza del finale, con i suoi ingranaggi impossibili, è puro Miyazaki prima ancora che esista un “puro Miyazaki”), il volo come liberazione più che come mezzo di trasporto e la principessa che, pur restando prigioniera per gran parte del film, non sta mai ferma ad aspettare passivamente e sfida il suo carceriere, tenta la fuga da sola, e nel momento decisivo rischia la vita gettandosi lei stessa contro il Conte. Clarisse non è ancora Nausicaä né Sheeta, ma somiglia a entrambe già abbastanza da sembrare una prova generale. Cagliostro è un film-cerniera, ancora legato all’artigianato televisivo da cui Miyazaki proveniva ma già carico, in nuce, di tutto quello che sarebbe diventato lo Studio Ghibli, fondato sei anni dopo (nel 1985) insieme a Isao Takahata e Toshio Suzuki.

Il restauro, poi, conta anche per un motivo meno sentimentale. Cagliostro è disegnato a mano, fotogramma per fotogramma, con sfondi dipinti che sulla tv a definizione standard perdevano gran parte della profondità con cui erano stati pensati. Il 4K, in teoria, dovrebbe limitarsi a restituire quello che decenni di piccolo schermo avevano tagliato via, grana della pellicola compresa: un lavoro di recupero più che di reinvenzione (anche se su questo specifico restauro c’è già chi discute se il trattamento digitale non abbia un po’ troppo levigato l’immagine).

Fujiko e Lupin. Foto: Eagle Pictures

Tornare a vederlo in sala, quasi mezzo secolo dopo, è l’occasione migliore che esista per capire dove comincia davvero Miyazaki, molto prima della valle del vento e del castello che vola, con una Fiat 500 gialla che si getta in un inseguimento che non le apparteneva. Esattamente come nessuno aveva chiesto a un animatore di serie tv, assunto in tutta fretta, di cambiare pelle a un ladro già visto mille volte. Lo fece lo stesso.