Cortometraggi Milano Film Fest 2026 quali vedere | Rolling Stone Italia
ristretto, per favore

Cortometraggi, insegnateci a guardare

I "corti" non sono esercizi di stile, preamboli a film più lunghi, ma noci strettissime di significato dove tutto un mondo, nel giro di pochi minuti, può cambiare. Ce lo mostrano bene quelli in concorso al Milano Film Fest

Milano Film Fest

Un momento di Milano Film Fest 2026

Foto: Marina Dego

C’è un’inquadratura, in Der Badeanzug, cortometraggio dell’austriaca Amina Rosa Krami selezionato dal programma (e dal concorso) del ri-nato Milano Film Fest, che dice tutto. Sul cinema, sulla sua misura “breve”, sulle loro potenzialità trasformative.

Siamo in un’estate contemporanea: quattro bambini giocano in una piscinetta gonfiabile. Fanno finta di fumare le sigarette delle madri che sorvegliano, si impartiscono scherzose penitenze, lanciano una palla. Tre di loro sono maschi, una è una femmina. La differenza però, a quell’età, quasi non esiste. Quasi non ha senso separare in questo e quello ciò che cresce insieme. Stessi costumi, stessi sguardi furbi, stessi nomi per indicare il mondo.

Poi, però, lo strappo: la madre della bambina la richiama in casa. Sta diventando grande, deve cominciare a vestirsi in modo diverso. Ecco, le compare addosso un costumino intero sportivo di un bell’arancione. È il suo colore preferito, sia detto. La bambina torna alla piscina, ma non è più la stessa. Entra per pochi secondi nella vasca con i compagni di sempre: il gesto più naturale del mondo risulta perverso, pericoloso, sbagliato. Lei è una femmina; loro sono maschi. Vedendola nei nuovi vestiti, anche loro lo capiscono, non offrono rimostranze. La protagonista esce, si mette a lato e guarda. Il campo è larghissimo: lei, loro. La mela proibita è stata staccata dall’albero, e ha creato una voragine. Ora anche il compagno di giochi più grandi può diventare uomo. Si metterà di fianco a lei, imbarazzato. Le sorriderà timidamente, manifestandole un precoce, ma presente, interesse affettivo.

The Swimsuit | Trailer (2025)

Un lampo, lo schiocco di una palpebra che si abbassa e si alza, pulsante otturatore. Il mondo è nuovo e chi ce l’ha, le coordinate per muoversi? Questo il cinema e tutte le narrazioni dalla notte dei tempi ci hanno portato, e spiegato. In un secondo tutto cambia, urlano le canzoni e le magliette che a loro rendono omaggio. Se però la frase regge solitamente nella bella poesia, nelle iperboli graziose, nei film “corti” è un altro paio di maniche. Incontreremo una condensazione: nucleo pronto a esplodere, e a rivelare materia imprevista. Fa male, molto spesso, guardare i cortometraggi, e il motivo è quello: il cuore non è posto da ricevere così tante schegge, tutte in una volta. Conviene prepararsi.

Di questa qualità corta sono ben (e begli) esempi i cortometraggi selezionati per questo Milano Film Fest. Venti titoli più due (nella sezione Controcampo), voci internazionali e storie parimenti. Ma ben concentrate a mostrare questo tipping point, come dicono quelli che ne sanno: il momento puntuale in cui la configurazione cambia assetto, e tocca ricostituirsi pure a noialtri, di qua e di là dallo schermo.

Dall’Italia troviamo una storia gatti e di volpi che, nel tentativo di ingannare un moderno Pinocchio, finiscono per dimostrare ancora una volta che l’ingordigia è il peccato dei deboli (Un’occasione d’oro di Federico Russotto); un Giallo limone (di Olga Sergenti) che unisce l’indagine documentaria e famigliare al racconto di un tempo che svicola dalle mani, e non c’è più; ma anche, per esempio, I Love You, Dario di Federico Fasulo, thriller “digitale” che usa lo stratagemma dei filmati di sorveglianza come parallelo dei ricordi che decidiamo di tenere o cancellare, di volta in volta; e poi Volturno di Manuel Marini, e Yukiko torna a casa di Michele Granata.

Le storie di vita reale sono quelle che più hanno la capacità di alzare il volume di questa cassa di risonanza: A Sisyphean Task dal Regno Unito (di Gus Flind-Henry e George Malcher, e con Hugh Bonneville!), disillusione di un insegnante di scuola pubblica alle prese con le difficoltà del sistema; Faux bijou di Jessy Moussallem (Francia, Libano), tra doppi colpi di scena e i dissidi interiori di una giovane donna che vorrebbe raggiungere il mondo occidentale, e il prezzo da pagare per farlo. Pankaja di Anooya Swamy, dall’India, segue invece una donna coraggiosa e ostinata alla ricerca del marito scomparso; il viaggio la metterà di fronte a una dura realtà: quella su un uomo di cui non sapeva nulla e che credeva di conoscere.

Non mancano le distopie, su tutte quella presentata in Acid City (Jack Wedge, Will Freudenheim, Stati Uniti), dove un futuro senza acqua potabile e zeppo di agenti nocivi mette a dura prova gli esseri umani ed estremizza le forme del vivere collettivo. Mentre Concrete Kids (Saulius Baradinskas, Lituania) introduce, in un mondo para-surreale di guerre tra bande che lottano a colpi di danza, bambini post-sovietici armati di pistola e madri che promettono di portare i figli in America con sé, senza poi agire.

Sono un bel vedere, questi cortometraggi, per quanto crudamente difficili, a tratti. Le storie però accadono, ed è inutile cercare di contrastarle. Anzi: confrontarsi con esse in questa misura-mini, controllata, è un’ottima scuola per imparare a guardare. Per sapere individuare meglio il succo della questione. E affidarsi fino in fondo, rinnovando il tacito patto della nostra presenza culturale con la settima arte e il suo inganno.

Quindi non chiamateli, per favore, esercizi di stile. E se non foste familiari con questa “misura” di narrazione, le storie densissime e senza scampo di questo festival saranno un ottimo punto di partenza. Accomodatevi in sala, e lasciatevi andare.