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Di Ezio Bosso resta tutto

Il documentario ‘Le cose che restano’, presentato a Venezia 78, è un ricordo tenero e potente di una figura umana e artistica unica. Nel segno della sua gioiosa energia

Foto: press

«Ezio era pura musica… Era “La Musica” dentro a un corpo… Era Dioniso!». Bosso viene efficacemente definito così dall’amico attore, regista teatrale e collaboratore Valter Malosti. «Una volta abbiamo realizzato un lavoro insieme a teatro, si trattava di un mio testo che prevedeva due soli attori in scena, uno ero io, l’altro Ezio. Io ero il narratore, lui una presenza non solo musicale e si mangiava sempre, sempre la scena (sorride, nda)…».

Ezio Bosso – Le cose che restano di Giorgio Verdelli (nelle sale distribuito da Nexo Digital il 4, 5 e 6 ottobre) è un ritratto cine-musicale potente, sentito, mai didascalico e al contempo molto pudico (nel racconto della malattia) sulla vita, l’arte, l’estrema umanità di Bosso. Tra le parole di amici, colleghi musicisti e conoscenti, ma anche dalle interviste al protagonista stesso prima della sua scomparsa lo scorso anno, emerge in filigrana la personalità incontenibile, rock’n’roll, al contempo poco e molto terrena dell’artista.

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Prima e dopo la malattia, che ne ha consumato il corpo, non certo lo spirito ribelle, imprevedibile e destabilizzante, non ha mai smesso di comporre, dirigere, dare concerti, suonare il contrabbasso o il pianoforte. Un pianoforte, in seguito, adattato alle nuove esigenze del suo corpo: nonostante la fatica e il dolore alle braccia, donava sempre tutto se stesso, anche in concerto e suonava il piano praticamente stando in piedi. «Vi spiace se, anziché il teatrino di andare avanti e indietro fuori dal palco, facciamo subito i bis? Risparmiamo tempo!», scherza il musicista, prima degli encore, alla fine di un concerto, con il suo ben noto senso dell’umorismo.

Verdelli, regista del film e già di Paolo Conte – Via con me, riesce a ripercorrere efficacemente la carriera di un musicista sempre eclettico. Dagli esordi con la band torinese degli Statuto fino alla carriera come pianista, contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra (reinventò spartiti di musica classica, trovando un tempo e un respiro inimmaginabili come per esempio una lentissima e poetica versione della Sonata al chiaro di luna di Beethoven). E ancora: le musiche per il cinema di Gabriele Salvatores (Io non ho paura, Quo vadis, Baby? e Il ragazzo invisibile). La partecipazione a Sanremo, già malato, fu un lampo “rock” in una serata (tele)ingessata. Ascoltiamo anche un pezzo inedito, lo struggente Things That Remain, che dà il sottotitolo (italiano) al film.

Bosso riusciva a comunicare ed empatizzare con chiunque: «In ogni città portava il suo mondo, diventando subito amico di tutti», osserva la sua fidanzata. Il documentario mette bene a fuoco anche questo aspetto della personalità dell’artista intervistando le persone più diverse. Da Salvatores e Silvio Orlando (furono grandi amici e hanno anche realizzato alcune performance insieme) a Carlo Conti, da Paolo Fresu ad Alessio Bertallot.

Il grande Fresu ricorda: «Ci è capitato di suonare insieme a Bologna in una situazione non concordata. Ci siamo trovati subito, eravamo i due jazzisti, i due improvvisatori, quelli fuori schema… All’epoca lui suonava il contrabbasso ed era davvero una forza, era bravissimo, un virtuoso dello strumento… Quando lo vidi suonare in tv al Festival di Sanremo mi trovavo in una pizzeria con degli amici. Ricordo ancora la tovaglia di quella pizzeria, era quella classica da pizzeria, bianca a righe rosse. Quando Ezio finì di suonare la nostra tovaglia bianca e rossa era fradicia di lacrime per la commozione».

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