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‘Cime tempestose’ è un bellissimo brutto film

È tutto molto stiloso, a partire da Margot Robbie e Jacob Elordi. Peccato però che Emerald Fennell trasformi la storia di Cathy e Heathcliff in un romance patinato che tradisce Brontë. E non provochi nemmeno quanto promette

Foto: Warner Bros.

Cercherò di scriverlo nel modo più elegante possibile: “Cime tempestose” (sì, tra virgolette, ci arriviamo) di Emerald Fennell è una fan fiction in costume post-Bridgerton con budget da Oscar. Un romanzo disturbantissimo convertito in moodboard gothic-pop starring Barbie Brontë e un Heathcliff euphorico, con l’ossessione ridotta a estetica e la maledizione trasformata nel videoclip ((pur molto cool) di un pezzo di Charli xcx.

È probabilmente anche una delle operazioni più paracule del cinema recente. Pensateci un secondo: prendere un classico che parla di abuso e trauma generazionale, farne una “rilettura” romance mainstream e venderlo come “la più grande storia d’amore mai raccontata” giusto in tempo per San Valentino. Ma non prima di averci aggiunto delle disturbantissime, quelle sì che lo sono, virgolette a mo’ di disclaimer nel titolo. Dice Fennell che il film nasce dal suo ricordo adolescenziale del libro: “È Cime tempestose, e allo stesso tempo non lo è”. E infatti è una specie di memoria filtrata, una fantasia teen che si infila tra le righe del romanzo per raccontare il desiderio che Brontë non poteva rappresentare esplicitamente. Solo che nel farlo cancella tutto quello che nel libro è insopportabile. E fondamentale.

Non mi dilungo, ché già sapete: Cathy e Heathcliff crescono insieme nelle brughiere dello Yorkshire, lui è un trovatello “dalla pelle scura”, un outsider, e lei, figlia di proprietari terrieri, appartiene a un mondo che lo usa e lo respinge. La loro connessione è immediata, ma è il sistema a spezzarli. È una storia di classe e rancore, di ciclicità della violenza che si riverbera sulle seconde generazioni, di persone orribili che si fanno cose orribili in un mondo che non concede redenzione. Nel film, invece, è una love story. Tossica? Certo, ma guarda quanto sono fighi Margot Robbie e Jacob Elordi. Sì, ok, ma non sono Cathy e Heathcliff.

Non entro nemmeno nell’ovvietà che Heathcliff nel testo sia razzializzato e che la sua ambiguità etnica sia centrale per il modo in cui viene trattato e per la sua sete di vendetta (in questo senso dobbiamo rimpiangere l’adattamento di Andrea Arnold, l’unico con il protagonista of colour). Jacob Elordi è inequivocabilmente bianco, ma Emerald afferma che è il suo Heathcliff, lei se lo immaginava così (sullo sfondo di un tramonto infuocato come Rhett Butler). E allora il conflitto sociale diventa conflitto ormonale: brace yourself quando Elordi si lecca le dita, ripara con le mani il volto di Margot dalla pioggia (nel film e sul red carpet) o la tira su di peso dai lacci dal corsetto. Ma è un Heathcliff addomesticato il suo, più vicino appunto a Nate Jacobs che all’anti-eroe feroce di Brontë. Dopo Frankenstein, dove aveva qualcosa di perturbante e commovente, qui fa un passo indietro nel cinema d’autore e uno avanti nell’immaginario.

Jacob Elordi (Heathcliff). Foto: Warner Bros.

Il discorso sul casting patinato penalizza anche una consapevolissima e biondissima star come Robbie che interpreta uno spirito selvaggio, crudele, ingestibile e adolescenziale nell’accezione più sgradevole del termine, la cui tragedia nasce dall’immaturità. Se nel romanzo Cathy dice “Heathcliff è più me di me stessa” e quella frase suona come un’autocondanna, qui diventa una dichiarazione da romanzo rosa. La differenza di classe viene feticizzata: i poveri sono animaleschi ma sensuali, i ricchi sono innocenti e un po’ sciocchi. Cathy sembra scegliere Edgar per capriccio, non per sopravvivenza sociale. E senza quella pressione, l’intera architettura tragica crolla, il desiderio, anziché destabilizzare l’ordine, diventa un ulteriore abbellimento visivo. Ma la bellezza, in Cime tempestose, dovrebbe disturbare, essere febbrile. E invece questo è un film fatto per piacersi e per piacere (pardon, ma tant’è).

