Coyote vs. Acme (nelle sale italiane dal 2 settembre con Lucky Red) ha tutto per sbancare i botteghini di mezzo mondo. Sopra ogni altra cosa, riportare in auge lui, Willy il Coyote, il più famoso, amato, leggendario e sfigato personaggio del mondo dei Looney Tunes. A cinque anni dalla mediocrità di Space Jam: New Legends, la Warner Bros. sfodera una perla, un mix di comicità e irriverenza che sa parlarci del nostro mondo, del pericolo rappresentato dal capitalismo e dalla mancanza di libertà per l’individuo.
Un Coyote, un avvocato e un processo molto particolare
Coyote vs. Acme prende ispirazione da un articolo del 1990 firmato da Ian Frazier per il New Yorker, in cui si parodiava proprio la mancanza di efficienza da parte dell’ACME di fornire a Willy il Coyote equipaggiamenti consoni. La fittizia multinazionale ha infatti sempre firmato (per così dire) tutte le armi, invenzioni ed equipaggiamenti con cui lo sfigatissimo predatore ha cercato per decenni di mettere le mani su Beep Beep. Fu un momento di giornalismo divertente ed acuto, da cui James Gunn, Jeremy Slater e Samy Burch sono partiti per guidarci in un film che parte con un’insolita atmosfera thriller, facendoci capire che c’è qualcosa che non va nell’ACME, qualcosa di segreto e sordido. Poi però eccoci tornati nel deserto, ad assistere all’ennesimo fallimento di Willy.

L’avvocato Kevin Avery (Will Forte) con Willy il Coyote. Foto: Lucky Red
Stavolta però il Coyote per antonomasia si convince che c’è qualcosa che non va, che non può essere una coincidenza. Si reca quindi presso lo studio legale dell’avvocato Kevin Avery (Will Forte), deciso a far valere le sue ragioni. Peccato solo che Avery sia un fannullone privo di spina dorsale, uno bravo a mediare e incassare patteggiamenti, mosso solo da una vanagloria testimoniata da giganteschi cartelloni pubblicitari sparsi per tutta L.A. Contro i due hanno nientemeno che lui, Buddy Crane (John Cena), l’efficiente, glamour e spietato avvocato della ACME, che farà tutto ciò che è legale (e anche ciò che non lo è) per nascondere il terribile segreto dietro l’inefficienza consolidata di ogni aggeggio della ACME.
Una coppia che non smette di appassionarci
Coyote vs. Acme è un film a tecnica mista, qualcosa che si vede sempre meno al giorno d’oggi. Può apparire vintage ed anzi sicuramente lo è, ma ciò che lo rende vincente è non solo il solito umorismo demenziale, eccessivo e caricaturale simbolo dei Looney Tunes, ma la modernità dei temi trattati. Willy il Coyote e Beep Beep ci fanno compagnia dal 1949, quando apparvero per la prima volta in un corto, e la loro creazione, firmata da Chuck Jones e Michael Maltese, si sarebbe rivelata una delle più indovinate della storia dell’animazione. Risulta, a ottant’anni o quasi dalla loro nascita, la dimostrazione che in fondo amiamo la ripetizione, amiamo le stesse cose, semplicemente declinate in modo diverso.

Willy il Coyote e Beep Beep. Foto: Lucky Red
Come ogni creazione dei Looney Tunes, e come ogni avventura legata a questi due personaggi in particolare, Coyote vs. Acme è un grande, grandissimo omaggio alla comicità dei tempi del cinema muto, di Charlie Chaplin e Buster Keaton, alla sospensione della realtà e dell’incredulità come prassi, all’anarchia che stravolge leggi fisiche e scientifiche. Il finale è sempre stato lo stesso in ogni corto animato, ma qui tale regolarità ci viene mostrata sotto una luce che, alla fin fine, è oscura. La ACME si conferma, com’è sempre stato nella storia narrativa dei Looney Tunes, il volto spietato, dittatoriale ed eversivo del capitalismo, quello che se ne frega delle conseguenze che possono investire i consumatori.
Un cattivo o un antieroe tragico?
Willy il Coyote lo abbiamo sempre trattato da sfigato perdente. È, invece, il primo a rendersi conto che no, le sue idee (almeno alcune) erano geniali, ma è l’equipaggiamento della ACME il problema. Anche per questo in lui vediamo il riflesso del nostro presente, del nostro essere schiacciati da un sistema che ci vuole sottomessi, un gioco coi dadi truccati dove il banco deve sempre e solo vincere. Non è un caso che sia un cattivo a rappresentare tutto questo. Il filosofo e saggista Fernando Savater scrisse una volta che “un racconto senza cattivi è come un hamburger senza patatine fritte”. Era vero.

Willy il Coyote in una scena del film. Foto: Lucky Red
I cattivi, compresi quelli simpatici, goffi e perdenti dei Looney Tunes, sono da sempre la porta verso qualcosa di unico: la verità. Se pensiamo ad ogni cattivo leggendario, dal Joker a Voldemort, da Hannibal Lecter a Darth Vader, dal Professor Moriarty a Dracula (l’elenco è pressoché infinito), ci accorgiamo di una verità innegabile: ne siamo attratti in modo irresistibile. Willy il Coyote, alla fine, forse è sempre stato più un antieroe tragico, ma come altri villain anche lui è diventato un simbolo dei diversi dalla norma, dalla morale, dalle regole della società, di coloro i quali navigano fuori dalle righe cercandovi qualcosa di diverso.
Una metafora dell’incubo capitalistico
I villain ci hanno sempre messo di fronte agli aspetti più vulnerabili e spesso ipocriti della società, ci hanno parlato della forzata omologazione che essa crea spacciandola per morale. I cattivi sono simbolo di libertà, quella eccessiva ovviamente, quella che travalica il giusto e i limiti che servono a non prevaricare gli altri, ma nella loro mancanza di ragione, anche nella loro follia volendo, c’è sempre stata una profonda voce di verità. Willy il Coyote altro non è che Sisifo, astutissimo, calcolatore, opportunista personaggio greco condannato dagli dèi a spingere un masso che sul più bello ripiomba a valle. La fatica inutile, insomma.
Non è un caso che il nome ritorni proprio in Coyote vs. Acme (ok, niente spoiler promesso), creando una meravigliosa dicotomia. Da una parte l’eterna pena del cattivo che deve sempre perdere, è nella sua natura, anzi ancora di più nella sua funzione perdere, per insegnarci a conformarci. Dall’altra, però, Willy il Coyote oggi siamo noi, costretti a lavorare come matti per stipendi da fame, con l’eterna promessa di una serenità che non arriva mai perché ogni volta che si avvicina, ecco che (tu guarda che coincidenza) arriva una crisi economica, un’invenzione tecnologica, un conflitto o una qualsiasi ragione per cui le varie ACME del mondo ci dicono che no, neanche stavolta, riprovate la prossima. Perciò questo è un film che ci riconcilia sia con il concetto di fallimento, sia con l’idea che sia sempre colpa nostra. Non lo è, non se le regole del gioco sono truccate. Alla fine, forse, a Willy non è mai veramente interessato catturare Beep Beep: lo avesse fatto, sarebbe stato l’inizio della fine per lui. E per noi.










