Un cinghiale gigantesco, corrotto dalla maledizione degli uomini, crolla avvertendo: “Miserabili luridi umani, proverete il mio stesso odio e soffrirete i miei stessi tormenti”. E, attenzione, non è la minaccia di un antagonista, non ci sono veri e propri villain qui, semmai è più una profezia: quella del pianeta che si rompe, della natura che non ne può più e lo dice chiaramente, solo che nessuno ascolta. Era il 1997, e Principessa Mononoke è stato il film con cui il pubblico occidentale ha davvero scoperto Miyazaki, dopo la gentilezza un po’ ingenua di Totoro, la fiducia nel mondo di Kiki e pure il disincanto malinconico di Porco Rosso. In patria era già il film più visto di sempre, almeno finché non arrivò Titanic a rovinare la festa. È questo capolavoro che ha cambiato la percezione dell’animazione giapponese everywhere, e l’ha fatto nel modo più scomodo possibile. Eppure è anche il Miyazaki più puro che ci sia: una favola ecologica pacifista con una splendida eroina guerriera, in cui la poesia fa da contraltare alla violenza. Una storia sbalorditiva nella sua complessità morale, dove ci sono solo personalità forti le cui buone intenzioni sono sempre inevitabilmente in contrasto.
Ecco, la più fiera e feroce delle principesse (con buona pace delle Disney’s girls) torna al cinema dal 4 al 10 giugno con Lucky Red, primo classico di Miyazaki ad essere portato al cinema da noi in versione restaurata 4K (e con un nuovo doppiaggio, ci arriviamo). E quando succede qualcosa di così bello, al cinema non bisogna andare: bisogna correre.
E le ragioni per correre, stavolta, sono almeno due. La prima è Joe Hisaishi, che per questo film ha scritto una delle sue partiture più ambiziose, quella che più di tutte ha bisogno di uno spazio grande e di un impianto sonoro vero per restituire tutto. La seconda è il restauro 4K, che rende visibili i dettagli dell’animazione a mano degli anni Novanta, quel disegno che il digitale ha imparato a imitare ma non a rifare. Per fortuna.

Foto: Lucky Red
Bignamino per i digiuni, che a ‘sto punto in sala dovranno correre più veloce degli altri: c’è un principe, Ashitaka, che appartiene ai resti di una tribù in estinzione, gli Emishi, e che abbatte il cinghiale “impazzito” perché stava per attaccare il suo villaggio. Viene però colpito dalla stessa maledizione che piano piano lo consumerà dall’interno. Per cercare una cura, o almeno una risposta, si dirige a ovest, dove invece trova la Città del Ferro e una guerra che va avanti da prima che nascesse. Da una parte c’è Lady Eboshi che produce acciaio, combatte gli dèi della foresta abbattendo gli alberi e tiene così in piedi un’intera comunità. Dall’alto, tra gli alberi, c’è San, “la principessa degli spettri” del titolo, cresciuta dalla dea lupo, umana di nascita ma brutale come qualsiasi altra creatura del bosco, che gli umani li odia con tutta sé stessa. “Non c’è modo per la foresta e gli umani di vivere senza combattere?”, chiede Ashitaka. Brace yourselves, il “Cervo Divino” is coming.
Già, perché il famigerato “Dio Bestia”, il nome con cui Gualtiero Cannarsi, nel ridoppiaggio del 2014, aveva ribattezzato il “Dio della Foresta”, e che nel tempo era diventato celebre anche per la sua (ehm) asperità sonora, per quella (doppio ehm) durezza quasi blasfema che in italiano strideva e faceva sorridere insieme, è stato sostituito dal più elegante e solenne “Cervo Divino”. A firmare questa terza edizione sono i dialoghi di Roberta Bonuglia e la direzione di Alessandro Rossi, su traduzione di Francesco Nicodemo, squadra nuova di zecca. Ed è la fine di un’era. O meglio: il ritorno (di sensibilità) a prima di quell’era, perché “Dio Bestia” non era affatto la dicitura originale, ma un’invenzione calata sul film a quattordici anni dalla prima uscita italiana. Cannarsi, figura polarizzante del doppiaggio italiano dei Ghibli, ha segnato per anni il modo in cui abbiamo sentito parlare Miyazaki: difeso da chi ne apprezzava la fedeltà ostinata all’originale, sbeffeggiato da chi quelle frasi contorte non riusciva a mandar giù. La teoria era persino nobile – non addomesticare il giapponese, tenere le distanze – ma la pratica, spesso, era un italiano che non ha mai parlato nessuno. Le battute virgolettate in questo pezzo, cinghiale compreso, sono ancora le sue: il restauro 2026 se le lascia (finalmente) alle spalle. E il nome conta, anche quando la cosa che prova a nominare sfugge a ogni tentativo di definirla. Il Cervo Divino non è né buono né cattivo, non ha interesse per le categorie umane. Di giorno cammina sull’acqua con quegli occhi vuoti, fa germogliare piante, restituisce e toglie vita senza distinzione. C’è un momento in cui un personaggio lo vede far germogliare fiori e pensa subito a come sfruttarlo. Perché il nodo, come sempre in Miyazaki, sono gli umani.

Foto: Lucky Red
E torniamo alla guerra, ché è quella il punto. Lady Eboshi è il personaggio che ancora oggi manda in crisi chi vede il film per la prima volta, e giustamente. Libera le donne dai bordelli, cura i lebbrosi, paga i suoi lavoratori meglio di qualsiasi feudatario del periodo, è coraggiosa, visionaria, tiene la scena ogni volta che compare. Ha anche un punto cieco grande quanto una foresta secolare, e non se ne accorge, o forse se ne accorge e va avanti lo stesso. Miyazaki la fa parlare, le fa avere ragione su troppe cose. È il tipo di personaggio che nel cinema del 1997 non esisteva, almeno non così, non senza una redenzione finale cucita su misura. E che nel 2026 riconosci in chiunque abbia mai giustificato una devastazione con un buon piano aziendale.
Non a caso il finale non risolve niente, o quasi. La foresta ricomincia a crescere ma non sarà più quella di prima. San e Ashitaka non stanno insieme: lei appartiene alla foresta, lui agli umani, il posto dove potrebbero coesistere non esiste ancora. I danni ormai sono fatti, e le persone che li hanno causati continuano a vivere con le proprie buone intenzioni intatte.
Ed è proprio per questo che Principessa Mononoke è uno di quei film che cambiano a ogni visione. La prima volta segui Ashitaka e la sua battaglia. Poi, senza accorgertene, cominci a guardare Lady Eboshi, e quasi a capirne le ragioni: non a giustificarle, a comprenderle, che è la parte che spaventa di più. E quel “davvero non si può più fare nulla?” che la prima volta ti era sembrato ingenuo, oggi è disperato. Il cinghiale, all’inizio, l’aveva già detto. È da quasi trent’anni che ce l’abbiamo davanti, quel futuro, e continuiamo a non sentirci chiamati in causa.














