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Ci siamo già stufati di Timothée Chalamet?

La star di 'Chiamami col tuo nome' è il nuovo DiCaprio? Il paragone può sembrare azzardato. O forse è colpa della Chalamania, che rischia di rendercelo già indigesto

Timothée Chalamet in 'Beautiful Boy'

Pare impossibile immaginarlo adesso, ma c’è stato un tempo, nemmeno troppo lontano, in cui Timothée Chalamet non faceva parte delle nostre vite, non intasava i nostri feed di Instagram, non andava a braccetto con l’aggettivo cute, che immancabilmente qualsiasi media americano rispolvera quando si parla di lui. Stavamo bene comunque? Beh sì, di certo tiravamo avanti ugualmente senza la sua faccetta da sbruffoncello con capello spettinato ad arte in ogni dove, perché insomma, nessuno ci aveva detto che per sentirci meglio avevamo un disperato bisogno di uno come Timothée Chalamet. Finché non è arrivato Luca Guadagnino, e la sinfonia è cambiata.

Correva l’anno 2017, e fino ad allora il buon Chalamet aveva ottenuto esclusivamente ruoli secondari in Interstellar, Men, Women & Children, Natale all’improvviso, nonché nella serie tv Homeland. Guadagnino lo sceglie per il ruolo di Elio nella trasposizione cinematografica del libro di André Aciman, Chiamami col tuo nome, «perché nella vulnerabilità dello sguardo e nella passionalità delle emozioni mi ha subito fatto pensare alla capacità di esprimere gli slanci e le paure di quello che per tutti, voglio pensarlo, è l’unicità del primo amore». E dimostra di averci visto lungo. Chiamami col tuo nome è un meritatissimo successo che riesce a mettere d’accordo critica e pubblico: la sceneggiatura non originale di James Ivory vince Oscar, BAFTA, Critics’ Choice Awards; sul film piovono candidature e premi così come sul suo giovane protagonista, all’epoca ventiduenne. A dar manforte alla Chalamania, lo stesso anno s’aggiunge Greta Gerwig con Lady Bird: qui Chalamet è Kyle, il ragazzo apparentemente vergine con cui Christine perde a sua volta la verginità, rivelatosi poi il classico stronzetto del liceo consapevole d’essere figo e di non dover chiedere mai. Chissenefrega se è una particina, lui è sempre spettinato, sbruffoncello e a detta di chiunque adorabile. Anzi, cute.

Morale della favola, a partire da inizio 2018, e ancora di più dopo l’interpretazione del tossico in Beautiful Boy, Timothée Chalamet è ovunque, osannato, riverito, amato, definito «il nuovo DiCaprio» nonostante il 90% del pubblico lo conosca solo per via di due titoli. O di un titolo e mezzo, dato che in Lady Bird viene inquadrato sì e no quindici minuti in totale. Il paragone con il Leo degli anni ’90 suona parecchio azzardato, ma Tray Taylor su Interview non ha dubbi: entrambi condividono la stessa massa di capelli, l’enorme talento, il look androgino, una certa rilassatezza davanti all’obiettivo e un nome un po’ ostico da pronunciare per gli anglosassoni. La Leomania, però, era stata alimentata da un’infilata di film (Buon compleanno Mr. Grape, Romeo + Giulietta, La stanza di Marvin, Titanic) che le fornivano una solidissima base d’appoggio, mentre la Chalamania a confronto sembra costruita ad hoc da giornalisti desiderosi di avere un sex symbol under 30 su cui riversare i loro sogni proibiti e le loro frustrazioni sessuali.

Insomma, Chalamet sarà pure bravo – su questo non ci piove – però dai, anche meno.
La goccia che ha fatto traboccare il mio personale vaso è coincisa con il momento in cui l’attore ha deciso di atteggiarsi da gran divo, annunciando tramite un post su Instagram l’intenzione di devolvere il compenso di Un giorno di pioggia a New York (diretto da Woody Allen) a Time’s Up (il fondo per la difesa legale delle vittime di reati sessuali), al centro LGBT di New York – sua città natale – e al RAINN (Rape, Abuse & Incest National Network, la più grande organizzazione contro le violenze sessuali negli USA).

