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Dal libro al film: Virginia Woolf, ritratto di signora

Nicole Kidman l’ha interpretata in ‘The Hours’, vincendo (meritatamente) l’Oscar. Ma un solo film ha saputo davvero onorare l’opera della scrittrice inglese: ‘Orlando’ di Sally Potter

Nicole Kidman è Virginia Woolf in ‘The Hours’ di Stephen Daldry

Foto: Paramount Pictures

Virginia sposò Leonard Woolf facendone il marito più infelice del Regno Unito. Ebbe una relazione, intensa, con Vita Sackville-West, scrittrice lesbica che dichiarava di saper sedurre ogni uomo e ogni donna. Vittima di un esaurimento devastante, Virginia scrisse un’ultima lettera al marito: “Carissimo, sento proprio che sto per impazzire di nuovo. E questa volta non guarirò. Così mi sono decisa a fare ciò che sembra la cosa migliore. Tu mi hai dato la più grande possibile felicità… Non ce la faccio più a lottare. So che adesso sto rovinando la tua vita e che senza di me riusciresti a lavorare… Voglio dirti, tutti lo sanno, che se qualcuno avesse potuto salvarmi, saresti stato tu. Tutto se n’è andato da me tranne la certezza della tua bontà. Io non posso proprio continuare a rovinarti la vita”.

Siamo alla fine degli anni Venti, la coppia viveva in una villetta del Sussex. Virginia uscì di casa, camminò verso il fiume Ouse, si mise in tasca dei sassi, entrò nell’acqua e si lasciò annegare. La fase finale della vita di Virginia viene raccontata nel film The Hours di Stephen Daldry, del 2004. La Woolf è interpretata da Nicole Kidman, letteralmente deturpata per assomigliare al modello originale. Come spesso accade ai troppo belli, la Kidman si compiacque di abbruttirsi, ci mise passione, voleva valere per talento, non per bellezza. E fu premiata, come meglio non avrebbe potuto, con l’Oscar come attrice protagonista.

Due titoli fondamentali dell’opera della Woolf sono Mrs. Dalloway e Gita al faro. Sono stati “filmati”, ma nel primo il cinema si è permesso troppe licenze. E di Gita esiste una produzione televisiva molto lontana dalla qualità del libro. Il discorso è diverso per Orlando. Il film lo ha rispettato e onorato. E fa parte della mia personale gerarchia del cuore, tanto che l’ho inserito nel mio libro I cento film della nostra vita. Merita uno spazio adeguato. Dunque produco la mia recensione integrale.

Orlando. Regia di Sally Potter. Con Lothaire Bluteau, Tilda Swinton, Billy Zane. Vediamo Orlando nel 1600, giovane bellissimo e glabro che suscita l’interesse della regina d’Inghilterra, che gli lascia in eredità un titolo. Poco dopo Orlando si innamora di una bella, giovane e nobile russa, ma non è ricambiato. Diventa ambasciatore in Oriente. Passano i decenni e i secoli, e una mattina, dopo grande sofferenza e spossatezza, si sveglia donna. Si innamora di un bellissimo giovane romantico che le fa scoprire il sesso (quello maschile). Continua a passare il tempo ed eccoci ai giorni nostri. Orlando è stata privata dei suoi beni e delle sue eredità regali (perché non è identificabile come essere umano, non è uomo, non è donna, non è sposato o sposata). Ha un bambino e deve affrontare la vita da sola. Nell’ultima scena Orlando, che riposa sotto le fronde di un albero, chiama il figlio e gli dice di guardare il cielo. E dall’alto scende una sorta di angelo, naturalmente senza sesso, che canta la morale finale del film: non c’è differenza fra le cose, fra la vita e la morte, fra il tempo e il non tempo, fra i sessi.

Un film importante, che prende spunto da un romanzo di Virginia Woolf. Le problematiche della scrittrice non sottintendono verità e messaggi universali, sono manifestazioni dolorose di impotenza, di ambiguità generali dal sesso al pensiero, e di sensazioni di inutilità di tutto, perché nulla ha un’origine autentica e un autentico destino. Sostanzialmente non è cosa che riguardi molti. Ma Sally Potter costruisce intorno al dolore creativo e letterario un film ricco e colto, con una ricercatezza addirittura morbosa in alcune situazioni e con soluzioni impreviste e improvvise, che spesso danno la sensazione di qualcosa di nuovo nel cinema, dove tutto sembra essere già stato esplorato. La scena della festa sul ghiaccio, delle grandi stanze del castello abbandonate, del rapporto di Orlando coi fiori, i boschi e i fiumi, sono pressoché “inedite”. Il testo della Woolf è “ottimizzato” e il cinema porta il suo contributo nelle “sue” zone. La letteratura per l’introspezione e la fatica attiva della comunicazione, il cinema per l’occhio, lo stupore e il trasalimento. (Fantastico; 92′; Gran Bretagna; 1992.)