Fermateci se l’avete già sentita: un gruppo di cowboy è seduto attorno a un fuoco da campo. Sono fuorilegge, assassini e canaglie, tutti quanti. Domani hanno in programma di attraversare a cavallo una piccola cittadina di frontiera e radere al suolo questo bastione di civiltà. Stasera banchettano con una tipica cena da cowpoke a base di caffè nero e fagioli al forno. Uno di questi luridi pistoleri lascia partire un rutto. Poi quello seduto di fronte a lui… be’, scoreggia. Forte. Un altro cowpoke lo segue. L’emissione gassosa dell’ultimo è ancora più fragorosa. Nel giro di pochi secondi c’è un’intera orchestra di flatulenze in piena attività, la Quinta di Beethoven in quattro movimenti di sederi strombazzanti. È un miracolo che il fuoco da campo non si trasformi in un inferno alimentato a metano.
La scena è rozza, volgare, triviale. È anche esilarante, e abbiamo visto di persona intere platee piegarsi in due e piangere dal ridere davanti a questo apice lowbrow di Mezzogiorno e mezzo di fuoco, il capolavoro di Mel Brooks e uno dei più seri candidati al titolo di commedia più divertente mai realizzata. Potete solo immaginare cosa dovesse essere trovarsi in un cinema nel 1974, quando il pubblico non era abituato a un livello simile di umorismo scatologico sullo schermo. Quelle scoregge nella prateria sono famose, se non famigerate. Tutti ricordano quello che Brooks stesso chiamò «la suprema salva di scoregge».
Quello che molti dimenticano però è la gag visiva che arriva subito prima, quando la macchina da presa indugia su un cartello fissato alla recinzione che circonda la banda: “Solo personale amministrativo. Bussare sul filo spinato prima di entrare”. È una battuta di passaggio che avrebbe potuto funzionare tanto su Mad quanto su Your Show of Shows, la serie tv rivoluzionaria che lanciò la carriera dello sceneggiatore-regista. E la combinazione di quell’amuse-bouche che strappa una risatina, seguito da una portata gigantesca di risate di pancia, riassume alla perfezione la sensibilità comica di Brooks. Sa come infilare nel mezzo un dettaglio intelligente che rischia di sfuggire se sbatti le palpebre. E allo stesso tempo non ha paura di colpire dritto allo stomaco.
Mel Brooks: The 99-Year-Old Man, il documentario in due parti disponibile su HBO Max, è diverse cose insieme. È la continuazione dell’ossessione di una vita del regista Judd Apatow per l’intervista e la cronaca della vita dei grandi comici, un interesse che è confluito nel suo lavoro documentaristico con il co-regista Michael Bonfiglio (George Carlin’s American Dream; il corto Bob and Don: A Love Story) e altri (l’imminente Paralyzed by Hope: The Maria Bamford Story, co-diretto con Neil Berkeley). È il ritratto di un pioniere che attraversa tutte le tappe personali e professionali che ci si aspetta da qualcuno che ha cambiato carriera una mezza dozzina di volte nell’arco di otto decenni. È una timeline dello showbusiness americano dalla seconda metà del Novecento ai primi anni del XXI secolo, da Sid Caesar a Larry David, dalla Borscht Belt a Broadway.
Ciò che rende questo sguardo approfondito sul signore dietro Mezzogiorno e mezzo di fuoco – e anche Per favore, non toccate le vecchiette, Frankenstein Junior, Balle spaziali e altri punti fermi della commedia cinematografica – così spassoso, però, non è soltanto l’abbondanza di clip d’archivio dalle sue apparizioni televisive. Né il centesimo racconto dei suoi anni formativi e l’elenco del curriculum. Né gli scorci sui suoi due matrimoni, in particolare l’unione durata 41 anni con Anne Bancroft, i commenti a margine dei figli, o le testimonianze di diverse generazioni di personaggi famosi che ha influenzato. Né tantomeno le chiacchierate con Brooks stesso, che dopo decenni passati a raccontare la propria vita e il proprio lavoro dal palcoscenico ha ormai gli aneddoti rodati alla perfezione. Tutti questi elementi da abc del documentario sono ovviamente necessari e, se sapete poco del nonagenario con il caminetto pieno di premi, Apatow e Bonfiglio offrono un ottimo punto di partenza. Volete sapere come il quattordicenne Melvin Kaminsky, un ragazzo di Brooklyn che ottenne la sua prima grande risata rompendo la quarta parete durante uno spettacolo nei Catskills, si trasformò in Mel Brooks, leggenda vivente di Hollywood? Avvicinatevi pure.
