‘Digger’: la recensione del film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise | Rolling Stone Italia
there will be dibattito

‘Digger’ è il film che quest’anno vi farà inca**are di più

Capolavoro o bluff? Parte il dibattito. Alejandro González Iñárritu chiama Tom Cruise e non confeziona l’atteso filmone da Oscar, ma un’opera spiazzante, per molti irritante. Ma se stesse proprio qui il suo fascino? La recensione

‘Digger’ è il film che quest’anno vi farà inca**are di più

Tom Cruise in ‘Digger’ di Alejandro González Iñárritu

Foto: Warner Bros. Pictures

L’altra sera, finita la chiacchierata post-anteprima della Città dei vivi con Edoardo Gabbriellini e Valerio Mastandrea, un signore mi si avvicina – chissà perché a me e non al regista – e mi dice, sintetizzo: sono contento che sia venuta fuori quella domanda, mi ha chiarito il perché di alcune scelte fatte sul film. “Quella domanda” l’aveva fatta un ragazzo: chiedeva conto della mancanza, nel film, dell’omicidio, del processo, di tutto quello che c’è nel romanzo di Lagioia. Gabbriellini e Mastandrea hanno risposto quel che vanno dicendo da Venezia in poi, sintetizzo anche qui: il film è un altro sguardo (Lagioia lo chiama «il capitolo mancante») su una storia che, dalla cronaca al suo adattamento letterario (e podcast), è sempre rimasta fuori; qui l’intenzione era provare ad andare dentro le stanze di Luca Varani e della sua famiglia, cercando di fare luce là dove c’era solo buio. La città dei vivi ha già creato un piccolo dibattito al Lido e continuerà a farlo (esce il 1° ottobre): manca troppo del libro, dicono. A me sembra invece un bel film molto adulto che sfida un pubblico ultimamente sempre blandito perché possa trovare sullo schermo esattamente quello che si aspetta. No, da un autore ci si può – ci si deve? – aspettare anche altro.

Tutto questo con Digger non c’entra, ma c’entra. Digger (esce sempre il 1° ottobre: che fine settimana di dibattiti!) era atteso come il filmone che avrebbe polverizzato botteghini e premi, fino agli Oscar. C’è un autore, cioè Alejandro González Iñárritu, che di Oscar per la regia ne ha già vinti due (The Revenant e Birdman, quest’ultimo anche best picture); un attore (no: il divo più divo dell’ultima generazione di divi), cioè Tom Cruise, che di Oscar competitivi, cioè gareggiando in cinquina, non ne ha mai vinti (ne ha ricevuto “solo” uno alla carriera l’anno scorso); e uno sguardo sull’America di oggi – anche se della trama si sapeva, e si continua a sapere, pochissimo – che sembrava l’ingrediente finale per il delitto perfetto.

Invece, Digger è un’altra cosa. A un certo punto, viene scostata la tenda del mago di Oz (da prendersi praticamente alla lettera) e quello che (ri)comincia è un altro film. Non vi dirò quale. Vi basti sapere che, a un certo punto, su un muro compare il poster di Opening Night di John Cassavetes. Questa mossa sorprenderà chiunque guardi: chi si sente sufficientemente colto per credersi preso in giro; chi voleva solo uno spettacolone e si sente costretto a raccapezzarsi in un garbuglio inatteso. Mi fermo qui.

Tom Cruise in una scena del film. Foto: Warner Bros. Pictures

In un misto di Dottor Stranamore e Il petroliere, seguiamo la parabola di Digger Rockwell, un (fittizio) ultimo capitalista – di quelli di prima della rivoluzione tech, per capirci – che, in combutta con il Presidente degli Stati Uniti (un debordantissimo John Goodman), s’è messo a trivellare la Groenlandia. Finché un iceberg «grande sei volte Washington D.C.» si stacca puntando all’Europa, con rischio di tsunami di proporzioni mai viste. Crisi diplomatica e soprattutto umanitaria: che fare? Comincia una satira che mette in mezzo tutto e tutti (Trump, il patriarcato, la crisi delle risorse energetiche, il cambiamento climatico) e che sembra paradossale, finché… Mi fermo di nuovo.

La corsa agli Oscar sembra azzoppata in partenza: su Rotten Tomatoes il film debutta con il 52% di giudizi positivi, l’unica insufficienza mai registrata dal regista messicano. Le mixed reviews delle prime proiezioni si stanno facendo sempre più bad. Ma se stesse proprio qui il fascino di Digger?

Alejandro González Iñárritu è sempre stato un regista paraculo, e in fondo rimane tale. Ma sembra scrivere (insieme ad Alexander Dinelaris, Nicolás Giacobone e Sabina Berman: forse la sceneggiatura, iniziata dieci anni fa, è passata da troppe mani, e questo si sente) una storia che non vuole piacere a nessuno. Fa anzi quasi di tutto per non (com)piacere, al pari di un Tom Cruise (bravissimo) nascosto da chili di trucco prostetico, che non si mostra mai come Tom Cruise, o almeno il Tom Cruise a cui ci ha abituati negli ultimi anni: il divo coi capelli fonati e senza stuntman che si lancia, metaforicamente e non, verso la salvezza della sala cinematografica via blockbuster classici: un ultimo capitalista (del cinema) anche lui. Qui non si butta da nessun aereo ad alta quota, si arrampica giusto su una ringhiera, quasi a fare lo sberleffo di sé stesso e del suo mito.

DIGGER | Trailer Finale Ufficiale

È una sorta di autosabotaggio di coppia che nessuno probabilmente si aspettava (di certo non il pubblico largo, come si dice oggi), e che rende Digger uno degli oggetti di cinema più inclassificabili da molto tempo a questa parte. Alejandro González Iñárritu non girava un film da Bardo (2022), altro oggetto strambo, certamente imperfetto, di cui però restano lampi indimenticabili: il bambino che, appena nato, vuole tornare nella pancia della mamma perché il mondo fa schifo è uno degli incipit più folgoranti degli ultimi anni. In Digger il mondo fa ancora più schifo, e il film si adegua a questo racconto farsescamente (o forse no?) apocalittico.

Di Digger non si può raccontare praticamente nulla, ma solo prevedere le reazioni del pubblico (la domanda degli analisti ora è soltanto una: riuscirà a recuperare i 125 milioni di dollari di budget?): sgomento, presa in giro, incomprensione, accusa di supercazzola. Ma anche meraviglia (la fotografia del solito Emmanuel Lubezki, le scene di Dennis Gassner e Richard L. Johnson, caratteristi in gran forma come Riz Ahmed e Jesse Plemons), e un finale parimenti folgorante, e tristissimo. Litigherete moltissimo, durante e dopo Digger. Ma forse vi sentirete, più che presi in giro, sfidati come se foste (finalmente!) degli spettatori adulti, cosa che capita sempre più di rado.

Il signore che è venuto a parlarmi dopo La città dei vivi forse sarà contento anche qui: la spiegazione delle scelte pazze di questo pazzo film gliela dà, dopotutto, lo stesso Alejandro González Iñárritu, e direttamente dallo schermo. A un certo punto, si sente dire che in fondo «volevamo solo intrattenervi». E, nel cinema confuso e bambinizzato di oggi, è giusto che l’intrattenimento faccia anche stare scomodi.