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Compositori nei film: Nino Rota, girotondo felliniano

Dalla vetta ‘8½’ a ‘Giulietta degli spiriti’, ‘Amarcord’ e molti altri. Più la più celebre parentesi americana: la famiglia Corleone vi dice niente?

Foto: Keystone-France/Gamma-Keystone via Getty Images

Il tema del Padrino – Parte II è una musica che fa parte della memoria popolare, offerta in decine di versioni nei decenni. È stato composto da Nino Rota (1911-1979), che per quella colonna ha vinto l’Oscar. Per una volta, raccontando di un musicista da cinema non risalgo alle sue origini quasi sempre tedesche e non rilevo lo stile dei suoi interventi, una mediazione fra la cultura rigorosa, classica tedesca e la vocazione spettacolare hollywoodiana. Con un risultato straordinario, sia chiaro. Rota è squisitamente italiano, con tutto ciò che significa in termini di inventiva e capacità di adattarsi ai momenti che doveva sostenere e rilanciare. Sta nei fatti che il successo di un film è legato alla musica che lo accompagna.

Alcuni registi devono molto ai musicisti ai quali si sono legati. Alcune combinazioni esemplari: Spielberg- Williams, Leone-Morricone, Lean-Jarre. Anche Rota ha avuto un legame particolare, strettissimo, che ha portato qualità doppia e assoluta, con Federico Fellini. Anche se il lavoro del musicista si è esteso ad alcuni dei più grandi maestri. Da Visconti a Monicelli a Zeffirelli, da Clément a Vidor. Francis Ford Coppola lo chiamò per il suoi primi due “Padrini”, mentre affidò il terzo a suo padre Carmine. Che… non aveva lo stesso talento di Rota.

Come sempre accade per questi fenomeni della musica nei film, anche Rota diede segnali di una vocazione molto precoce. Quando Nino, dodicenne, entrò al Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, aveva già al suo attivo una composizione, L’infanzia di San Giovanni Battista, ispirata a una fiaba di Hans Christian Andersen, della durata di 45 minuti, che era ben altro che l’esercizio di un bambino seppure dotato, ma un brano con una struttura già matura, con toni di allegria e ironia. Nel 1932, dopo due anni passati in America per seguire corsi di perfezionamento, dove ottenne due borse di studio, tornato in Italia aveva ormai le basi per la professione ad alto livello. La sua prima colonna la deve a Raffaello Matarazzo, che chiamò il ragazzo, poco più che ventenne, per il suo film Treno popolare, realizzato con pochi mezzi, quasi in famiglia, che già prospettava le vocazioni del musicista e del regista.

L’incontro del destino fu, appunto, quello con Federico Fellini, il genio assoluto. Fra i due c’erano delle affinità: una vena di surrealismo e di grottesco, con un’attenzione profonda a sorpassare il convenzionale. Rota ha musicato , Giulietta degli spiriti, Satyricon, Roma, Amarcord, Il Casanova. E in tutte queste opere ha lasciato segnali diversi, a volte misteriosi, altre allarmanti. La memoria del cinema rimanda un Peppino De Filippo, normalmente poco felliniano, che nell’episodio di Boccaccio ’70 si muove comico ma tragico e grottesco, innamorato dell’icona di Anita Eckberg, con la filastrocca di Rota del Bevete più latte. E poi il girotondo finale di , quella vetrina triste e nostalgica della diversa umanità, “materiale” per la creatività dei due autori. E ancora: la rumba della Saraghina sulla spiaggia, sotto gli occhi sbarrati dei ragazzini e del piccolo “Fellini”.

Infine: il balletto che Casanova esegue con la bambola, leggero, elegante e surreale, con una delicata cifra sensuale, è una delle più belle applicazioni di Rota. Citata nei convegni, nelle retrospettive e nelle scuole. Ed è uno dei segnali più alti dell’inventiva stupefacente dell’artista. È legittimo dire che Rota non è stato il collaboratore delle opere maggiori di Fellini, ma il suo co-autore. Il maestro non si è limitato alle colonne sonore nei film, ha esplorato tutti i generi della musica. Parallelamente ha composto brani per orchestra, da camera e vocale. E musica sacra.

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