Com’è ‘Artificial’ di Luca Guadagnino, il film di cui tutti parlano ma che in pochissimi hanno già visto | Rolling Stone Italia
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Com’è ‘Artificial’ di Luca Guadagnino, il film di cui tutti parlano ma che in pochissimi hanno già visto

Dalla prima mondiale al New York Film Festival (feat. una performance di Damon Albarn, autore della colonna sonora): David Fear racconta il titolo che mostra l'inizio della fine alimentata dall'IA. Riderete, piangerete, urlerete

Com’è ‘Artificial’ di Luca Guadagnino, il film di cui tutti parlano ma che in pochissimi hanno già visto

Andrew Garfield e Yura Borisov in ‘Artificial’

Foto: YANNIS DRAKOULIDIS/NEON

Gli storici che racconteranno il declino e la caduta dell’umanità avranno parecchi momenti da indicare come l’inizio della fine. Ma qualcuno potrebbe isolarne uno in particolare: un innocuo incontro all’Università di Toronto, nel 2003. Un diciassettenne di nome Ilya Sutskever, nato in Russia, cresciuto in Israele e cittadino canadese, entra nell’ufficio del professor Geoffrey Hinton. Hinton dirige il dipartimento di Informatica dell’ateneo; Sutskever è incuriosito dalle sue lezioni sulle reti neurali. Colpito dall’intelligenza fuori dal comune dello studente e dalla sua comprensione acuta del concetto, Hinton propone al giovane prodigio di andare a pranzo insieme. Alla fine creeranno una rete nota come AlexNet, che porterà i due e il loro socio Alex Krizhevsky nella Silicon Valley. Ricordate la strada lastricata di buone intenzioni, e dove porta?

Oppure potrebbero essere tentati di puntare su un’altra miccia, quella che si accende dopo che Sutskever partecipa a una conferenza a Montréal e comincia ad essere corteggiato da un carismatico ex studente di Stanford che ha mollato gli studi. Questo giovane imprenditore è convinto che quell’informatico dall’accento marcato, incapace di dire una bugia, abbia visto giusto con tutta questa storia dell’«intelligenza artificiale generale (AGI)». Anche loro fonderanno una creatura tutta loro dell’industria tech, con l’aiuto di un eccentrico miliardario sudafricano. Il venture capitalist rampante è Sam Altman. La loro azienda si chiama OpenAI.

Entrambe le scene compaiono in Artificial, il racconto dell’ascesa del boom dell’IA firmato da Luca Guadagnino e dallo sceneggiatore Simon Rich, che si legge come una serie di istantanee di una discesa a spirale. La prima mette in scena l’angioletto sulla spalla di Sutskever: un mentore che antepone la sicurezza nello sviluppo e la sacralità della razza umana. La seconda lascia che il diavolo gli scivoli nei DM, con una strategia di seduzione e distruzione che finirà per fare di Sutskever la Cassandra di casa di OpenAI e l’obiettore di coscienza dell’industria tech. Interpretati da Yura Borisov, la rivelazione di Anora, dal grande attore shakespeariano Mark Rylance e da Andrew Garfield in piena modalità villain col mignolo sulle labbra, Sutskever, Hinton e Altman sono la trinità al centro di questa cupa commedia corale che è anche una tragedia: il «padrino dell’IA», il figlio e lo spirito poco santo. Due dei tre continuavano a lanciare avvertimenti, a chiedere di rallentare e di evitare la caduta libera esistenziale; il terzo ha afferrato il volante, ha pigiato l’acceleratore e ha puntato l’auto dritta verso il dirupo, con gioia.

Artificial - Official Teaser Trailer - In Theaters Christmas Day

È il cinéma du doomscrolling nel suo momento più comico e più catastrofico, con quel genere di risate che si fanno di solito camminando verso la forca. Sfila un chi è chi di ingegneri pionieri, oligarchi della Silicon Valley e untuosi leccapiedi aziendali, alcuni da mettere alla berlina, altri da compatire. Ike Barinholtz di The Studio interpreta Elon Musk a metà tra il cattivo da film di Bond e il buffone che fa le boccacce; Monica Barbaro dà alla direttrice tecnologica di OpenAI, Mira Murati, un’aria di quieta dignità, per poi lasciarla sgonfiare come un palloncino; il presidente del board Greg Brockman di Cooper Hoffman si descrive al meglio come un lungo, perpetuo «Fatti sotto, tech bro!». Zosia Mamet, Jason Schwartzman, Chris O’Dowd, Billie Lourd e Will Price entrano ed escono dal quadro, alcuni nel ruolo di voci della ragione, altri a fare il tifo per la follia. Chi ha bisogno di prudenza sul lungo periodo, quando ci sono tanti soldi da incassare su quello breve?

