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Com’è ‘White Noise’ di Noah Baumbach, il film d’apertura di Venezia 79

Adam Driver e Greta Gerwig sono i protagonisti dell’atteso adattamento del romanzo di Don DeLillo. Un cult di ieri che parla (anche) delle nostre paure di oggi. La nostra recensione

Adam Driver, Greta Gerwig e i giovani protagonisti di ‘White Noise’ di Noah Baumbach

Foto: Wilson Webb/Netflix

«La famiglia è la culla della disinformazione», dice il professor Siskind (Don Cheadle) un giorno che incontra il collega Jack Gladney e consorte (Adam Driver e Greta Gerwig) al supermercato, luogo del consumismo ma anche dell’anima di una nazione. «La famiglia è la culla della disinformazione mondiale», rincara più avanti lo stesso Jack, in fuga dalla nube tossica che investe un’umanità piccina e impaurita, che le prova tutte per non morire.

La famiglia è sempre il punto, per Noah Baumbach. Il calamaro e la balena, Giovani si diventa, The Meyerowitz Stories, Storia di un matrimonio, pure il sottovalutato Il matrimonio di mia sorella e la famiglia “single” di Frances Ha: tutte le sue famiglie non si assomigliano ma sono, anche nella malinconia, felici a loro modo. Pure quando non ci si ama più, quando l’incastro non torna, quando gli affetti e i progetti, anche solo momentaneamente, saltano.

White Noise, cioè Rumore bianco di Don DeLillo, è il film che volevano fare in tanti. Ce l’ha fatta lui per fortuna nostra, perché Baumbach è uno dei pochi, in scrittura, capaci di tenere insieme la gravitas e l’umore leggero, la surrealtà e la concretezza delle esistenze minute e insieme grandissime. E sono giustissimi i suoi volti soliti, Driver e Gerwig, a incarnare due sposi meschini ma teneri, genitori (di figli un po’ dell’uno, un po’ dell’altra, l’ultimo insieme) che pensano più a sé stessi che alla prole, insoddisfatti, vanesi, disperati, in definitiva uguali a noi tutti.

Poi c’è, ovviamente, il tempismo. Rumore bianco parlava, ormai quasi quarant’anni fa, di paure generiche e universali; oggi, post pandemia, queste paure si fanno precise. La nube tossica che incombe, la gente che non sa se scappare o stare chiusa dentro casa, lo scoprirsi mortali quando tutto ci dice che vivremo per sempre, il caos, le nuove regole, la ripartenza con quelli che vogliono tornare ad abbracciarsi (cit. dall’era dei balconi) e quelli che invece restano in tuta a piangere fissando il vuoto fuori dalla finestra.

Ma non è, questo, un film (solo) sull’oggi. White Noise è, appunto, la storia di una famiglia, e la famiglia di Baumbach è, qui che mai, anche una famiglia-mondo, un’umanità tutta che è disinformatissima, appunto, e piena di paure che la rendono ancora più ignorante, confusa, smarrita. Le paure che si prova ad esorcizzare (Jack è docente di Nazismo Avanzato) e che però restano sempre lì, negli incubi notturni, nelle immagini degli incidenti in televisione, nelle minacce che arrivano da fuori a minare un equilibrio che in realtà non esiste, ci siamo solo voluti convincere che così fosse.

Non è però, White Noise, un film cupo, tutt’altro: è fresco, quasi svagato, con voglia di evasione (la sequenza dei titoli di coda che – scusate lo spoiler – è un piccolo grande musical sulle note di un nuovo favoloso pezzo firmato LCD Soundsystem). Ed è uno dei pochi film che – questo non è spoiler, il romanzo l’ha letto mezzo mondo – chiudono ricompattando la famiglia apparentemente disgregata senza essere consolatori. Anzi: dicendoci che quella perfezione non ci sarà mai, e va bene così.

Nonostante i grandi simboli, le metafore, il quadro ampiamente immaginifico, il cinema di Baumbach è sempre fatto di piccole cose concrete, ed è lì che ci si aggrappa. Un piatto di pollo fritto, un romanzetto erotico, un coniglio di pezza, una canzone di Elvis. È grazie a quelle cose – ognuno troverà le sue – che, almeno per un attimo, riusciamo a sentirci immortali, ad essere, forse, felici.