Il paradosso poi è questo: Fennell vuole raccontare la carnalità che Brontë non poteva esplicitare. Ma la scrittrice non aveva bisogno di farlo, la rendeva insopportabile proprio perché era implicita. L’ossessione era annientamento, era una maledizione che continuava oltre la morte. Qui sono allusioni al sesso coreografate e sguardi molto instagrammabili. E a non voler fare i book nerd (sì, l’ho riletto il romanzo, e pure in inglese), quello che vediamo non è nemmeno lontanamente scandaloso quanto trailer, strategie di marketing e dichiarazioni di co-dipendenza dei protagonisti ci avevano fatto credere. È quasi… noioso (e lungo: 2 ore e 15 minuti). C’è qualche sprazzo di arrapamento, fluidi qua e là, Eros e Thanatos a dettare il mood in apertura, una scena soft BDSM tra lo stalliere e la cameriera che include una finimento per l’equitazione, ma non siamo neanche lontanamente ai livelli dell’amplesso nella tomba o della vasca da bagno di Saltburn. Se vuoi provocare, vai all-in. Se vuoi fare Brontë, portaci all’inferno e dannaci tutti (semicit.).

Margot Robbie (Cathy). Foto: Warner Bros.

La voce nella tempesta di William Wyler del 1939, quello seminale con Merle Oberon e Laurence Olivier nasceva sotto il Codice Hays, con la morale hollywoodiana a fare da dogana. Eppure proprio la censura obbligava il film a cercare tensione nell’ombra. Anche quello (tra i tanti) era un adattamento parziale, che ugualmente tagliava la seconda generazione, addolciva certi spigoli, ma conservava il senso di dannazione e l’idea di un destino inesorabile. Oggi nessuno ti impedisce di mostrare nulla e di sguazzare nel dibattito (e da una regista la cui opera prima è stata Una donna promettente ce lo si poteva aspettare). Ma la verità è che probabilmente una versione contemporanea di Cime tempestose davvero fedele non sarebbe appetibile: razzialmente scomoda, socialmente feroce, sessualmente implicita, tossica e quindi ancora più potente. Se nel ’39 era la morale a limitare Brontë, nel 2026 è la vendibilità.

Italo Calvino scriveva che un classico è un libro che “non ha mai finito di dire quel che ha da dire”. E in questi tempi di post Black Lives Matter e post MeToo, Emily Brontë da dire avrebbe moltissimo. Non stiamo parlando di una fedeltà di adattamento pedissequa, anzi. Piccole donne di Greta Gerwig spezzava la cronologia e restituiva ad Amy una statura che il cinema le aveva sempre negato. Non era una copia carbone del romanzo di Louisa May Alcott, ma era profondamente fedele al suo spirito: alla fame di indipendenza, alla rabbia, al compromesso economico che pesa sulle donne. E aggiungeva pensiero. Qui, invece, la “reinterpretazione” (sì, tra virgolette) non produce nuove idee sul testo. Non interroga la violenza di classe, non radicalizza l’alterità di Heathcliff né approfondisce la dimensione soprannaturale (sempre sia lodata Kate Bush) come trauma psichico. Semplicemente produce estetica e costruisce tutto su quello.

Margot Robbie, Jacob Elordi ed Emerald Fennell sul set. Foto: Jaap Buitendijk/Warner Bros.

E allora torniamo a Barbie Brontë. All’abito che sembra fatto con la carta di una caramella, alla gonna rossa di latex by Jacqueline Durran, che è – appunto – la stessa costumista di Barbie. A Thrushcross Grange che sembra una Dreamhouse gotica, alla carta da parati che riproduce la pelle del viso di Cathy, efelidi comprese. A Linus Sandgren che illumina le brughiere con un romanticismo tempestoso (pardon) da cartolina. È tutto molto stiloso, ma quando la vibe sovrasta la storia, la scenografia racconta più del copione e i costumi gridano più dei personaggi forse c’è troppo fumo e poco cinema. O almeno, poco di quello che piace a noi.

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