No, il motivo per cui The 99-Year-Old Man è così vitale è che vi ricorda, fin da subito e ripetutamente, che Brooks non è sempre stato il nonnino adorabile che regalava al pubblico teatrale una serata memorabile, o un collegamento con un ecosistema dell’intrattenimento ormai passato. Era un sovversivo della comicità, uno che premeva pulsanti e spingeva i limiti, un gioioso smontatore non solo di cliché ma di tabù. Era pericoloso. Prendete The Producers (titolo originale di Per favore, non toccate le vecchiette, ndt). A metà degli anni Sessanta Brooks aveva già vissuto più di qualche alto e basso, dopo essere stato preso sotto l’ala di Sid Caesar proprio nel momento in cui la televisione stava vivendo una rivoluzione e aver lavorato con lui come autore di sketch su Your Show of Shows. Fino all’amaro epilogo. Dopo la fine della serie cercò disperatamente un nuovo ingaggio e annaspò per anni, finché nel 1965, insieme a Buck Henry, concepì la sitcom di successo Get Smart. Una presa in giro delle avventure spionistiche alla James Bond – già allora Brooks aveva il dono di trasformare la parodia in arte pop – che lo elevò allo status di genio di quella “scatola stupida” (aka la Tv). Eppure Brooks voleva ancora sfondare al cinema e, come sottolinea il documentario, mancò di pochissimo il colpaccio di convincere Caesar a lasciare il piccolo schermo per seguirlo nella gloria del grande.
Così, quando Brooks iniziò a concepire il suo debutto cinematografico, se ne uscì con un’idea clamorosa: due produttori teatrali cercano di fare fortuna mettendo in scena un flop assicurato. Scelse Zero Mostel, già un pilastro di Broadway, e Gene Wilder, destinato a diventare un membro preziosissimo della “compagnia” di Brooks. Ci sono prosperose maliarde del centro città e non pochi stereotipi oggi datati. E poi c’è lo spettacolo nello spettacolo, ed è qui che Brooks davvero fa all-in. Quando è stata l’ultima volta che avete guardato il numero d’apertura di Springtime for Hitler?
Altri documentari hanno esplorato a fondo l’umorismo ebraico e l’Olocausto, ma quando The 99-Year-Old Man passa a quell’inquadratura dall’alto in stile Busby Berkeley con i ballerini che formano una svastica, vi ritrovate comunque a trattenere il fiato. Auschwitz era stato liberato appena 22 anni prima dell’uscita del film, e ora l’uomo che ci aveva regalato i monologhi di The 2000 Year Old Man, prendendo in giro la Storia antica, stava prendendo di mira una tragedia storica recente e ancora dolorosamente vicina.
Dimenticate Lenny Bruce e Il dottor Stranamore: questo era il vertice dell’umorismo malato, trasformare la macchina dei campi di concentramento in puro camp. Ci volle nientemeno che Peter Sellers, con una pubblicità a tutta pagina su una rivista di settore, per convincere la gente a prestare attenzione a un film che stava per sparire dalle sale. Brooks avrebbe poi vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Sarebbero passati diversi anni e una farsa russa mal calibrata (Il mistero delle dodici sedie) prima che la prima stesura di Andrew Bergman di una commedia inizialmente intitolata Tex X attirasse l’attenzione di Brooks. Insieme a Bergman e, soprattutto, a Richard Pryor, iniziò a dare forma a quello che sarebbe diventato Mezzogiorno e mezzo di fuoco. Era – ed è tuttora – oltraggioso per 32 motivi diversi, pieno di battute senza tempo, frasi memorabili e parole che non dovreste ripetere. Brooks trovò il modo di realizzare un film capace di richiamare Partita d’azzardo un momento (che Dio benedica la Lily Von Shtupp di Madeline Kahn), di usare epiteti razziali quello dopo per smascherare l’ipocrisia e le facciate educate che nascondono un razzismo radicato, e di trovare comunque il tempo per mettere in scena un’anarchia comica che non rompe tanto la quarta parete, la annienta. Numerosi intervistati nel documentario attestano che oggi un film del genere non potrebbe essere realizzato, ma è Dave Chappelle ad avere l’ultima parola sull’argomento: «No, la maggior parte delle persone [non potrebbe] fare quel film, mai. Oggi, o anche allora. Ma Mel Brooks sì».
La prima parte del documentario si chiude sull’apice di Mezzogiorno e mezzo di fuoco e su quello che è essenzialmente il terzo atto (su cinque) di Brooks come parodista professionista. Il 1974 fu un grande anno per il cinema americano – un elenco parziale include Il padrino – Parte II, Chinatown, Perché un assassinio, La conversazione, Alice non abita più qui, California Poker, Lenny, Il colpo della metropolitana (Un ostaggio al minuto), Non aprite quella porta – e un anno ancora migliore per il regista. La seconda parte riprende con l’altro capolavoro di Brooks uscito in quell’annus mirabilis di Hollywood, una rilettura perfetta del catalogo horror Universal che potrebbe superare un test estetico accanto agli originali. Frankenstein Junior può sembrare oggi un’idea ovvia, ma Apatow e Bonfiglio la rimettono nel contesto del tempo chiedendosi: chi realizza un film basato su monster movie di solito relegati alle repliche notturne? E lo fa in bianco e nero, con una fedeltà straordinaria e utilizzando gli oggetti di scena originali scoperti dalla produzione nel garage di un collezionista?