Artificial coglie quel mantra dell’industria e lo sviluppa, individuando nell’idea che i miliardari della tecnologia si sentano in diritto di governare il mondo (perché se non fossero così brillanti e meritevoli, come avrebbero fatto a diventare miliardari della tech?) qualcosa che ormai ha intossicato tutto ciò che ci circonda. Guadagnino calca la mano sullo stile solo di rado, per esempio quando prende in prestito da The Wolf of Wall Street una scena di festeggiamento al rallentatore; perlopiù lascia parlare la sceneggiatura e gli interpreti, soprattutto quando il film si concentra sulla resa dei conti morale tra Sutskever e Altman. (Dire che il regista ha ritrovato la sua vena dopo il fiasco fragoroso di After the Hunt – Dopo la caccia l’anno scorso sarebbe un eufemismo.)

Si può immaginare il consenso che si va formando attorno a Borisov, non solo cuore e anima del film ma anche la scelta di casting più intelligente. Come in Anora e nell’altrettanto meraviglioso Scompartimento n. 6 (2021), sfrutta al meglio il talento di restituire insieme fragilità e una sensibilità d’acciaio. Il suo Sutskever è socialmente impacciato e infantile nel suo prendere tutto alla lettera, eppure moralmente solido: l’ultimo faro di speranza per un po’ di misura in mezzo al fervore del «Feel the AGI!». «Prometeo non aveva paura del fuoco», gli dice un personaggio. «Non ha dovuto fare un accordo con Microsoft per portarlo all’umanità», risponde l’informatico.

Non ho idea di cosa penserà la gente dell’interpretazione di Garfield nei panni di Sam Altman, figura ormai onnipresente che nella vita reale sembra spesso la caricatura del reggente nerd della Silicon Valley. È un’interpretazione dalle sterzate selvagge: in certi momenti punta su un’aria da intrigante machiavellico che ribolle sotto una superficie sempre cortese, in altri diventa qualcuno che si potrebbe chiamare «Sam Camp». Audace, di sicuro. Un atto d’accusa? È una lettura che si ferma appena un gradino sotto l’eccesso, ma rischia comunque di restare uno stereotipo. Ognuno la vedrà a modo suo. Certo è facile capire come l’offensiva di charme e il rapporto scivoloso con la verità che hanno caratterizzato Altman durante l’ascesa della sua azienda abbiano potuto incantare collaboratori e investitori, e come quella stessa qualità possa essere usata come un’arma dopo un golpe aziendale organizzato da Sutskever. Tutta la vicenda è raccontata nel dettaglio, un dramma da dietro le quinte in miniatura che tratta la soap opera del consiglio d’amministrazione come l’ultima possibilità di tenere chiuso il vaso di Pandora. Altman viene infine reintegrato come CEO. Sutskever viene cacciato dal paradiso. Stacco su: quel cupo torcersi le mani di meno di un mese fa.

"Artificial" NYFF Q&A w/ Luca Guadagnino, Andrew Garfield, Yura Borisov, Damon Albarn & More!

A proposito di drammi dietro le quinte: forse ricorderete anche che Artificial avrebbe dovuto uscire sotto il patrocinio di un altro Borgia della Silicon Valley (leggi: Amazon), e che i finanziatori originari hanno deciso di aiutare Guadagnino e soci a trovargli una nuova casa. Per fortuna è intervenuta Neon, il film è riuscito ad assicurarsi all’ultimo minuto una prima mondiale al New York Film Festival e si sentono già i tamburi battere per una meritata campagna nella stagione dei premi. Un senso di urgenza ha segnato tutta la gratitudine espressa quando il regista e il cast si sono seduti per il Q&A dopo la proiezione: Guadagnino ha ricordato che l’intelligenza artificiale è una storia umana tanto quanto una parabola tecnologica, e Rich ha detto di aver pensato la sceneggiatura come un avvertimento: spera con tutto il cuore che qualcuno gli dia retta. La paura di aver superato il punto di non ritorno anima il senso di attualità del film e il suo rifiuto di addolcire le ansie. È troppo in sintonia con la nostra disperazione per restarne fuori. Riderete, piangerete, urlerete nel vuoto.

C’era però un regalo in più che Guadagnino e il festival avevano in serbo per chi ha avuto la fortuna di assistere alla primissima proiezione pubblica del film. Un pianoforte e un vibrafono bighellonavano vistosamente sul palco. Dopo aver fatto salire sul palco cast e troupe prima del film, il regista ha chiamato il compositore Damon Albarn. L’ex cantante dei Blur e attuale frontman dei Gorillaz è rimasto lì quando tutti se ne sono andati e si è seduto al pianoforte. Un altro musicista si è sistemato dietro il vibrafono ed è entrato in scena un coro di bambini. Hanno poi eseguito The Saddest Song, un brano splendido su mari inesplorati e «sottomarini nel buio» che Albarn ha scritto per il film.

Stavamo per vedere una storia su persone impegnate a rendere realtà macchine artificialmente intelligenti e totalmente autonome, e su cosa questo potrebbe significare per il nostro futuro nemmeno troppo lontano. Ma questo amuse-bouche di musica dal vivo, eseguita da persone vere, in tempo reale, in uno spazio reale, davanti a un pubblico reale, è stato profondamente rassicurante. Questo possono fare gli esseri umani. Possiamo progettare la nostra stessa estinzione. Ma possiamo anche creare magia dal nulla.

Da Rolling Stone US