«Sto imparando che un buon ruolo non è l’unico fattore da tenere in conto nell’accettare un ingaggio: mi è diventato molto chiaro negli ultimi mesi, in cui sono stato testimone della nascita di un movimento potente che si prefigge di porre fine all’ingiustizia, ineguaglianza e soprattutto al silenzio (…) Voglio essere all’altezza dei coraggiosi artisti che mi circondano e che stanno combattendo affinché chiunque venga trattato con il rispetto e la dignità che merita», ha scritto lo scorso 16 gennaio, unendosi ai voltafaccia delle varie Ellen Page, Greta Gerwig, Mira Sorvino, Rebecca Hall, Natalie Portman – che si sono sentite in dovere di scusarsi per aver lavorato con Allen – e di Reese Witherspoon, che non c’entrava un cazzo ma nell’indecisione ha ritenuto giusto scagliarsi contro il regista. Timothée Chalamet, vuoi per comodo, vuoi perché davvero fermo nei suoi principi, s’è quindi aggregato alla recente corrente woke, ignorando con cognizione di causa le indagini condotte nel 1993 dalla polizia del Connecticut e dal tribunale di New York, che scagionarono Woody Allen da ogni accusa di abuso.

Il gesto di Chalamet e del suo gruppetto che annovera gli esponenti più antipatici di Hollywood non ha né posto fine alla carriera di Allen (meno male), né adombrato quel gioiello di Un giorno di pioggia a New York (non scherziamo). Lo sbarbatello, conscio dei fiumi d’inchiostro versati sulla vicenda, fa spallucce e volta pagina: archiviato il flirt con la figlia di Madonna, Lourdes Maria, sul set de Il re (si può dire? Noiosissimo) conosce Lily-Rose Depp ed è subito amore, nonché cuteness overload. La stampa di mezzo mondo impazzisce, documentando meticolosamente i limoni che i due si scambiano a New York, Parigi, Capri: pure la figlia di Vanessa Paradis e Johnny Depp a pelle non pare un mostro di simpatia, ma che vuoi farci, chi si somiglia si piglia. Curioso che la mancanza di ritmo e di unità del film, oltre che di efficacia dei giovani interpreti, sia passata in secondo piano rispetto alla nuova coppia che regna sovrana sull’internet: Il re è decisamente mediocre, sì, però guarda che carini quei due, non ti fanno venire voglia di avere ancora vent’anni?

Chissà, forse l’hype eccessivo che ruota attorno a Chalamet tanto da farcelo – o almeno, da farmelo – venire a noia ha a che vedere col desiderio di risentirsi per un attimo pischelli, proiettando i nostri rimpianti e le nostre fantasie adolescenziali su un ragazzino con la faccia da schiaffi. Che il 9 gennaio prossimo tornerà, diretto da Greta Gerwig, nel remake di Piccole donne, nel ruolo che nel 1994 fu di Christian Bale, accanto a Saoirse Ronan, Emma Watson, Florence Pugh, Laura Dern e Meryl Streep. Oltre il danno, la beffa: non verremo soltanto sommersi da screenshot, meme e gif del novello Laurie, ma ci sorbiremo anche una serie infinita di red carpet con i suoi outfit al continuo rialzo di fluida eccentricità. Del resto si sarà anche montato un po’ la testa da quando Vogue America l’ha incoronato «The Most Influential Man in Fashion», lodando le mise firmate Louis Vuitton, S.R. Studio. LA. CA., Haider Ackermann, frutto del suo «stile sperimentale» che non s’avvale dell’aiuto di stylist. «È talmente autentico e audace», scrivono dai piani alti della Bibbia della Moda, e noi continuiamo a fissare quelle foto un po’ instupiditi, domandandoci cosa ci sia sfuggito del completo giacca e pantalone grigio abbinato a stivali texani neri, sfoggiato per la première de Il Re alla 76esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Sì, Timothée Chalamet è una specie di Re Mida che trasforma in oro qualsiasi cosa tocchi, e in parte siamo noi ad averlo voluto così: invecchiare fa schifo – nonostante Brad Pitt, Robert Downey Jr., George Clooney, Gerard Butler e Daniel Craig si ostinino a dimostrarci il contrario –, il mondo è un posto abbastanza orrendo e la verità è che in fondo abbiamo bisogno di un giovane sbruffoncello da idolatrare che ci distragga dalle innumerevoli brutture che c’affannano. Sebbene costui vanti quattro film in croce passati alla storia, sebbene i suoi look ci facciano dubitare del nostro gusto, sebbene abbia peccato d’ingratitudine e ignoranza nei confronti di Allen… ah, beata gioventù.

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