Frankenstein Junior potrebbe non essere apertamente sovversivo quanto Mezzogiorno e mezzo di fuoco, ma provate a dirlo a un dirigente di Studio chiamato a finanziare quello che nel 1974 doveva sembrare un inside joke decisamente di nicchia. Il film divenne un enorme successo, la seconda parte di un dittico che consolidò definitivamente l’eredità di Brooks. Potrebbe essere persino la commedia più influente delle due, perché insegnò a diverse generazioni una lezione fondamentale su come costruire le parodie di genere: avvicinarsi il più possibile al materiale di partenza, e l’attrito tra il già noto e il ridicolo quasi si vende da solo. Brooks sarebbe tornato più volte a quella fonte, talvolta con ottimi risultati. Il documentario dedica molto spazio all’amore duraturo per Balle spaziali, il che non sorprende data la perenne ferocia del fandom di Star Wars e l’affetto del film di Brooks per tutta quell’epoca di blockbuster sci-fi. Oggi si possono acquistare magliette e action figure ispirate all’omaggio fasullo del regista al merchandising impazzito dell’originale. Un sequel è in lavorazione.
The 99-Year-Old Man passa diligentemente in rassegna anche i passi falsi, i tentativi di cinema “serio”, la santità patronale esercitata dal suo protagonista attraverso la Brooksfilm (che produsse The Elephant Man e il remake di La mosca di David Cronenberg), la resurrezione di The Producers come colosso vincitore di Tony e il suo status di eminenza grigia. Si chiude con una nota leggermente malinconica, presentando Brooks come una sorta di ultimo sopravvissuto di una generazione di giganti della comicità; vedere Rob Reiner raccontare di come Brooks continuasse ad andare ogni sera a casa di Carl Reiner per guardare la Tv anche dopo la morte del suo migliore amico è già commovente di per sé, senza contare che pure la persona che parla non c’è più. Ma il film riesuma anche un’ultima controversia che oggi sembra quasi pittoresca. Riguarda l’Inquisizione spagnola.
Quando La pazza storia del mondo uscì nel 1981, Brooks era ancora sulla cresta dell’onda e poteva ottenere il via libera per quella che è essenzialmente una serie di sketch comici ambientati in epoche diverse. E il documentario mostra molto bene come questo film rappresentasse, per molti critici del lavoro di Brooks, un momento decisivo. O lo consideravano semplicemente troppo nel suo insieme, oppure una brillante satira del potere, della corruzione e delle menzogne come unica costante nei secoli (e, certo, di battute sui peni: vedi i cavernicoli che si masturbano). Eppure tutti sembravano avere problemi e opinioni a caldo su un comico ebreo che affrontava le persecuzioni religiose subite dal suo popolo nel XV secolo, ancora una volta reinventando la sofferenza sistematica come un’esuberante extravaganza musical-cinematografica. Riguardatelo. Una parte di voi forse penserà: “Davvero? Questo ha scatenato uno scandalo?”. E un’altra potrebbe involontariamente pensare: “Oh. Mio. Dio”.
The 99-Year-Old Man ha ancora molta strada da fare dopo aver ripercorso quel putiferio, ma è davvero il grande momento di chiusura del cerchio del documentario. Ancora una volta Brooks sbeffeggia il “buon” gusto e fa centro. Ancora una volta si arruffano le penne, si pubblicano editoriali, si ride fino alle lacrime. Nessuno potrebbe fare oggi quel film, ma Brooks poteva, e l’ha fatto. Lo sguardo affettuoso di Apatow e Bonfiglio su una leggenda vivente, qualcuno che ancora sfila sui red carpet e fa smorfie davanti alle macchine fotografiche a pochi mesi dal compiere cent’anni, rende omaggio a uno dei più grandi. Ma soprattutto ricorda come Brooks abbia cambiato la comicità, un nazista e una scoreggia alla volta. Oggi ci servirebbe più spesso il suo stile che mescola alto e basso, più della sua capacità di usare la risata come un’arma contro l’orrore mentre continua a colpire il nervo comico con ogni mezzo necessario. Ha dimostrato che si possono fare entrambe le cose. A Melvin Kaminsky di Brooklyn dobbiamo molto.
