Darren Aronofsky: sì o no? | Rolling Stone Italia

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Darren Aronofsky: sì o no?

Il regista americano ha presentato a Venezia 79 il suo ultimo film, ‘The Whale’, con protagonista un Brendan Fraser in odore di premi. Tutto come da copione, pure troppo, al punto che è impossibile non accorgersi di un calcolo preciso dietro ogni scelta

Darren Aronofsky e Brendan Fraser sul red carpet di Venezia 79

Foto: Gianluca Minchillo

O lo ami o lo odi, non ce n’è: i fan e i detrattori di Darren Aronofsky non conoscono mezze misure dai tempi di Requiem for a Dream, e da allora non si danno pace. Di certo sia che ci si riconosca tra i primi, sia che ci si situi tra i secondi, è impossibile non parlare di lui. Il regista americano, Leone d’oro a Venezia nel 2008 con The Wrestler, torna al Lido dopo il flop e i fischi di madre! (correva l’anno 2017) con The Whale, tratto dall’omonima pièce teatrale di Samuel D. Hunter, che firma anche la sceneggiatura. La trama, in sintesi: Charlie (Brendan Fraser) è un solitario professore di inglese affetto da una grave forma di obesità̀ che cerca di riallacciare i rapporti con la figlia adolescente (Sadie Sink), con la quale aveva perso i contatti, per concedersi un’ultima possibilità di redenzione. Claustrofobico, tragicissimo all’ennesima potenza, a tratti quasi osceno: The Whale è un’aranofskata che non si vergogna affatto di esserlo, anzi. E ci pone di fronte al solito, irrisolto interrogativo-barra-conflitto interiore: il cinema di Darren Aronofsky è sincero o è tutto un’enorme posa?

Perché sì

Perché come sa tirare fuori lui la drammaticità e la profondissima inquietudine dei suoi protagonisti, pochi altri: basti pensare a Sean Gullette (π – Il teorema del delirio); Jared Leto, Jennifer Connelly ed Ellen Burstyn (Requiem for a Dream); Mickey Rourke (The Wrestler); Natalie Portman (Il cigno nero); lo stesso Brendan Fraser in The Whale. Tutti personaggi spinti al limite, che vanno a braccetto con la morte o quantomeno con un’idea di morte è che è davvero difficile dimenticare. Per interpretare Charlie in The Whale, un uomo di oltre 270 che ha abbandonato ogni speranza di un futuro non tanto migliore quanto decente, Fraser ha dovuto «imparare a muovermi in un modo nuovo, sviluppando muscoli che non sapevo di avere e sentendo vertigini a fine giornata quando gli elementi prostetici venivano rimossi». La performance dell’attore statunitense è tra le più commoventi viste finora a Venezia 79, e c’è chi già giura che sbancherà pure ai Golden Globe, agli Oscar e compagnia prmiante. Certo, oltre alla capacità di dirigere i suoi attori c’è pure la cifra stilistica di Aronofsky, quello stile metaforico e visionario che ha raggiunto nel Cigno nero il suo apice assoluto, nonché una passione innegabile per i finali a effetto, che però a volte sbrodolano in una retorica un po’ facilona… Ok, come non detto, stiamo scivolando verso il perché no.

Brendan Fraser è Charlie in ‘The Whale’; Foto: Wonder Pictures

Perché no

Perché va bene tutto, va bene la depravazione, va bene l’assenza di valori, va bene il Deserto del Gobi dei sentimenti in cui ci troviamo, va bene l’America dei poveracci, va bene la white trash, va bene la droga, va bene l’obesità, ma ci dev’essere un freno a questo carico da novanta di miserie fisiche e morali. Darren Aronofsky è uno scaltro, un po’ scimmiotta Todd Solondz ma gli manca la vena cinica e grottesca (quella di  Happiness – Felicità, per intenderci), e la morale è che non c’è nessuna morale, se non sofferenza e devastazione. Un trucchetto che fa presa, certamente, ma che ogni tanto pare un modo per irretire il pubblico in maniera piuttosto furba. Se elimini dall’equazione la possibilità di rinascita o di riscatto, ciò che ti rimane è uno slalom gigante tra gli strazi umani, conscio di avere dalla tua degli interpreti in grado di dare un volto alle mille sfumature del tormento. E così il Robin Ramzinski (Mickey Rourke) di The Wrestler tende ad assomigliare in maniera spaventosa al Charlie The Whale, con l’aggravante che il secondo arriva proprio nel momento giusto, nel momento in cui il tema del corpo e dell’accettazione di ciò che viene definito “non conforme” è al centro del dibattito pubblico. Un caso, o forse dietro c’è l’intenzione di Aronofsky di ricattarci con una fiera del dolore di un’ora e quaranta, salvo poi concederci tre minuti di contentino con un finale che più retorico non si può? Probabilmente, più che «Darren Aronofsky: sì o no?», occorrerebbe domandarsi se Darren Aronofsky ci è o ci fa: nel caso di The Whale, con tutta probabilità propenderemmo più per la seconda.