Date subito un altro Oscar a Julianne Moore | Rolling Stone Italia
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Date subito un altro Oscar a Julianne Moore

In ‘The Debut – La grande occasione’ di Jesse Eisenberg, l’attrice premio alla carriera alla Festa di Roma 2026 sembra ripercorrere tutti i suoi personaggi cult. E anche solo per questo meriterebbe un (secondo) award

Date subito un altro Oscar a Julianne Moore

Julianne Moore in ‘The Debut – La grande occasione’ di Jesse Eisenberg

Foto: A24/I Wonder Pictures

Il vero ruolo per cui quest’anno Julianne Moore dovrebbe vincere il secondo Oscar l’avete visto (spero). Nel video di AD dal suo nuovo appartamento di New York, recita la parte della interior designer come nessuna. Mostra la panchetta di Massimiliano Locatelli, la tela di Louise Bourgeois, ma pure il mobiletto della cucina di cui è «really proud of, because it’s Ikea». Solo per un momento la telecamera indugia sul vero Oscar piazzato tra i volumi d’arte a mo’ di fermalibro, e allora ti ricordi che, anche nella modalità real-life-person, Moore è così brava da farci pensare che quello sia un altro dei suoi personaggi.

Quell’Oscar in libreria Julianne Moore l’aveva vinto, nel 2015, per un film in cui al solito eccelleva, ma che la rappresenta fino a un certo punto. Still Alice era il classico award vehicle feat. malattia neurodegenerativa che sembrava riscattare (ricattando) tutte le nomination andate a vuoto, e pure quelle non ricevute (il mio scandalo personale: Maps to the Stars di David Cronenberg). Julianne Moore apparteneva, e appartiene ancora, a un altro cinema, non a quella specie di film dossier pur ben confezionato che sembrava fatto appunto per vincere premi.

The Debut – La grande occasione (nelle sale dal 1° gennaio 2027 con I Wonder Pictures) è un film ruffiano, talvolta cheesy, anche questo fatto contando furbamente sul talento della sua attrice principale. Ma Jesse Eisenberg è un regista, oltre che attore, troppo serio per cascare nella trappola. Con Moore aveva già girato il suo delizioso esordio Quando avrai finito di salvare il mondo (2022), poi ha diretto A Real Pain (2024), che altri premi avrebbe portato (soprattutto alla sua spalla Kieran Culkin, pure Oscar). Questa terza prova è un’ode al teatro di provincia, ma anche, inevitabilmente, alla sua attrice.

Presentato in anteprima italiana alla Festa del Cinema di Roma, dove Moore ha ricevuto il premio alla carriera dopo Javier Bardem, è la storia di Mona Friedman, casalinga Upstate NY con un marito che non la vede, due figli ormai grandi, e finalmente il tempo di occuparsi di sé, anche se l’autostima arriverà (forse) dopo. Si presenta al provino per un musical (una specie di Rent, ma decisamente più smielato) e, causa defezione della professionista ingaggiata (la veterana di Broadway – e di Mozart in the Jungle – Bernadette Peters), si ritrova nel cast e finisce per credere un po’ troppo nel Metodo.

È ovvio che è solo un pretesto, così come è un pretesto tutto il resto. È troppo stilizzato quel matrimonio, quella suburban life, quella parabola di (ri)scoperta di sé via palcoscenico, quel rapporto con il regista dello spettacolo (grandioso pure Paul Giamatti) romanticamente affezionato a un mondo che probabilmente non esiste più. Ma è stilizzato come lo sono i musical, o le commedie da filodrammatica di paese. Soprattutto, questo è per Moore il vehicle non tanto per vincere un altro Oscar (anche se già adesso i bookmaker la danno per favorita), ma per stilizzare, in un film solo, una carriera intera.

Nella sua Mona ci sono le sue casalinghe più o meno disperate di Todd Haynes, da Safe a Lontano dal paradiso, ma anche Altman (il sottovalutatissimo La fortuna di Cookie), e i Coen, e Paul Thomas Anderson. È come se Mona, che deve imparare ad essere un’attrice, diventasse tutte le Julianne Moore che conosciamo, e che anche lei conosce. Tutte le attrici, tutte le donne. «Non è mai troppo tardi e non è mai troppo presto per cambiare direzione», ha detto Moore a Roma. In realtà lei la direzione non l’ha cambiata mai, è rimasta la stessa facendoci credere di essere sempre un’altra: moglie, mamma, dolce, pazza, drogata, malata, interior designer. Datele un secondo Oscar da mettere sul mobiletto Ikea. Lo merita lei, ma lo meritiamo ancora di più noi spettatori.