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Chiara Ferragni ha già vinto

Della Ferragni abbiamo già visto tutto, ma nel suo documentario (quasi) auto-prodotto c’è quello che ti aspetti, e anche qualcosa di più. Un film da Mostra del cinema? No, ma chi se ne importa

Foto: Tristan Fewings/Getty Images

Chiara Ferragni ha già vinto, ha vinto ancora prima di cominciare. Il Lido è inchinato ai suoi piedi da due giorni, altro che Joker, altro che Brad Pitt. Il documentario Chiara Ferragni – Unposted (al cinema il 17, 18 e 19 settembre) è atteso qua al Lido come a Cannes s’attende Tarantino, lo vogliono vedere tutti e tutti ne devono scrivere, «Il mio giornale vuole solo la Ferragni» si lamenta una che forse preferirebbe recensire film terzomondisti, «È lunga la coda dei rossi?» mi scrive un altro mentre s’aspetta di vedere il titolo dei desideri. I rossi sono gli accrediti “daily”, quotidiani e siti, e in effetti la fila era lunga assai. La stampa l’ha visto il 3 settembre dopo pranzo, la soirée con tappeto rosso cade la sera del 4, la Biennale itself ha diramato un comunicato per dire di «rispettare gli embarghi sui film», cioè di scriverne solo in contemporanea o dopo la proiezione ufficiale. Non era citato il documentario ferragnico, ma si capiva che si riferiva soprattutto a quello. Si sono scomodati persino i grandi capi.

La coda era lunga, dicono i detrattori d’ufficio, perché la visione per la stampa è piazzata in una sala piccolissima, non essendo il doc in una delle sezioni principali che si meritano i teatri extralarge, bensì in quella chiamata Sconfini, dove finisce di tutto. Ma il caos non era dettato solo da quello. I quotidianisti invitati proprio il 3 al pranzo con Baratta&Barbera, presidente della Biennale e direttore della Mostra, temevano di non riuscire ad arrivare in tempo per il film, ognuno s’è ingegnato per non perdere il caso del festivàl. A quel punto, che fosse bello o brutto non importava più, l’importante era l’hype, come si dice oggi, e nessun titolo, in questi giorni fiacchi che s’avviano alla fine, ne ha sollevato di più.

La domanda, a code smaltite, adesso è una sola: Chiara Ferragni – Unposted è bello o brutto? La prima risposta è però un’altra: il fatto è che non è “unposted”. Di Chiara Ferragni abbiamo già visto tutto, conosciamo il materiale. Il senso dell’operazione non era fare un racconto inedito, ma un altro. Ovvero: chiamare una documentarista, Elisa Amoruso, con ampio curriculum festivaliero, così da potersi giocare uno status cinematografico fin dal principio; coinvolgere i grossi player del mercato audiovisivo di oggi, leggi Rai Cinema e Amazon Prime Video; guadagnare autorevolezza di settore attraverso interviste strategiche, da Diane von Fürstenberg a Maria Grazia Chiuri ai capoccia di Forbes e Harvard, e posizionamento culturale grazie a ospiti random o forse no, l’über-artista Francesco Vezzoli, le scrittrici Silvia Avallone e Chiara Barzini. Elementi che stanno tutti lì a smussare il monumento a sé stessa che Chiara ha tirato su. Avendo tutte le ragioni per farlo. Mi costituisco: a me Ferragni sta molto simpatica da sempre, il documentario auto-prodotto (o quasi) non è uno scandalo, l’istituzionalizzazione cinematografica della Cinderella story «io partita dal basso e diventata numero uno nel mio campo» totalmente comprensibile. L’operazione funziona proprio per quello. La domanda è un’altra: è un film da Mostra del cinema? No, ma chi se ne importa.

C’è tutto quello che ti aspetti, e qualcosa (poco) di più. I filmini di famiglia con trionfo di spirito 90s: il mito di New York, le magliette dei Simpson e Jurassic Park, pure Topgirl. Vezzoli nel film dice che Ferragni sta tra Marina Abramović e il Grande Fratello, e un po’ è vero, quando sfila nel palazzo di Noto con vestagliona bianca verso la finestra piena di luce pare un’installazione tra il sacro e il profano, una Young Pope con filtro Terrence Malick, se solo su Instagram esistesse. Chiara Ferragni – Unposted non dice niente di più e dice tutto, i duetti (recitati) con le amiche, le riunioni da boss, i messaggi femministi, le lacrime, Paris Hilton, l’ex Pozzoli che oggi è il cattivo della storia. E Fedez. Deliziosi i duetti alle prove del matrimonio, lui sull’entrata di Leone vorrebbe Amore che vieni, amore che vai, lei Buonanotte fiorellino, perché quella di De André «è una canzone triste». E l’attuale marito che racconta l’inizio della storia: «Prima era un amore a distanza, poi siamo riusciti a far combaciare le nostre due agende». C’è modo più romantico per descrivere la vita al tempo di Instagram?

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